La mesta Leningrado palestinese

(pensato poco prima, scritto poco dopo, l’ascolto dal vivo della Settima Sinfonia – la Leningrado – di Šostakovič)

Ressov-Lev-Alexandrovich-Leningrad-Symphony-Conductor-Yevgeny-Mravinsky-7port42bwGli accoltellatori palestinesi – figli della pace abortita di Oslo – sono l’ultima disperata espressione della sacrosanta lotta palestinese per l’emancipazione. Accoltellare – recidere con un taglio netto un legame imposto – il colono – occupante di terre non sue, fin nel nome – è assimilabile all’antico diritto di tirannicidio. La violenza non è quella dell’insorgente palestinese, che lotta per la vita con le armi di cui dispone (le pietre, i coltelli, le mani nude, il proprio corpo) – ma dell’occupante israeliano, che nei decenni si è divorato la terra brano a brano, bevuto le sorgenti e le fonti d’acqua, ha imposto le colonie e sminuzzato lo spazio vitale palestinese.
[Non a caso uso il termine terribile – e nazista – Lebensraum: gli ebrei-israeliani – cittadini di serie A – dovrebbero aborrire quella logica che a suo tempo aveva annichilito i propri correligionari tra gli anni ’30 e ’40. Mentre invece il loro stato, di fatto etnico-suprematista, l’ha interamente adottata e abbracciata].
Oltretutto gli accoltellatori di questi giorni – “terroristi” secondo l’occhio dell’occupante israeliano – vengono giustiziati e finiti in strada, con le stesse modalità con cui spesso i nazisti finivano – con un colpo alla nuca – gli internati nei campi. Ma – si dirà – quelli erano inermi, questi sono violenti assassini!
Ma l’abominio – e la più radicale ingiustizia – sta proprio nel fatto che l’occupazione israeliana (insieme all’aborto di Oslo) ha trasformato e indotto i palestinesi (spesso giovanissimi) a diventare spietati assassini. L’atto supremo di violenza e nichilismo è proprio la metamorfosi di chi lotta per la vita in latori di distruzione (e autodistruzione). Gli israeliani – e soprattutto la miope e feroce classe politica israeliana – sono in ciò doppiamente responsabili.
Senonché le periodiche esplosioni di violenza dei palestinesi – inevitabili finché durerà l’occupazione – sono affette da debolezza, perché non sono parte di una strategia di uscita e risoluzione del conflitto. L’unica vera possibilità – una insurrezione popolare generalizzata (sia in Cisgiordania che a Gaza, che nella comunità palestinese d’Israele, sia dell’opinione pubblica internazionale) – non sembra mai prendere forma e concretizzarsi in un’azione conclusiva e definitiva, che altro non può essere che l’eguale redistribuzione di terre e risorse tra i due popoli (del resto la questione israelo-palestinese, ben lungi dall’essere un conflitto etnico-religioso, è nella sua sostanza uno dei tanti episodi globali di lotta di classe).
Golia è oggi Israele, Davide è la Palestina – ma una Palestina prostrata, franta, avvilita, umiliata, senza prospettive, sempre più sola e abbandonata a se stessa.
Io capisco quegli accoltellatori. Non sono terroristi. Sono espressione di un popolo oppresso, che urla al mondo la propria disperazione. Se fossi – se foste – al posto loro, a Nablus, Ramallah, Khan Younis, Gerusalemme, o anche cittadini di serie B dello stato di Israele – che cosa farei o fareste?

