“Sfigati”, nichilisti e perdenti radicali

Fabio Marigo, Sbocco nichilista

Fabio Marigo, Sbocco nichilista

In mezzo alla massa di commenti, interviste, opinioni, rassegna stampa e quant’altro ogni mattina mi piove addosso dalla radio, mentre compio i riti e i gesti automatici con i quali apro la mia giornata – mi capita quasi sempre di recepire qualche pensiero un po’ più aguzzo di altri, votato a stimolare ulteriori ragionamenti e ad allargare gli scenari, anziché restringerli al trito e ritrito o al chiacchiericcio e alla retorica tipica dei politici. Questa mattina, ad esempio, credo un giornalista della Stampa avvertiva sul rischio molto pericoloso che si corre di una sorta di estetizzazione del terrorista, di offrirne una sua visione eroica, anche se in negativo, quasi fosse un “principe del male” – immagine che sarebbe per lo più distorta, poiché si tratterebbe in gran parte di “disadattati”. Non è un elemento da sottovalutare, specie pensando che tali “icone” possono diventare a loro volta (anzi, lo sono già) dei punti di riferimento per determinati soggetti di fasce disagiate della società: e qui il suddetto giornalista se ne esce col termine “sfigati” (orripilante ma ormai di largo uso popolare) – quelli che un tempo si definivano un po’ genericamente “sottoproletari”.
Mentre ascoltavo queste osservazioni, mi rampollavano due pensieri: il primo, piuttosto ovvio, ma rimosso dal ragionamento dell’intervistato, che ci si dovrebbe semmai chiedere (evitando quel finto stupore del post-festum) perché una società cosiddetta avanzata continui pervicacemente e sistematicamente a produrre quelle categorie sociali così turpi (sfigate, disadattate, incolte, “feccia”, marginali e quant’altro).
L’altro pensiero, invece, riguardava una figura sociale (con connotazioni psicologiche precise) che Hans Magnus Enzensberger aveva tratteggiato alcuni anni fa, col nome molto riuscito di “perdente radicale”. E così, poiché mi pareva di aver recensito a suo tempo il saggio nel quale ne parlava, cerco su questo blog e trovo un post risalente al 2007, nel quale sintetizzavo così il pensiero dell’intellettuale tedesco in proposito:

«Il perdente radicale di Enzensberger è la figura del vinto, di colui che abita il nostro tempo e che però non se ne sente parte, e che per questa esclusione matura una decisione drastica e ultimativa: poiché è già fuori, tanto vale farsi fuori fisicamente portando fuori con sé tutto ciò che è possibile, in termini di vite umane e di simboli. Il perdente radicale è il combattente nazista ieri e il terrorista islamista oggi, ma non solo: il padre che stermina la famiglia, il fanatico ideologizzato che mette il fine sopra ogni cosa, il fondamentalista, la vittima assoluta, umiliata e rancorosa in genere. La nostra è una società che per come è organizzata non può non produrre in continuazione “vinti” e perdenti radicali, e, appunto, non ci si può far nulla, ci si deve convivere: questa l’amara conclusione di Enzensberger».

Potremmo definire queste figure anche come “nichiliste” – e il nichilismo insieme al narcisismo estetizzante è uno dei tratti essenziali del nostro tempo: tanto è vero che subito dopo l’intervista di cui sopra, ascolto la voce accorata ed insieme molto lucida di un sopravvissuto alla strage (che se non ho capito male era il fidanzato della donna che fingendosi morta era riuscita a raccogliere le ultime voci e gli ultimi pensieri dei morenti del Bataclan), e gli sento denunciare una cosa terribile, e cioè che subito dopo la strage c’erano persone che riprendevano con lo smartphone le scene, i morti e i feriti.
Occorrerà dunque giungere a più profonde analisi e a più larghe sintesi del male (o dei mali) radicali che ci attanagliano – ovvero di quel che mina alla radice la nostra convivenza sociale (o anche ciò che ci fa essere quel che siamo), quella che talvolta con enfasi definiamo “civiltà”: e potremmo tragicamente scoprire che la minaccia non ha solo il nome o il volto inquietante dei corpi-bomba.

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23 Risposte to ““Sfigati”, nichilisti e perdenti radicali”

  1. Neda Says:

    Hai ragione: ho visto che hanno trasmesso in un TG anche un video, tratto da internet, su come i terroristi vengono formati, su come possono finanziarsi ed armarsi, così ci saranno adolescenti di poco cervello e mal seguiti dalla famiglia che ora se lo cercheranno, perché a quell’età sono (non lo siamo stati anche noi alla loro età?) affascinati dalla trasgressione.

