Routinari

abitudine_v

Era stato David Hume a focalizzare l’attenzione sul concetto di abitudine – custom in lingua inglese – ritenendola una delle spiegazioni fondamentali del comportamento umano, e riducendo addirittura ad essa gran parte delle categorie scientifiche e metafisiche (con la mediazione della constant conjunction, anch’essa piuttosto abituale). Siamo, appunto, abituati a veder sorgere e tramontare il sole, e dunque siamo certi – certezza che facilmente diventa legge causale, verità, necessità assoluta – che questo continuerà ad accadere. Si tratta, secondo Hume, di abituali e costanti associazioni.
In questi giorni ho sentito parlare di abitudine in due contesti molti diversi – uno strettamente letterario, nel corso della lettura piacevolissima ed intelligentissima del celebre Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de la Boétie: “ma senza dubbio l’abitudine, che in ogni campo esercita un enorme potere su di noi, non ha in nessun altro campo una forza così grande come nell’insegnarci la servitù”.
L’altra, invece, in una situazione piuttosto drammatica – anche se ormai routinaria – ovvero nelle parole sgomente del presidente americano Obama dopo l’ennesima strage in un college, pochi giorni fa (mi pare di aver letto che sono 40 le sparatorie nei soli primi 9 mesi dell’anno nelle scuole americane). Ecco, appunto: abitudine, routine. A un di presso come le nostre Columbine High School meteo-stagionali, magari meno cruente e sanguinose, ma altrettanto punteggiate di cadaveri, dopo ogni frana o inondazione o evento calamitoso da Aosta a Pachino.
Abitudine, routine – di nuovo.
Credo che David Hume ci abbia preso: l’abitudine è un elemento fondante della natura umana. Oltretutto routine (che deriva dalla parola route, strada) è innanzitutto “Pratica, esperienza (abilità che si è acquistata per mezzo dell’esperienza e non attraverso le regole e lo studio)” – come recita la voce del vocabolario on line Treccani. Disposizione positiva e vitale che però si rovescia ben presto nel suo secondo significato, che è quello della monotonia e ripetitività. Farci il callo. Aprire le braccia rassegnati. Sopportare senza poi lamentarsi troppo, tanto a che servirebbe? Assuefazione. E, subito dopo, un salvifico oblio. In attesa della prossima catastrofe. Dosi omeopatiche piccole ma crescenti, per abituarsi all’incombere inevitabile della grande consolatrice.

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11 Risposte to “Routinari”

  1. Davide Di Tullio Says:

    Asptto che pare in qualche modo folkloristico, ma che diventa la chiave per comprendere i processi massificatori, con tutto il corollario di conseguenze negli ambiti più diparati. Il dominio della scienza è forse espressione di questa tendenza insita nell’intelligenza umana, che media i fenomeni, costruendo simboli attraverso cui spiega il mondo, semplificandolo ed elaborandone simulacri posti al suo servizio. Un compito estremamente importante che ci ha consentito di seguire la strada del progresso, ma che ha intrappolato la nostra resistenza nelle quattro mure anguste dell’esprimibile e che, parafrasando Bergson, ha ricoperto il nostro io cosciente di una crosta pronta ad esplodere.

  2. rozmila Says:

    L’abitudine, quella che ci fa proseguire nello stesso solco, ieri come domani, e che ci impedisce di fare le cose necessarie per cercare almeno di porre rimedio a dei problemi che sono reali, concreti, e che di fatto poi erompono devastando e distruggendo la vita, potrebbe essere assimilabile a una forma di impotenza appresa o acquisita, che andrebbe de-costruita. E secondo me, questo accade sia individualmente che collettivamente.

