Filosofia della brutalità

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Sono sempre più convinto che l’unica vera risposta alle questioni poste alla conferenza sul clima di Parigi stia in una sorta di filosofia brutale, crudele, cinica: la natura, il pianeta, il clima, la vita se ne fottono degli umani – mentre appare evidente come non possa valere l’inverso.
Ecco, nella brutalità del nostro non contare un cazzo nell’economia dell’universo (altro che figli di dio, disegno divino, fine e scopo della creazione, con tutte le affini sciocchezze filate dal nostro cervello!) – in questa urgente presa di coscienza della stupidità di un antropocentrismo cieco e supponente, vedo l’unica debole possibilità di sopravvivenza della specie. Sopravvivenza per qualche tempo supplementare, s’intende, mica per sempre.
E sarei per cominciare ad insegnare questa brutalità della filosofia (o filosofia della brutalità) fin dall’infanzia. Giusto per aggiustare il tiro in tema di narcisismo e di future generazioni. E per tornare a dare un senso e una misura ai concetti di verità, giustizia e libertà. E a tutto il resto, a seguire.

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5 Risposte to “Filosofia della brutalità”

  1. Davide Di Tullio Says:

    Credo che il concetto di brutalità resti sempre nell’alveo di un giudizio antropocentrico. Bisognerebbe andare oltre, ed empaticamente provare ad assumere una visione volutamente periferica del mondo, per rendersi conto di quello che veramente siamo (o non siamo). Perchè è forse vero (e ne abbiamo le prove) che non è tutto essere ciò che si pensa (e qui provo a contraddire timidamente il genio “venerando e terribile” di Parmendide). Più che filosofia della brutalità io parerei di filosofia della natura (che i presocratici conoscevano molto bene, ragione per cui sarebbe opportuna tornare a rispolverarli) o meglio ancora filosofia dell’ignoto, perchè in fondo di questo si tratta. Di prendere cosienza di quanto il nostro attegiamento appaia patetico ed arrogante, di fronte alla miseria di cui l’uomo è causa, nella sciocca convinzione di riuscire a controllare tutto e di sapere molto, per non vedere invece quanto poco conosciamo, al di là del nostro pensiero, un pensiero fatto di tanti collegamenti sinapsici, ma pure sempre finiti, che nulla possono contro l’infinito.

  2. md Says:

    Avevo provato a dare un’esplicazione un po’ più ampia e meno “brutale” di un antropocentrismo che fosse meno centrico e più periferico, in questo scritto su filosofia dell’animalità e dintorni:
    https://mariodomina.wordpress.com/2014/07/15/animalita-nostalgia-delle-origini-o-concetto-progetto/

  3. rozmila Says:

    facciamo un po’ di chiarezza, mettendo anche qualche numero:

    i circa 7 miliardi di abitanti del pianeta emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica per anno e per persona.

    La metà che inquina meno, 3,5 miliardi di persone, dislocate principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico (le zone più colpite dal riscaldamento climatico) emettono meno di 2 tonnellate per persona e sono responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive.

    All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, 70 milioni di individui, evidenzia emissioni medie nell’ordine di 100 tonnellate di CO2 pro capite: da soli, questi 70 milioni sono responsabili di circa il 15 per cento delle emissioni complessive, quanto i 3,5 miliardi di persone di cui sopra.
    E dove vive questo 1 per cento di grandi inquinatori? Il 57 per cento di loro risiede in Nordamerica, il 16 per cento in Europa e solo poco più del 5 per cento in Cina (meno che in Russia e in Medio Oriente, con circa il 6 per cento a testa).

    http://gabriellagiudici.it/thomas-piketty-paris-climat-2015/#more-30948

  4. rozmila Says:

    ecco qua, di nuovo, come la storia ci presenta il conto. Ma questi non lo vogliono pagare, e non vogliono cambiare. Ognuno si ritrae, soprattutto i maggiori responsabili di questa immane catastrofe. Sì, bè, forse faranno qualcosa, pro forma. Ma non faranno un cazzo. Anzi ognuno si preoccuperà soltanto dei cazzi propri.

    E cambierà ben poco se non si cambierà il sistema di produzione e di distribuzione, e il sistema del libero mercato; e finché l’egemonia del potere privato continuerà ad emanare da un centro di controllo superiore, manovrato senza significativa vigilanza dal basso.
    Giustissimo cercare di educare le nuove generazioni riflettendo sui concetti di libertà, giustizia e uguaglianza. Prendere coscienza ovviamente è il primo passo. Ma non si può nemmeno illudersi che il problema possa essere risolto tramite l’iniziativa privata di alcuni individui più consapevoli o illuminati, che non hanno alcuna influenza sui centri di potere. Perché la massa, la base della piramide, sarà comunque convertita dalla propaganda ideologica emanata dall’alto, al punto di vista della piramide di “controllo”, che agisce in conformità alla vile massima liberista, “tutto per noi, e nulla per gli altri”, e, “che gli altri si arrangino”. Ma finché la massa avrà il culo al caldo, cambierà ben poco.
    È la logica della domanda e dell’offerta, bellezza! Finché mi posso permettere di acquistare qualcosa, difficile trovare un motivo per non farlo, anche se dall’altra parte del mondo, da qualche parte, qualcuno muore di fame, se esplodono contraddizioni, conflitti, terrorismi e guerre. Un mondo immondo non può che generare atti immondi.
    La cosa assurda, è che questa fase di crisi economica è dovuta ad un eccesso di produzione. Si consuma meno di quanto si produce. E molta gente sulla faccia del globo non ha la possibilità di beneficiare del surplus di produzione. È importante per loro? No, per loro possono crepare tutti. Per loro la cosa importante è far crescere i è profitti, in qualsiasi modo.

  5. Paolo Reale Says:

    Muore il pianeta, (o quantomeno ha la febbre) la vita è la malattia che prova a divorarlo.
    Morte pure la fisica e la scienza, anche l’idea di noi al centro di tutto non si sente troppo bene. I documentari sullo spazio parlano di energia, combustibili e possibili sfruttamenti delle risorse extraplanetarie, ma di vita non se n’è trovata affatto e per dirla tutta, la ricerca di qualcosa di simile a noi non ci interessa affatto, vogliamo solo espanderci, duplicarci, consumare, distruggere e fottere.
    Muore il senso di sentirsi unici e speciali (ma per quello bastava trasferirsi a New York).

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