    Hai mai notato che è solo da quando la TV si precipita a seguire i funerali dei fatti più eclatanti che la gente applaude? Cosa c’è da applaudire di fronte alla morte e al dolore dei familiari? Ed è solo in questi tempi che tutti vanno a fotografare i luoghi delle tragedie e non credo che i lumini e i fiori ci sarebbero in questi luoghi se non ci fosse chi lo testimonia con video e TV.

  2. Davide Di Tullio Says:

    Intervento molto brillante, come sempre. Io credo che la nostra società permeata fino al midollo da una mentalità riduzionista, trovi nelle definizioni nette ed inequivocabili (almeno il suo punto di vista) lo stratagemma per escludere dal suo mondo tutto ciò che ritiene indigerebile, secondo i suoi canoni (anche estetici). Cosi sprofondiamo mestamente in una realtà dialettica (e non dialogica) in cui o sei dentro o sei fuori. Il risultato è una società sempre meno inclusiva e sempre più esclusiva (in tutte le accezioni in cui questo termine si declina). A queste condizioni l’isolamento prima e lo scontro poi sono inevitabili. Per quanto ancora ci affanneremo a combattere per difendere le nostre “passioni tristi”?

  3. Paolo Reale Says:

    Ciao Mario, bellissima la conclusione del tuo post.
    Posso solo dire che mi sembra che lo spazio e il tempo si stiano piegando su se stessi. Sembra che non siamo mai usciti dal medioevo, che siamo cioè ancora lì, che semplicemente abbiamo cambiato vestiti e nascosto sotto il tappeto tutto ciò che non vogliamo vedere, di quando in quando però, questo putridume esonda per strada, ricordandoci che il percorso di civiltà non è fatto di macchine sportive e Iphone.
    Più in generale però, il concerto che la tecnica e il capitale hanno suonato fino ad oggi, è quello di avvicinare in maniera forzosa gruppi di persone che vivono in epoche storiche diverse per imporre loro un confronto impossibile, ma non sta funzionando ed è sotto gli occhi di tutti!
    Se confronti un fiero guerriero masai con un gangsta rapper ti accorgi subito del risultato, prendi un uomo di colore mettilo nel frullatore per trecento anni con un italo americano pieno di catene d’oro, un giocatore di baseball più un cowboy e quello che ne esce è questo, un deficiente col cappellino, la pistola e la catena, cioè una subcultura (per altro prontamente inglobata dal capitale).
    Dobbiamo cominciare a considerarlo, anche se ci fa piangere ed in parte dà ragione alle culture della peggior destra, questa convivenza forzata tra popoli sta avvenendo male e troppo velocemente, e ad oggi non sta funzionando affatto, aggiungo che con buona pace dei radical chic questa babele multietnica di gente diversa che suona i bonghi e vive felice tutta assieme non si è proprio vista e non si vedrà mai!
    La favoletta dei poveri del mondo sfruttati che tornano a chiedere il conto, così ben propagandata dai media, spiega la situazione dei barconi, ma non è tanto solida quando si tratta di spiegare l’80 per cento dell’immigrazione reale, e cioè gli enormi flussi migratori odierni che avvengono con piena disponibilità di mezzi (basti pensare ai cinesi). La verità è che stiamo andando tutti in cerchio come api impazzite, ma ad ogni giro di giostra scompare una sedia…e sono quasi tutte finite.

    Certo nella mia equazione manca la guerra, la guerra schifosa che facciamo ai paesi che nei modi più scellerati finiscono poi per ribellarsi. Intanto i nostri media parlano delle nostre carneficine e non delle loro e lo schifo che la Francia colonialista ha fatto in medio oriente, oggi ha solo una scusa più solida per poter peggiorare.
    Il risultato è che hanno aderito tutti con maggior forza alla guerra capitanata dai soliti cow boy.

    Mi chiedo come venivano chiamati i partigiani piemontesi sui giornali tedeschi dell’epoca, forse terroristi, chissà. In definitiva come mi ha detto una vecchietta stamattina “un morto è un morto”, ma un morto che muore in un posto dove nessuno è lì col telefonino o la telecamera a registrare…è poi morto davvero?