[Šostakovič scrisse la Leningrado sotto assedio nazista. La guerra vi viene rappresentata come l’incedere di un aggressore e di un invasore in marcia, che ripete compulsivamente ed ossessivamente il medesimo schema, con crescente potenza distruttiva, fino a lasciare un cumulo di macerie su quello che un tempo era stato un quadro di normale quotidianità. Ma dalle macerie sorge la resistenza, ovvero l’impulso vitale a ricacciare quello schema mortifero donde era venuto, cosicché trionfi un ritorno sereno alla vita di prima.
La vicenda palestinese, però, appare bloccata, rispetto alla soluzione diveniente musicata dal compositore sovietico – la guerra è uno stillicidio quotidiano, penetrata fin nelle ossa, la resistenza appare infinita ed estenuante, e nessuno sbocco si scorge all’orizzonte. L’assedio non pare cessare mai. È una Leningrado senza Stalingrado. Soprattutto, senza la prospettiva di una gioia liberatrice]

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10 Risposte to “La mesta Leningrado palestinese”

  1. rozmila Says:

    Cosa fareste voi?
    No, io non accoltellerei nessuno. No, non posso condividere. Capisco che pare naturale: anzi, sembra “naturale” che all’oppressione si reagisca con l’odio, aggredendo l’oppressore. Ma,
    – prima di tutto: non è perché qualcosa appare “naturale” che allora di conseguenza è anche giusta;
    – poi: ciò che è naturale potrebbe rivelarsi semplicemente “bestiale”;
    – inoltre: dissento persino a volerla considerare una reazione naturale; e difatti potrebbe essere un’abitudine nociva, deleteria, incancrenita; molto simile a una dinamica sociale psicotica;
    – quindi: ci sono buone ragioni per ritenere che tutto questo abbia origine dall’amore di sé, da quell’amor proprio che chiamiamo narcisismo che in questo caso prende la forma del nazionalismo (da entrambe le parti, è chiaro).
    Reagire all’odio con l’odio non fa che scatenare altro odio e altra oppressione che scatena altro odio, che scatena altro odio, odio, odio. La catena dell’odio va fermata. Non posso pensare che l’odio possa fermare l’odio. O la violenza fermare la violenza.
    Quello a cui assistiamo impotenti è la contrapposizione di due nazionalismi. Quindi è il nazionalismo che va superato.
    Per intenderci, stravolgo la domanda. Cosa farebbe Spinoza?

  2. md Says:

    @rozmila
    Spinoza, che guarda caso è stato accoltellato, si è ritirato a pensare. Ha avuto amici potenti che, forse, lo hanno protetto – anche se ha rifiutato il loro denaro (per lo meno in gran parte).
    Però aveva un luogo dove andare. I dannati di Gaza – un milione e mezzo in una striscia – no. E gli israeliani impediscono loro anche di pescare. E questo non è nazionalismo, è sopravvivenza.

  3. md Says:

    (tra l’altro tutto quel che accade laggiù, come un po’ ovunque ormai, non è “naturale”: in “natura” è ammessa la via di fuga. Nell’inferno creato dagli umani, no)

  4. md Says:

    …e a proposito di amor proprio e amor di sé, magari è una distinzione di lana caprina (anche se era stata fatta da Rousseau), ma forse è vero che è il primo (che guarda solo a sé ad esclusione di ogni altro) a generare narcisismo, accumulazione, nazionalismo, etnocentrismo – laddove l’amor di sé è amore di sé in quanto riconosce anche l’altro da sé. Ma presuppone un riconoscimento, non una negazione. Se un qualsiasi vivente è negato credo proprio che – spinozianamente – abbia un diritto assoluto (naturale? ontologico) a resistere e ad affermare la propria esistenza – non certo le proprietà o le protesi di sé.
    Certo, c’è la questione del come o del modo – ed anche delle prospettive da essi derivanti. Spesso, però, i resistenti non hanno una vasta gamma di scelta.

  5. rozmila Says:

    Indubbiamente questo riconoscimento dell’altro non c’è stato.
    È fuor di discussione che l’errore madornale è stato fatto all’inizio, quando è stato sancito lo stato d’Israele, nella modalità in cui è stato fatto, spartendo i territori. E poi da lì, l’escalation a fasi alterne che non ha fatto che confermare l’errore iniziale. Bisognava creare una diversa forma di convivenza sociale, come uno stato federale. La Arendt aveva previsto che gli ebrei avrebbero vissuto “circondati da una popolazione araba interamente ostile, appartati all’interno di confini sempre minacciati, assorbiti in una auto difesa fisica a un livello tale che avrebbe sommerso tutti gli altri interessi e attività”.