    Tempo fa ho letto degli esperimenti di Martin Seligman. Li descrivo.
    Prima prova: un cane viene posto dentro un dispositivo noto come shuttle box, una gabbia divisa in due da una barriera. Poco dopo un segnale luminoso, viene prodotta una scossa nella parte della gabbia nella quale è c’è il cane. Saltando la barriera, il cane può sfuggire allo shock. I cani di solito lo imparano molto in fretta. E presto imparano a saltare dall’altra parte all’apparire del segnale luminoso, prima ancora di prendere la scossa.
    Seconda prova: un gruppo di cani vengono legati nella gabbia in modo che per loro è impossibile saltare dall’altra parte. Quindi subiscono una serie di shock, e non c’è niente che possano fare per evitarli o ridurre l’effetto.
    Terza prova: dopo un certo periodo in questa situazione d’impotenza, il gruppo di cani viene posto nella shuttle box, e viene data loro la stessa opportunità di apprendimento della fuga che aveva condotto i cani “normali” (non condizionati all’impotenza) a sfuggire facilmente gli shock. Ma, i cani prima ridotti all’impotenza, si rivelano incapaci di apprendere a fuggire. Siedono indifferenti, raggomitolati nella scatola, senza nessuna reazione volontaria. Questo perché hanno appreso che nessuna reazione volontaria ha esiti positivi.
    È solo quando, con molti sforzi, i ricercatori ripetutamente portano i cani di peso al di là della barriera, mostrando loro in questa laboriosa maniera che la fuga è possibile, che essi incominciano ad intraprendere da soli la fuga.
    Questi esperimenti furono eseguiti per comprendere i meccanismi della depressione di cui soffrono molte persone. E qui occorre notare che c’è una grande differenza tra i casi in cui il soggetto crede che l’incapacità di controllare l’esito (di una qualche attività o situazione) sia dovuta a un evitabile fallimento personale, che può essere corretto con un maggiore sforzo, e quelli in cui il soggetto si sente autenticamente impotente a fare qualcosa rispetto la situazione.

    Ma, dopo aver letto dell’impotenza appresa, mi è venuto da pensare che non solo la depressione è un fenomeno sempre più diffuso, ma che potremmo persino parlare di una forma di depressione collettiva, intesa come impotenza appresa, indotta in molti modi e in molti ambienti (fin dalla scuola primaria, o persino in famiglia in molti casi) dove non è raro non sia favorito l’apprendimento positivo, laddove vengono create condizioni ostacolanti anziché facilitanti. Capita spesso. Nel lavoro, poi, non ne parliamo. Il darwinismo sociale miete ognora le sue vittime.

    Il succo è: ti insegnano che qualsiasi cosa fai non riuscirai comunque, e lo impari in fretta, fin da piccolo. E poi continuerai a non-reagire o a non fare assolutamente nulla perché hai imparato che qualsiasi cosa fai è tutto inutile.
    E forse la politica è lo specchio più calzante di questa impotenza appresa dal corpo sociale.
    Volenti o nolenti, si è talmente impotenti … al punto che ormai si ha la sensazione che sia del tutto inutile anche votare. E difatti lo è. Possiamo soltanto subire, cosa per cui tanto vale star fermi, immobili, non fare alcunché.
    Ma ovviamente forse a qualcuno fa comodo l’impotenza di una parte del corpo sociale, e non smette di insegnargliela.
    E comunque, senza dover a tutti i costi individuare dei responsabili consapevoli, sembra una patologia molto diffusa nel genere umano, con la tendenza a riprodursi … per abitudine. Come un virus. Bisogna de-costruirla, è chiaro. Ma questo è un lavoro che solo i “sani” possono fare. Solo chi ha già de-costruito la sua impotenza appresa, può insegnare agli altri come farlo.

  3. IL DELFINO Says:

    L’ha ribloggato su IL DELFINOe ha commentato:
    Se avessi il potere (che non vorrei mai avere!) di eliminare i post degli altri, eliminerei questo in un attimo!
    Il suo autore, blogger notevolmente colto ed intelligente, non avrebbe mai dovuto pubblicarlo!
    Un autentico quanto maldestro artificio dialettico, quello di usare il concetto di conoscenza secondo Hume in relazione a quello di assuefazione, con implicazioni morali e sociali, per spiegare il lassismo di gran parte del genere umano. Uno scritto che non ha né capo né coda, come tutte le cose artificiose. Una forzatura dialettica che, proprio in quanto forzatura, non è riuscita neanche nel suo latente intento: quello di voler rappresentare uno scritto ironico – l’ironia, come si sa, ha bisogno di leggereza! –
    Entrando nello specifico, l’assuefazione non è frutto dell’abitudine a vedere e a vivere, ma la conseguenza di un agire subliminale, inconsapevole ed inconscio. L’assuefazione richiede l’ignoranza, non la conoscenza; pertanto, essa è l’input del potere o sistema che dir si voglia.
    Per difendere il tanto bistrattato Hume – che contende tale cattiva abitudine (degli altri; e questa è appunto una cattiva abitudine!) con Machiavelli -, oso dire che egli avrebbe dovuto scrivere in maniera più indecifrabile, come fecero quei furbacchioni di Hegel e Schopenhauer i quali trasformarono in qualcosa di apparentemente sostanzioso ciò che si sarebbe potuto dire in due parole!
    Mai, caro Hume, avere quel vizio tipico di un inglese: dare in pasto alla massa verità profonde attraverso espressioni semplici. Si rischia, persino, di essere definiti “profeti del nazismo”, come è capitato a Nietzsche!