  4. md Says:

    Trovo che i vostri interventi siano forieri di ulteriori (necessarie ed ampie) riflessioni da fare.
    In particolare sulla dinamica inclusiva/esclusiva – e sul fallimento (per lo meno in questa fase) della mescolanza forzosa su scala globale. Del resto se vuoi far girare come trottole impazzite le merci, il denaro e le informazioni, non puoi aspettarti contiguità sensate o umani armonizzati.

  5. md Says:

    E così come c’è una radicale inadeguatezza da risolvere tra potenza tecnica e comportamenti etici (un apparato dalla velocità incontrollabile contro ritmi evolutivi della specie molto più lenti), credo ci sia anche una radicale inadeguatezza dei singoli di fronte all’apparato informativo della rete globale. Siamo frullati, risucchiati e risputati senza manco accorgercene.

  6. rozmila Says:

    Certo che far strage di fotografie dev’essere una “cosa terribile”!
    Talmente terribile che a confronto, le stragi compiute coi kalašnikov … cosa vuoi che siano.
    Te lo dico con ironia, md.: far fotografie, anche in una situazione simile, a me non pare nemmeno lontanamente paragonabile, avvicinabile o denunciabile fra le “cose terribili”. Per come la vedo io, quando quella ragazza si è rialzata fortunatamente incolume, evidentemente sconvolta, ha fatto la cosa magari più stupida, che potremmo interpretare come un riflesso condizionato, ma pur sempre innocuo.

    Del resto siamo nella civiltà dell’immagine, e anche i terroristi dello stato islamico utilizzano benissimo il mezzo per la persuasione di massa, con ben altri scopi.

  7. md Says:

    @rozmila
    Beh, io invece trovo altrettanto preoccupante che ci si metta a riprendere l’orrore, per poi magari condividerlo sulla propria pagina facebook. È un’umanità che m’inquieta non meno dell’altra (che qualcuno chiamerà barbara o disumana, non meno comunque di quella di tutti i guerrafondai, dai tagliagole ai programmatori dei droni, indistintamente).
    Dopo di che, sono anche in grado di stabilire distinzioni e differenze o di fare classificazioni.

  8. md Says:

    (ad ogni modo era proprio uno dei sopravvissuti alla strage del Bataclan a fare questa considerazione, che condivido)

  9. Paolo Reale Says:

    il paragone è una categoria pornografica.

  10. Paolo Reale Says:

  11. rozmila Says:

    @ md:
    non dubito sulla tua capacità di fare distinzioni. Potremmo concordare che è l’umanità intera ad essere inquietante e a preoccuparci?
    Voglio sottolineare ciò che per me è preoccupante ora: ossia una più o meno velata tendenza a intravedere, da più parti, nella catena di cause ed effetti, una quasi giustificazione all’agire terroristico.
    Come a dire: se *loro* sono disumani, se hanno comportamenti talmente distruttivi, è perché lo siamo anche *noi*. Che, anzi, forse lo siamo anche più di *loro*. O abbiamo cominciato prima, eccetera, eccetera.
    Come se *loro* non avessero alcuna responsabilità, come se le *loro* azioni non fossero altro, sempre e comunque null’altro che reazioni al *nostro* agire.
    Come se le responsabilità fossero solo e unicamente dell’Occidente – che di errori ne ha fatti tanti, indubbiamente; ma non si può nemmeno dire che ad oriente ci siano solo candidi agnellini.
    Il risvolto osceno di un tale discorso, che ha solide radici nel senso di colpa occidentale, temo sia speculare alla deresponsabilizzazione dell’Altro.
    L’Altro è l’eterno bambino al quale concediamo di non crescere, ossia di non maturare un proprio senso di colpa?
    A ben vedere, in termini individuali è la stessa dinamica maligna che impedisce ai “perdenti radicali” di maturare un’etica compassionevole, e che non divida il mondo tra *noi* e *loro*.
    Ma, quel particolare perdente radicale, “colui che abita il nostro tempo e che però non se ne sente parte”, in fondo non sono molto sicura che desideri effettivamente abitare il *nostro* tempo, o che al momento possa esistere un tempo comune.
    Quando guardo a quella parte del mondo islamico immerso in una ideologia criptoteologica totalitaria, pare proprio che la cosa stia così.
    E se devo essere sincera, devo ammettere che, pur nell’imperfezione del tempo in qui viviamo ora, sarebbe un incubo dover precipitare o essere trascinati in quel passato remoto.
    Ad esempio, non credo che si possa sostenere che il mancato sviluppo del mondo arabo dipenda unicamente dalle politiche occidentali. Idem lo scisma tra sunniti e sciiti, eccetera.