    Certo è che al punto in cui si sono deteriorate le cose, è difficile anche da immaginare, ma ancora adesso l’unica via possibile dovrebbe essere politica, consiste nell’emendare l’errore iniziale.

    Non lo si è voluto, non lo si vuole fare? E allora è l’inferno, sarà l’inferno, e sarà quello che si sarà voluto. Si dirà che la responsabilità maggiore è degli israeliani, che sono stati protetti e spalleggiati da potenze straniere. La storia la conosciamo. Quello che però una parte non riesce a comprendere, è che di fronte a forze superiori la possibilità di sopravvivere è altamente improbabile. E quello che dall’altra parte non si vuole ammettere, è che l’intera situazione non conviene nemmeno a loro. Oppure c’è anche chi capisce benissimo, ma non riesce a farsi sentire. Perché ognuno sente solo le proprie ragioni, che sono le ragioni dell’odio che si è ramificato sovrastando e soppiantando ogni altra cosa.
    Bisogna tagliare l’odio alla radice, non c’è altra possibilità di soluzione.
    Detto questo, non riesco lo stesso a giustificare la violenza, che non porta da nessuna parte se non nello sprofondo.
    La cosa preoccupante, la mia impressione, è che si è persa ogni speranza che una qualche azione politica possa servire a qualcosa. Non c’è più azione politica, basta è finito. È chiuso il discorso e inizia la violenza. Ma non da oggi, o da ieri, lo sappiamo.
    Quindi, via libera a qualsiasi azione personale, il primo che passa che accoltella il primo che passa, guerra assoluta e senza quartiere.
    Tu la chiami resistenza. Io la chiamo follia. Il problema, è che se poi vengono giustiziati sul posto, è anche difficile dire “poverini” a chi ha messo in atto azioni indubbiamente poco opportune.
    Se io fossi palestinese, me ne andrei via. Punto. Questo varrebbe a dire amare se stessi abbastanza da non essere coinvolti in una storia di merda. Essere palestinese, in fondo non ha un gran significato, non lo dovrebbe avere. Questo appartenere a un popolo, potrebbe essere un capitolo chiuso. Ha fatto il suo tempo. Ora il tempo è scaduto.

  6. md Says:

    Come non darti ragione su tutta la linea, rozmila;
    anche se:
    -dove potrebbe andare oggi un palestinese, se non a fare compagnia ai tanti disperati allo sbaraglio tra Mediterraneo e frontiere rinazificate dell’Est? (quando invece, un tempo, quando il mondo arabo non era deflagrato, esisteva almeno un’emigrazione palestinese solidale, fatta di studenti universitari, quasi fosse un risarcimento per le ingiustizie subite… diversi ne avevo conosciuti a cavallo tra anni ’80 e ’90, specialmente medici e ingegneri)
    -mi sento profondamente un senzapatria, un apolide, ma suppongo sia molto più facile esserlo per chi uno straccio di “patria” l’ha avuta

  7. IL DELFINO Says:

    Quando si affronta la problematica paletinese, ponendosi aprioristicamente dalla parte degli attuali oppressi, si commette sempre l’errore di non tener conto dell’inizio di questa tragedia.
    Sono stati gli arabi a non accettare sin dal primo momento la presenza di uno stato israeliano lì dove fu permesso dalle autorità internazionali (dunque, legalmente). Peraltro, la terra concessa era stata di fatto conquistata con il lavoro e la volontà di coltivarla, nonostante l’aridità della zona.
    In parole povere i paesi arabi non hanno mai accettato la possibilità stessa dell’esistenza di uno stato israeliano. Se ne avessero la possibilità, sterminerebbero gli ebrei in un solo giorno!
    Bisogna, poi, sottolineare come i palestinesi stessi siano stati sempre usati e sfruttati dai paesi arabi limitrofi con lo scopo (disumano) di creare una perpetua vertenza con lo stato d’Israele con lo scopo recondito di arrivare alla sua distruzione.
    I palestinesi, loro malgrado, sono il classico e tragico esempio di una guerra di confine il cui scopo non consiste affatto nella salvezza di un popolo e nel porre termine alle sue sofferenze ma, al contrario, nell’uso dello stesso per puerili ragioni di stato e di religione.

