La filosofia ha altro a cui pensare

quaderni-neri

Gettare Heidegger era il titolo fulminante e liquidatorio di un saggio postumo di Luciano Parinetto.
Dopo aver letto qualche giorno fa (se non erro il 27 novembre) sul quotidiano La Repubblica un articolo di Antonio Gnoli a proposito della recente uscita del primo volume dei fatidici Quaderni neri di Heidegger, trovo quell’espressione ancor più pertinente. Leggerò e mediterò una volta di più l’Etica di Spinoza, ma credo proprio che potrò tranquillamente catafottermene di leggere gli altissimi sproloqui heideggeriani.
“Heidegger non scrive un diario – precisa Gnoli – non parla di incontri, di persone viste. Non annota il farsi dell’esistenza. Semplicemente l’esistenza non gli interessa. È il filosofo dell’anti-umanesimo. Non gli importa dell’uomo, delle sue passioni, dei suoi patemi, delle sue contraddizioni. La filosofia ha altro a cui pensare. È rarefazione, è pensiero ad alta quota, dove la vita si restringe, si disanima, perde consistenza”.
Insomma, Heidegger ha in testa ben altro: un “altro inizio”, il destino – il destino dell’Essere e della Verità (mica quello dell’uomo) – che strano, poi, che questo Aufbruch, questo sboccio, questo destino, abbiano una connotazione storica, politica e geografica piuttosto precisa: il popolo tedesco, il nazionalsocialismo, il Führer. Certo, se noi dovessimo cercare cose nere nel libro nero – in termini di antisemitismo, di razzismo, di militarismo – rimarremmo forse a bocca asciutta, pare assicurarci Gnoli. Peccato però che il fastidio per il mondo mediocre e borghese, per le ideologie (marxismo e liberalismo), per la tecnica, per l’umanesimo, non comprenda anche quello per le camicie brune, nonostante la loro volgarità: “Il nazionalsocialismo è un principio barbarico. Questo è il suo tratto essenziale e la sua possibile grandezza”.
A questo punto della lettura ho avuto un brivido alla schiena che, evidentemente, ha prodotto come uno strano cortocircuito spinale-neuronale che ha finito per suggerire alla mia parte razionale una perfida metabasi in altro genere: anche l’islamismo dei neri di Daesh è, tutto sommato, “un principio barbarico” – ed essi non decidono né per il bene né per il male, essi decidono e basta. Chissà che anche quei barbuti sanguinari non abbiano il loro filosofo del destino – senza scarponi da foresta nera, beninteso, ma con calzari più adatti al deserto?

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6 Risposte to “La filosofia ha altro a cui pensare”

  1. Paolo Reale Says:

    Ognuno si sente l’antibiotico adatto.

  2. Neda Says:

    Non ho mai letto alcuna cosa scritta da Heidegger, forse mi basta la frase qui sopra riportata, per dirmi che non ho perso nulla.
    Per quanto riguarda i “barbuti neri del deserto” credo proprio che qualsiasi religione e qualsiasi filosofia siano avulse dal contesto del loro pensiero: sono dei predatori, frutto di una civiltà (la nostra) dove i valori civili e umani pare siano stati dimenticati da qualche parte per far posto a una superficiale comodità ludica e ignorante, dove educare è stato lasciato al caso, ad altri, ai Media, a scuole che non hanno più Maestri, solo insegnanti che cercano di sbarcare il lunario, dove i privilegi sono ora appannaggio dei politici, come una volta lo erano della nobiltà.
    Ho la netta impressione di essere ritornata al quel 476 d.C. che ha aperto le porte a qualche secolo di disastri, di superstizioni, di abusi, dopo il precedente periodo molle, depravato, degenerato e caotico.

  3. Davide Di Tullio Says:

    Non conosco nulla di Heidegger. Ma mi chiedo è davvero tutto da buttare, vista la forte influenza che ha avuto e continua ad avere nel pensiero occidentale? anzi, questo mi spinge a pormi un quesito più impegnativo. é possibile separare la contingenza dell’uomo-filosofo dalla virtuale ed (eventuale) validità eterna del suo pensiero? In fondo non è stato lo stesso Platone a concepire l’idea di una Polis utopica in cui i tratti di un governo autoritario sono ben evidenti? eppure non ci sognrebbe mai di contestare l’universalità del suo pensiero. In fondo, ritengo che da certi filosofi ci si aspetti di più di quanto possano dare. Elevandoli ad icone disincarnate del pensiero e dimenticando che erano comunque uomini, con tutti i loro limiti.