  12. Davide Di Tullio Says:

    @ rozmila se posso permettermi di intervenire in coda al tuo intervento, io non credo che nessuna mente equilibrata si sia mai sognata di giustificare, nel senso stretto del termine, la reazione più meno scomposta dell’islam “estremista” somatizzata in un fenomeno di terrorismo che pare essere sfuggito di mano (almeno dall’11 settembre 2001 in poi). Piuttosto quello che si cerca di fare (mi auguro) e comprendere le cause profonde di un fenomeno che noi occidentali fatichiamo a comprendere. Appare cosi lapalissiano che coloro che ammazzano in nome dell’Islam hanno una responsabilità enorme, ma è altrettanto vero che non possiamo pensare di comprendere e sconfiggere un fenomeno con il metro della mentalità occidentale, per il semplice fatto che viviamo in mondi contigui fisicamente ma lontani ideologicamente. é lo stesso errore che si compie quando opportunisticamente si andava ad “esportare” democrazia. Il concetto di “sviluppo” poi è essenzialmente occidentale. Non credo che una tribù di Indios ammazzonica o di Sioux avessero il senso (e di conseguenza) la necessità di questa parola. L’esempio è certamente un pò provocatorio, anche perchè la storia del medioriente è molto più vicina a quella europea di quanto può esserla quella di un popolo precolombiano. tuttavia credo che il sostrato ideologico sia lo stesso. Porre la nostra civilità al centro del mondo come la migliore possibile. Lo è per me, per te, per molti altri. Ma non per tutti. Questo un buon diplomatico lo sa. Federico II di Svevia, sovrano sanguinario in casa, ma abilissimo diplomatico, lo avevavo capito, tanto di farsi amico il sultano che cui lui stesso avrebbe dovuto combattere. Non una goccia di sange.

  13. md Says:

    E di fatti credo che ci stiano piovendo addosso – inevitabilmente – le conseguenze dell’avere voluto stringere a maglie strette (capitalisticamente e culturalmente strette) l’intero globo. Sussumere le differenze (talvolta incomunicanti) sotto un unico codice, sia etico che conoscitivo.
    Far precipitare ritmi storico-evolutivi diversi (nei quali talvolta non c’è nemmeno la categoria di “sviluppo”, come ben ci fa notare Davide) in un unico corso. Ma “la fine della storia” ci si è rivoltata contro.

  14. md Says:

    (beninteso, lo stesso tentativo in passato lo hanno fatto anche gli Abbasidi o i vari imperi musulmani che per un millennio si sono succeduti, tra Baghdad e Damasco; e magari, tra un po’, torneranno a farlo i cinesi – l’etnocentrismo è una categoria tanto universale quanto transeunte)

  15. rozmila Says:

    @ Davide: preferirei essermi sbagliata. Purtroppo, a parte che non abbiamo a che fare soltanto con menti equilibrate nemmeno qui, mi pare che nel mondo islamico la simpatia per l’IS sia piuttosto diffusa. Che difatti l’IS incarna lo spirito di vendetta e di rivendicazione dei popoli oppressi e massacrati negli ultimi decenni dalle guerre scriteriate degli americani in primis, intraprese nel tentativo di sconfiggere il terrorismo ottenendo l’effetto opposto e contrario.
    Per il resto, dovresti spiegarmi come si fa in quest’epoca globalizzata, a tenere separati i popoli e le culture coi loro “tempi” diversi.
    Qualcuno dovrebbe spiegarmi, anche nel caso desistessimo dal voler esportare la *nostra*democrazia o i nostri modelli culturali, che però viaggiano in rete alla velocità della luce, cosa impedirebbe loro di esportare le *loro* ideologie criptoteologiche totalitarie. Senza contare che se da una parte disprezzano certi aspetti la *nostra* cultura, rivendicando il diritto alle *loro* tradizioni, d’altra parte non disdegnano affatto lo sviluppo tecnologico creato dall’occidente, che anzi lo importano a piene mani, armi comprese (e noi cretini che gliele vendiamo). Come non hanno disdegnato i petroldollari, che hanno usato per costruire cattedrali nel deserto, invece di migliorare la condizione dei loro sudditi – i quali, i più evoluti, appena possono si rifugiano qui da noi.
    E infatti quando parlavo di sviluppo, mi riferivo soprattutto allo sviluppo culturale, che ovviamente dipende dalla storia che abbiamo attraversato, e dei diritti che abbiamo conquistato. È chiaro che non possiamo essere uguali. Noi abbiamo avuto la rivoluzione francese, l’illuminismo, eccetera. Loro, dopo Avicenna, il deserto. E ancora adesso qua e là e molto spesso la loro cultura si concentra nella parola di un unico libro: il corano. Certo che per loro non può esistere la democrazia come la intendiamo noi, ma soltanto la teocrazia. C’è poco da stupirsi, allora, se le primavere arabe sono andate a pallino, se sono rapidamente risprofondate nel totalitarismo, peggio e più di prima. A loro sta bene così? Se la/le/lo tengano.
    Sto intenzionalmente interpretando la parte di una che considera la propria cultura più evoluta di altre, almeno per certi aspetti. Ma, sinceramente, @Davide e md.: per voi non è così? Sareste disposti a cambiare in peggio?
    Certamente non glielo diremo, ma, detto fra noi e fuori dai denti, caspiterina se è così!
    Per questo, basterebbe ricordare che il mondo islamico non ha adottato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (del dicembre 1948), ispirata a valori europei universali e non religiosi, ma ha invece proclamato la Dichiarazione del Cairo sui Diritti Umani (nel 1990), i cui articoli si conformano interamente ai precetti della shari’a. E le leggi della sharia dànno forma a una società che contraddice in quasi ogni ambito lo stile di vita occidentale. Questo è vero non solo per l’eguaglianza di genere e della libertà sessuale, ma è vero anche per la politica, la religione, l’educazione, la scienza. Eccetera.
    Mi rendo conto che ci sia una buona dose di arroganza nello stilare una dichiarazione “universale”, che però universale non è. Certo è che in ogni epoca il popolo dominante impone la propria visione del mondo. Non vorrei mai, però, che possa venire imposta la shari’a.
    Il problema, è come possono coesistere e convivere a fianco a fianco delle realtà così diverse; e come si può essere tolleranti verso l’intolleranza. O anche solo condiscendenti.
    E, detto ancora fuori dai denti, l’islam radicale, o non secolarizzato, nella sua natura intrinseca è una religione illiberale, sessista, omofobica, classista, teocratica, oscurantista, antiprogressista, fondata sulla guerra (come tutta la vita di Maometto)! Come diavolo si fa, a sinistra, a divenirne i difensori d’ufficio?

  16. md Says:

    Molto pericolosa questa china dicotomica, e ahimè “fallace”, ed è esattamente quel che sperano i jihadisti. Noi / loro. Grazieaddio (anzi a nessun cavolo di dio) la realtà è più complessa ed incomprimibile. E, soprattutto, modificabile. Non certo a suon di bombe.

  17. rozmila Says:

    Molto pericolosa perché?
    Perché esprimo dei dubbi? Perché i miei dubbi non sono uguali a quelli che hai tu? Come se i tuoi dubbi o preoccupazioni fossero legittime e le mie no? Che del resto ti limiti ad etichettare questi dubbi e preoccupazioni come “fallaci”, intendendo evidentemente l’Oriana? Ah grazie. Grazie per lo sforzo. Anche se avrei preferito delle risposte circostanziate.
    Ad esempio su come sia possibile scambiare opinioni e convivere con persone che non ammettono altra visione del mondo che il proprio. Dimmi, sinceramente, se tu potessi vivere in quei luoghi, in quel mondo.
    O forse preferiresti che nascondessi questi dubbi? O che mi conformassi ad un pensiero unico? Ad esempio il tuo?
    Però è vero che la dicotomia è pericolosa. La divisione fra *noi* e *loro* è il primo degli otto stadi che conducono al genocidio. Se non che, causa la sintesi del linguaggio, siamo costretti a ragionar per categorie, cosa per cui esistono gli arabi e i francesi, gli italiani e gli americani ecc., anche se quasi tutti quanti siamo compresi nella categoria “umana”. Finché lo siamo, finché restiamo umani. Ma quando non lo siamo più? O non lo siano ancora? Allora, solo allora possiamo essere distrutti, annientati. Polverizzati. Suvvia, è una storia già vista.
    Per fortuna, anche se magari solo pro-forma, nell’occidente laico esiste la possibilità del multiculturalismo, e la libertà di opinione. Per ora. Almeno finché non saremo costretti ad aderire al pensiero unico – qualsiasi esso sia. Senza contare che le ultime vicende ci indurranno a limitare le nostre libertà – che è anche ciò che i jihadisti sperano.
    Detto questo, quei “perdenti radicali” io li considero alla stessa stregua dei malati psichici. E invero non vedo molte differenze fra loro e i ragazzi che vanno nelle scuole a fare stragi. La differenza è che questo non è più soltanto una malattia individuale, ma collettiva, dove la religione assunta come codice morale esteriore, calato dall’esterno e dall’alto, impedisce l’elaborazione di un’etica originale, individuale e creativa, che abbia origine dall’intimità della psiche.
    Ma penso anche che tutta questa faccenda è la cosa peggiore che potesse capitare all’Islam. Certamente noi dovremo rivedere le nostre radici, del male o della malvagità, per quel che sono, ma nello stesso tempo senza farci ossessionare dal senso di colpa. Così come l’Islam, spero proprio abbia la possibilità di rivedere le proprie, e magari assumersi le proprie responsabilità.
    Mentre, per quanto riguarda la realtà modificabile, ho sempre visto la realtà modificarsi, ma purtroppo sempre in peggio. E difatti mi aspetto il peggio. Vorrei sbagliarmi, ma il peggio addavenì.

