Né né: note dal margine

indexLe seguenti vogliono essere note a margine di uno scritto parecchio interessante di Pierre Rousset e François Sabado, militanti francesi dell’NPA – dunque di quel che rimane a sinistra del fronte anticapitalista; e, insieme, note dal margine, da parte cioè di chi non intende schierarsi né con i guerrafondai “buoni” e in doppiopetto, né con quelli “cattivi” con le barbe lunghe e le bandiere nere.
Oltre alla vastità dello sguardo, ho apprezzato di questo lungo articolo di Rousset e Sabado la lucidità dell’analisi – anche se naturalmente vi è un grosso deficit, non certo dovuto agli autori, per quanto concerne la prospettiva militante a sinistra. Ciò non toglie che una prassi cieca è inutile tanto quanto un’analisi puntualissima ma solo teoretica ed autoreferenziale – e sta proprio qui la scommessa, far convergere la lucidità intellettuale (la “cultura” da tutti invocata, ma solo a parole) con una ricomposizione sociale dopo decenni di devastazione neoliberista e iperconsumistica.
Detto questo, mentre rinvio per completezza all’articolo, vorrei al contempo sottolineare gli aspetti urgenti ed essenziali che vi ho colto:

1) Innanzitutto la premessa, che non disconnette l’emotività, la fraternità/sorellanza pietosa dalla razionalità politica, che anzi dovrebbe esserne il fondamento ontologico (che ce ne facciamo di una politica che non intende perseguire l’obiettivo solidale, comune, di convivenza tra gli umani, i viventi, gli enti tutti?): “Dobbiamo innanzitutto affermare la nostra compassione, il nostro identificarci, la nostra fratellanza con le vittime, con i loro cari. In un momento come questo, naturalmente noi continuiamo a perseguire la lotta di classe, a sostenere la lotta di tutti/e gli/le oppressi/e; ma, oltre questo, difendiamo l’umanità dalla barbarie. La dimensione umanistica dell’impegno rivoluzionario resta una bussola per noi. Ogni politica progressista parte dall’indignazione, dall’emozione”.

2) Non schierarsi né con la logica di potenza (neoimperialista, ma non solo occidentale) né con la barbarie oscurantista e sanguinaria di Daesh (o Is o Isis), non vuol dire non riconoscere in quest’ultimo una peculiarità, specificità e pericolosità che prescinde dalla sua genesi e dagli inconfessabili appoggi di cui ha goduto e gode: lo Stato islamico è un’entità materiale e ideologica con una sua propria dinamica indipendente, pericolosa per tutti i movimenti antimilitaristi, antirazzisti, anticapitalisti, e che si battono per la giustizia sociale, l’eguaglianza dei popoli, dei generi, delle diverse soggettività, delle moltitudini (a tal proposito vorrei rammentare – per subito rimuoverla – l’incredibile sciocchezza passata per la testa di alcuni militonti, quando gli aerei si abbatterono sulle Twin Towers di New York, a proposito di possibili convergenze anti-imperialiste).

3) Se Daesh non è un burattino, altrettanto pericoloso è “lasciare ai nostri governanti il monopolio delle specifiche risposte”. In questa fase, il grande movimento antimilitarista dei primi anni 2000, sorto dopo lo shock post-11 settembre (che tra l’altro ebbe l’effetto di congelare il precedente movimento no-global di Seattle-Porto Alegre-Genova) rimane latitante e carsico. Occorre un grande sforzo di ricomposizione sociale di tutti gli spezzoni solidali, antirazzisti ed antimilitaristi che non deleghino alle armi e alla logica di potenza l’unica voce in campo. E che dicano forte e chiaro che dovranno essere i popoli resistenti dell’area mediorientale (Kurdi, Yazidi, Siriani e Palestinesi in primo luogo) a diventare soggetti storici primari, cui dare appoggio materiale e piena solidarietà nella lotta contro l’oscurantismo e la barbarie.
È questo l’unico fronte antifascista dotato di senso, e non certo la coalizione che mette insieme potenze occidentali con interessi neocoloniali, peraltro in competizione tra loro (Francia, Gran Bretagna, Usa), regimi autoritari (Russia, Turchia, Iran) o addirittura complici dell’ascesa di Isis (Arabia Saudita e paesi del Golfo): il rischio è che tutto ciò fomenti la guerra sciiti/sunniti e che stritoli le minoranze realmente progressiste.