  8. rozmila Says:

    @ md:
    Perché, è facile vivere in quel modo? morire in quel modo?
    Non possono andare in un altro posto? Vero. Se non possono andare altrove, sono costretti a vivere a fianco a fianco.
    Come? Continuando a sbattere la testa contro il muro sperando che si rompa, e ritrovarsi con la testa rotta e il muro sempre più grosso? Pensano davvero che si possa davvero risolvere qualcosa in quel modo?

    Secondo me, insieme alla prima domanda – cosa faresti se fossi palestinese?
    c’è un’altra domanda che bisognerebbe porre – cosa faresti se fossi israeliano?
    Ma ce n’è un’altra ancora – cosa fareste se non foste né l’uno né l’altro?

    Secondo me bisogna cercare di rispondere alle tre domande, non a una sola.

  9. md Says:

    Naturalmente la questione palestinese scalda sempre gli animi, aizza le passioni, ottenebra le ragioni, spezza i cuori – degli uni e degli altri – e di tutti quanti. È ormai dalla prima intifada (proprio in questi giorni, nel 1987) che lo vivo personalmente nelle infinite discussioni (ed azioni e manifestazioni) avute con centinaia di persone – ed anche a Gerusalemme, a Nablus, a Ramallah (purtroppo meno con gli israeliani, che ci trattavano come amici dei terroristi).
    Conosco molto bene la storia, anche da prima delle varie risoluzioni e guerre (gli israeliani, prima di essere tali, furono anche terroristi anti-inglesi).
    Sulla legalità internazionale, che dire? Temo piuttosto che all’origine vi sia la cattiva coscienza occidentale post-shoah – e la cattiva coscienza è sempre cattiva consigliera.
    La nazione araba? colpevolissima, si sa – il settembre nero non è certo stata opera degli israeliani, ecc.ecc.
    Su Israele dico solo una cosa: chi ha maggiore potenza ha maggiore responsabilità.
    Dopo di che, di domande se ne possono fare migliaia, di dubbi se ne possono avere altrettanti – ma temo di non avere le risposte, di sicuro non quelle risolutive. Anche perché noi stiamo comodamente scrivendo dalle nostre tastiere, senza bombe in testa o fendenti per strada…

  10. rozmila Says:

    Ma che colpa ne abbiamo noi?
    e che colpa ne hanno le nuove generazioni che sono nate e abitano in quei luoghi?
    I leader palestinesi, che hanno annunciato che “questa intifada continuerà fino alla liberazione di Gerusalemme, della Cisgiordania e dell’intera Palestina. Sosterremo l’intifada di Gerusalemme col nostro lavoro e col nostro sangue”, sono pazzi criminali che fanno propaganda al terrore e alla violenza comodamente seduti nei loro salotti o dal pulpito delle loro moschee, e che mandano al massacro dei giovani innocenti.
    Perciò, se io fossi palestinese non mi schiererei per nessun ragione al mondo con quei pazzi criminali.
    Se però fossi israeliana, farei disobbedienza civile; meglio la galera che prestare servizio nell’esercito.
    Ma siccome sono qui a scrivere comodamente sulla tastiera, non mi schiero né con gli uni né con gli altri, ma unicamente per la pace e per la risoluzione del conflitto.
    Sarà utopico, ma se fosse possibile, bisognerebbe cercare di rimettere insieme due delegazioni delle parti opposte, chiuderli in una stanza e non farli più uscire finché non hanno trovato la soluzione per venirsi incontro e mettersi d’accordo.

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