  18. md Says:

    @rozmila: vedo che mi fai dire cose che non ho detto e argomentare cose che non ho argomentato.
    1) La china pericolosa è proprio quella che reputa la “nostra” civiltà superiore alla “loro” (anche se “per certi aspetti”): dovremo “loro” spiegare che la nostra dichiarazione universale dell’uomo giustifica il milione di morti in Irak, per averli liberati da un feroce dittatore ed avere esportato la “nostra” democrazia.
    Ahimé, tutte queste categorie (“uomo” – sia esso islamico od occidentale – “universale”, “noi”, “loro”, “civiltà”) si infrangono nei dettagli, nel particolare. Infrangi oggi infrangi domani, rompi oggi rompi domani, e i diritti universali restano belle parole su carta.
    2) La china pericolosa è la semplificazione, funzionale alla guerra – ed era il manifesto di Oriana Fallaci che non aveva alcun dubbio nel ritenere noi Occidentali il sale della terra, e i musulmani quelli che invece “inzuppano la terra” (ricordo bene questa espressione orribile e nazista, che detta da un’antifascista mi fece particolare impressione);
    3) Non so quali musulmani tu conosca qui in Italia, quelli che vedo e frequento io non sono “loro”, sono tra noi, né più né meno che tutti gli altri. C’è chi è tradizionalista e chi illuminato, chi democristiano (o demoislamico) anni ’50 e chi in rotta con le famiglie patriarcali. Quel che non vorrei mai è che il noi/loro faccia proprio il gioco del radicalismo islamico. Esso è minoranza nel miliardo e mezzo di musulmani. E il miliardo di cristiani non è che siano poi tutti così illuministi, tolleranti e libertari.
    Il peggio addavenì? Può essere. Ma non dimentichiamo mai che il nazismo e la seconda guerra mondiale e le due atomiche sganciate (uno dei picchi peggiori della storia umana di sempre) sono roba quasi tutta “nostra” e piuttosto recente, se “nostra” deve proprio avere un senso. Magari un bel bagno di storia e di memoria (e un po’ meno di rincoglionimento generale a suon di democraticissimi consumi) potrebbe evitare il bagno di sangue a venire.

  19. Paolo Reale Says:

    Se qualcuno fosse d’accordo con la premessa che questa convivenza forzata tra popoli sta avvenendo male e troppo velocemente, le domande che pongo sono queste: È inevitabile vivere tutti assieme in un unico contenitore occidentale? In natura succede per caso che ci siano mandrie di 6 miliardi di gazzelle che vivono tutte nello stesso posto, solo perché si riconoscono tra di loro in quanto gazzelle?
    Tutti vicini in questo mondo in cui la percezione del fatto che siamo in tanti è data solo dal modello urbanistico delle città ormai antiquato e insostenibile (perché la verità è che siamo tanti solo lì) quando ci concentriamo come mosche intorno al miele marcio che esce dalle fabbriche e dalle banche. È inevitabile come il paradigma della crescita infinita, questa convivenza forzata tra popoli che vivono in epoche diverse? È inevitabile che noi si torni indietro nel tempo per trascinare per i capelli gente che avrebbe pieno diritto di scoprire valori propri (e magari miglior dei nostri) crescendo coi propri ritmi, per portarli in un futuro che noi pensiamo essere il migliore per tutti? Dove l’unica cosa a cui si punta è la creazione di un consumatore culturalmente e spiritualmente deficiente?
    La vera guerra forse la stiamo combattendo, avendola cominciata noi e sottolineo noi (perché spero non dobbiate aspettare il film di Oliver Stone per capire che 11 settembre e armi di distruzione di massa erano una minchiata planetaria) contro chi non ha ancora aderito alla religione degli schermi, la vera guerra che l’occidente sta combattendo la sta combattendo contro chi non accetta il denaro come generatore unico di tutti i valori (simbolici e non). La vera guerra ancora una volta e ancora di più, la stiamo combattendo contro chi ha l’olio nero, quindi forse, il miglior esempio che potrebbe dare un paese qualsiasi in questo momento, è emanciparsi proprio da quel maledetto petrolio per dimostrare a tutti gli altri che si può vivere anche senza marcire dentro e far marcire tutto quello che si ha intorno…e che le persone e tutto l’esistente non si fermerebbero come burattini meccanici che hanno finito la carica.