    La botte di Diogene, comunque, è tra i blog che ho deciso di seguire, uno dei migliori. Dopo quest’ultimo scritto, sarà anche uno di quelli da curare!

    Giuseppe Albano

  4. sergio Says:

    @Md

    La prevedibilità degli eventi (sia positivi che negativi) produce nella chimica del nostro corpo l’effetto placebo.
    Rende la vita meno angosciosa, calma lo stress che agita la nostra psiche e ci permette di ritagliarci un mondo più accogliente.
    L’organizzazione sociale della Polis aveva il compito di normare i comportamenti abitudinari, ritenuti utili per la “quiete” mentale e fisica dei cittadini. Vi era la consapevolezza che nel caos abitava solo la follia.
    Probabilmente l’abituarsi (cioè far sì che ogni evento che si ripete non sia più sconosciuto ed inquietante, grazie alla memoria, scritta nelle leggi, e orale nelle consuetudini) è la cifra antropologica “a priori” (non la sola) che ha permesso a noi umani di non estinguerci. E probabilmente così pure per tutti gli altri esseri viventi.
    Concedimi la battuta: tutto il resto è noia!

  5. rozmila Says:

    certo che … sapere che a causa dell’abitudine ad aver in tasca una pistola, i nostri ragazzi potranno essere uccisi a scuola, ecco che ora mi sento più tranquilla!!!
    Idem, di molte altre pessime abitudini.
    Ma, comunque, rilassiamoci.
    E se non riusciamo a raggiungere uno stato di imperturbabile quiete, dopotutto il mercato offre una vasta varietà di droghe … lecite od illecite, ce n’è per tutti i gusti.

  6. md Says:

    @Giuseppe Albano: su due cose hai sicuramente ragione 1) il mio scritto non aveva né capo né coda; 2) il suo intento non era ironico.
    Del resto mettere insieme Hume, Obama e le Columbine americane, l’impazzimento climatico e La Boetie è abbastanza da pazzi.
    Tuttavia chiarisco che non era sulla conoscenza che intendevo focalizzare l’attenzione circa la routinarietà esistenziale, ma sul comportamento umano. Del resto, proprio Hegel (che ho avuto il pudore di non citare) dice da qualche parte che sono proprio gli automatismi umani a far sì che possiamo sollevarci alle altezze dello spirito (anche perché liberati parzialmente dalle incombenze del corpo). Come dire che senza routine non avremmo Picasso, Mahler, Dante (e nemmeno lui, quella vuota e germanica testa di legno).
    Forse, chissà, ho scritto anch’io in preda ad un attacco di noia routinaria, spacciandone l’artificiosità per preoccupazione morale a proposito del “lassismo” imperante.
    Però, come vedi, da certe dialettiche abitudini può sempre venire qualcosa di buono, come i commenti scaturiti qui sopra, molto più interessanti del post che li ha sollecitati.

    (permettimi solo di essere preoccupato per la faccenda della “cura” del blog: in senso heideggeriano, battiatesco, medico, psichiatrico o che altro?)

  7. IL DELFINO Says:

    Grazie per la risposta ironica al commento e alla resistenza fatta per non prendermi a male parole. Ti sei dimostrato capace di non cadere nelle abitudini!
    “Cura” nel senso di “averne cura”, di prenderlo sul serio, di coglierlo sul fatto, di indirizzarlo sulla retta via, di sfrondarlo, di farlo reagire, di portarlo a fare meno citazioni; di farlo diventare diamantino e più profondo. Si può fare, sei intelligente. Bravo, ma non esserne troppo fiero!

  8. md Says:

    Troppa attenzione da parte del pubblico non fa bene al pensiero – che, per fortuna, sta solo in parte in questo blog. Molto meglio ritrarsi e battere gole profonde o cime innevate. Anche se in genere bastano i miei sentieri nel bosco a indirizzarmi sulla retta via. Che – comunque e ovviamente – non esiste.

  9. simone101 Says:

    se la retta via non esiste come pensare ad una via lastricata di errori?

  10. simone101 Says:

    è invece necessaria una via solamente

  11. md Says:

    @simone101
    sono piuttosto allergico ad ogni ortopedia – salvo quella delle ossa. Ed anche quella, con le cautele del caso.

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