4) C’è poi un problema tutto interno (ma che è insieme globale) alle società occidentali: la radicalizzazione islamista (insieme ad altri fondamentalismi religiosi, xenofobi o reazionari) è la risposta malata di un enorme vuoto politico, etico, culturale a cui le nuove generazioni sono particolarmente esposte. L’analisi dovrebbe spingersi ancora più a fondo, e individuare in un insorgente nichilismo (oltre che in una forma diffusa di narcisismo) i caratteri antropologici sostanziali cui possono saldarsi le dinamiche sociali, psicologiche e politiche (risentimento, marginalità, crisi identitaria, rancore, straniamento, analfabetismo emotivo…) che portano a scelte distruttive (ed autodistruttive), di ulteriore disintegrazione sociale, o di potenza (non in termini di possibilità espressiva ma di potere oppressivo). Molto interessante, a tal proposito, il seguente passo dell’articolo: “Per questo tocchiamo con mano ambiti che la maggior parte di noi non padroneggia: la psicosociologia, il rapporto tra singole fragilità identitarie e deliquescenza del tessuto sociale, le trasgressioni adolescenziali. Lo Stato islamico fornisce un’armatura identitaria e potere: potere di rappresentanza, potere delle armi, potere sulle donne, potere di vita e di morte… Ben più di un presunto antimperialismo, ed è questo che lo rende attraente”.

5) C’è forse un solo elemento di carenza nell’analisi (anche se è evidente che un articolo non può contenere tutti i punti, per quanto fondamentali essi siano), e cioè il riconoscimento di un carattere mimetico del jihadismo (da al-Qaeda a Daesh ai fenomeni che, purtroppo, potrebbero seguire), che innesta su caratteri ideologico-religiosi peculiari, elementi della ragione strategica occidentale: sia in termini di tecniche militari e di guerriglia, sia per quanto concerne l’uso a piene mani della rete e della spettacolarizzazione e “messa in scena” del terrore: il fine giustifica (tutti) i mezzi, ovvero machiavellismo puro ed estremo. Sarebbe poi interessante andare a ricercare, nelle nostrane guerre di religione, punti di contatto in termini di puritanesimo feroce. Non ultimo il totalitarismo (e lo “stato etico”) novecentesco. Ma forse, trovare così tante parentele ed affinità politico-strategiche in quella che consideriamo un’alterità assoluta finirebbe per inquietarci anche troppo…

6) L’altro aspetto interno, pericolosissimo, è quello securitario: presentato dagli stati e governi democratici come necessaria risposta al terrore, diventerà in realtà lo stato d’eccezione, “d’urgenza”, d’emergenza permanente, la pace sociale imposta, un tentativo forzoso di coesione che facilmente scivolerà nell’ossessione identitaria e nel sempre evocato spauracchio dello scontro di civiltà: noi e loro. Peccato che in quel “noi” ci stiano dentro i fondamentalisti di Forza Nuova o di Casapound, leghisti, neonazionalisti e perbenisti, e nel “loro”, schiacciati in un tutt’uno omogeneo, jihadisti vari con tutti i musulmani della terra. Semplificazioni, ossessioni, ritorno delle patrie – tutto funzionale ad uno stato permanente di guerra.
Dove si spegne il conflitto sociale si accende la miccia della guerra (e viceversa). “Il governo vuole chiudere in casa la società”, scrivono verso il termine del loro scritto Rousset e Sabado – e sta qui un ulteriore pericolo: di nuovo delegare ad altri (a potenze esterne) la vita, la socialità, il destino individuale e collettivo. Siano essi lo Stato securitario, Dio-Allah-Jahvé o “la” Civiltà.
Nel frattempo le borghesie di tutto il mondo si fregano le mani, brindano e fanno affari. Tanto la carne da cannone, salvo qualche collaterale schizzo di sangue, non viene certo dalle loro schiere.

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