  20. rozmila Says:

    Sulla guerra in Iraq e il tentativo di esportare la democrazia c’è stato persino il pentimento di Blair – quindi figurati io, che tendenzialmente sono pacifista. Ma è tutto molto complicato, molto complicato.
    Di musulmani non ne conosco molti, non mi capitano molte occasioni. Qualche giorno fa durante un viaggio in treno ho chiacchierato in una stazione deserta con un giovane uomo che non era italiano, ma non gli ho nemmeno chiesto di che nazionalità fosse. Che differenza c’è? Stava aspettando la sua fidanzata, italiana, ed era molto gentile. Poi al ritorno ho dato un passaggio a un ragazzo, forse indiano o pakistano, dalla stazione fs alla nord, perché pioveva a dirotto, ed era un bel pezzo da fare a piedi. Per quel che mi riguarda non mi interessa un fico secco della religione di chicchessia, perché ritengo che la religione sia un fatto privato. Ma devo pur rendermi conto che non è così per tutti.
    Quindi immagino che, come ci sono bravissime persone – ed è certo che sono tra noi come tutti gli altri – potrebbero esserci anche dei potenziali terroristi, che ovviamente non ce l’hanno scritto in faccia: “sono affiliato all’IS”, o “sono un terrorista”. Come nessuno ha scritto in faccia la religione a cui aderisce o le idee in cui crede, che finché non fa male a nessuno ognuno è libero di credere quel che vuole.
    Ma è anche vero che, rompi oggi rompi domani, anche dell’Islam pacifico possono restare solo belle parole retoriche scritte sulla carta o di circostanza; come sentiamo dire in questi giorni, ossia il ritornello che l’Islam è una religione di pace. Che anche quella cristiana, per secoli: la spada, altro che pace. Fatto sta che non c’è stato nemmeno un simpatizzante Isis che è stato denunciato dai loro amici. E del resto, se sono loro amici … ma, come fanno gli amici dei miei nemici ad essere miei amici?
    Le cose sono le parole con cui le definisci – si diceva ieri – ma, se tu un serpente lo chiami gatto e poi cerchi di accarezzarlo come fai col gatto, quello ti morde e muori. E se tu credi che qualcuno è tuo amico, e invece non lo è, idem.
    Potremmo ammettere che la religione è largamente strumentalizzata, e che le “ragioni” del terrorismo sono tutte di matrice geopolitica, e che quindi (forse) generalmente non fanno attacchi terroristici contro gli infedeli, ma contro gli invasori; ma forse sarebbe anche un errore ridurre la portata del valore religioso di questa organizzazione criminale.
    Ovviamente non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di generalizzare la categoria del nemico su un’intera civiltà, stigmatizzarla soltanto perché questa condivide la stessa religione, ma di aver ben chiaro che un nemico, ahinoi, esiste e diventa reale quando uccide e fa stragi.
    Ma a questo punto, potrebbe cadere a fagiolo l’obiezione, che i guerrafondai hanno fatto un milione di morti in Iraq. Che ne dici? In ragionamento non fa una piega. Occhio per occhio o pan per focaccia?
    A me questo ragionamento fa cagare. Cerca di spiegarmelo, se puoi, perché c’è qualcosa che non mi torna.
    Se è vero che è stata una gran porcata uccidere i civili nella guerra dell’Iraq, è altrettanto una porcata far strage di civili in qualsiasi parte del globo e per qualsiasi “ragione”.
    Tra l’altro cadono a fagiolo alcuni fatterelli che si sono verificati negli ultimi giorni, ampiamente strumentalizzati da quei terroristi di giornalisti: le due ragazzine che hanno disertato il minuto di silenzio per le stragi di Parigi e i tifosi che hanno fischiato allo stadio.
    Questa storia mi ricorda un po’ quelli che non rispettano la Giornata della Memoria perché non esiste una giornata in ricordo delle foibe. O come se al funerale di mio nonno qualcuno venisse a protestare perché nessuno è venuto al funerale del suo di nonno.

  21. rozmila Says:

    Io non ho mai detto che la nostra (sempre che dire “nostra” abbia senso) civiltà è superiore, ma più evoluta, anche se si dà molto da fare per dimostrare il contrario. Ma per lo meno, qui da noi si uccideva per motivi religiosi nel medioevo, e nel corso dei secoli successivi siamo riusciti a separare il potere religioso da quello statale e giuridico.
    Ad esempio sulla cultura religiosa, qualcuno faceva notare che la religione musulmana nasce nel 620 d.c. più o meno, e ora sta facendo esattamente ciò che i cristanissimi cristiani facevano appunto 600 anni fa e anche meno, ossia combattere gli infedeli, gli eretici e i blasfemi. Potrebbero esserci delle similitudini nel percorso evolutivo delle varie religioni monoteiste: un po’ come i bambini, che siano cinesi o canadesi, che crescano sulle Ande o a Milano, avranno comunque dei tratti della loro evoluzione praticamente uguali. Impareranno a camminare in quel preciso periodo ecc. Questo intendo per “evoluzione”.
    Ma, essendomi trovata a nascere in questa parte di mondo in questo periodo storico, m’importa un fico se l’islam è ancora giovane e deve mettersi a pari coi morti cattolici e cristiani, e lascio ad altri il cavillo teologico se rappresentino o no il vero islam.

    Non so come dire, ma se davvero *loro* fossero nostri pari, potremmo criticare i dettami di quella religione come critichiamo i cattolici no-gender, e tutti i fanatici di qualsiasi confessione. Gli islamici, invece, no: guai a toccare Allah, che corri il rischio di venir colpito dalla shari’a. Certamente come fai notare, non tutti gli islamici sono uguali, e alcuni sono in rotta con le famiglie patriarcali, ecc. E ovviamente non sto facendo né faccio mai di tutt’erba un fascio.
    Tornando alla storia, in seguito sono sorte ideologie totalitarie, e le conosciamo bene, che sono spuntate qua e là come un virus su tutto il globo. Certamente anche la religione del dio dollaro, che non credo abbia provocato meno morti, o fatto meno danni. Ma un problema alla volta.
    E ora questa nuova forma nata in seno all’Islam, i cui geni comunque erano in loco da tempo immemore. http://www.huffingtonpost.it/alastair-crooke/non-si-puo-capire-isis-senza-storia-wahhabismo-arabia-saudita_b_5757146.html
    C’è anche l’opzione di lasciare che risolvano le loro questioni fra di loro. Abbandonarli alla “loro” guerra civile e ritirarsi. Ma siamo proprio sicuro che non ci riguardi? Che sia solo un problema “loro”? Se davvero esistesse questa grande dicotomia noi/loro, sarebbe facile abbandonare i mediorientali al loro dramma. Probabilmente gli attentati cesserebbero, ma forse il lago jihadista diventerebbe un mare. Io non so cosa è peggio.
    Riguardo alle bombe atomiche, può darsi che basti aspettare che arrivino nelle mani sbagliate, e chissà se non riusciremo a vedere altri bei fuochi d’artificio innescati dal Lavante. Chi aveva detto che la storia era finita, non aveva previsto tutto questo.

  22. md Says:

    Io negli anni ’00 manifestai e militai contro le folli guerre americane, insieme a milioni di persone – ma fummo inascoltati, il milione di morti si compì, e alla fine – dopo che l’Occidente omise di fare l’unica cosa sensata, ovvero appoggiare senza se e senza ma le fragili primavere arabe – nacque Daesh.
    Hollande insieme a Putin chiamano alla guerra, potranno anche radere al suolo Daesh e desertificare ancor più il deserto, ma alla fine nascerà qualcosa di peggiore di Daesh.
    Bifo la chiama necroeconomia, fase necrotica del capitalismo – lui, proprio da Parigi fra l’altro, la vede nerissima, spero non abbia ragione:
    http://comune-info.net/2015/11/il-demonio-il-suicidio-e-la-guerra/

  23. md Says:

    Poi, nell’illuministica ed evolutissima Milano succede questo:
    http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/11/20/news/in_giro_per_milano_con_kefiah_e_niqab_bastardi_dell_is_andatevene_via_-127753448/?ref=fbpr

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