  4. md Says:

    Heidegger è certo un filosofo di peso, con i quali non si possono non fare i conti prima (eventualmente) di gettarlo (il termine “gettare” è, per chi lo conosce, chiara allusione alla sua filosofia:
    https://mariodomina.wordpress.com/2009/04/21/sbocci-o-sbocchi/) – rimango tuttavia convinto che sia stato enormemente sopravvalutato.
    Forse però il vero nodo sta in una serie di pensatori (non solo tedeschi) che pongono la questione (evidentemente irrisolta) del che cosa si debba intendere per “Europa” o “cultura occidentale”.

  5. rozmila Says:

    tanto sopravvalutato Heidegger, quanto sottovalutato Schelling, che non dubitava che, riguardo all’io umano la sua essenza è la libertà; e riguardo alla filosofia che, la massima dignità della Filosofia consiste proprio in questo, che punta tutto sulla libertà umana.
    Principio e fine di tutta la filosofia è la libertà, scrive Schelling.

  6. rozmila Says:

    Comunque dubito che dietro “Daesh” ci sia un filosofo del destino. Il mostro è stato evocato da interessi di potere, territoriali, ai quali non sono estranee le monarchie assolutiste del golfo che non sono nate ieri. Poi il mostro viene utilizzato ai propri scopi, non solo da quelle ma un po’ da tutti gli attori sulla scacchiera.
    Ma forse il fenomeno più sconcertante è quello dei giovani terroristi convertiti alla jihad.
    Credo che dobbiamo cercare di metterci nei panni di quei giovani, soprattutto quelli che sono nati, educati e vissuti nel cosiddetto occidente. Sono convinta che Oliver Roy abbia centrato il problema: non si tratta di radicalizzazione dell’Islam. Ma di islamizzazione del radicalismo.
    Ora, sappiamo che i giovani, di solito, per loro natura, sono portati al radicalismo, che di per sé non sarebbe immorale, o non-etico (per radicale, ad esempio, noi intendiamo la sinistra liberale). Immorali semmai sono i contenuti e i significati di un particolare radicalismo. I giovani (ma non solo i giovani) hanno bisogno di credere in qualcosa di vero. I giovani sono i più severi giudici, sono intransigenti, e non li si può imbrogliare, come si continua a fare. Avete ben presente, purtroppo, che questa è una generazione senza alcun futuro, e via di seguito, che ha elaborato una sorta di teoria della fine del mondo. Anche noi ne siamo abbastanza consci, non per questo abbracciamo la Jihad o un mitra. Ma noi siamo “bravi” a rimuovere il problema e a gettarlo su qualcun altro, finché abbiamo il culo al caldo.
    Allora, se le nostre società non offrono più niente per cui valga la pena di lottare, se tutti gli ideali “buoni e giusti” sono stati spazzati via dal realismo pragmatico oggi imperante, foriero di ingiustizie e disuguaglianze senza fine – cosa rimane?
    Rimane un vuoto. Che poi, non è nient’altro che il nichilismo. È allora che sussiste l’occasione di riempire questo vuoto, magari con la prima nefandezza alla loro portata. La jihad è una di queste. Insieme a molte altre possibili fandonie, la jihad per certi versi è anche meglio, proprio perché è il peggio che sia possibile trovare in contrasto coi falsi valori proclamati dal cosiddetto Occidente.
    Quindi, forse non è del tutto inesatto dire che noi siamo “infedeli”. Abbiamo rinnegato nei fatti, i valori in cui proclamavamo di credere. Libertà, democrazia, giustizia: sono solo belle parole. Nulla, o quasi nulla, nei fatti, dimostra che siano state riconosciute, confermate e mese in atto. Parole che non abitano più il nostro tempo.
    Quindi il nichilismo ci appartiene in pieno, di diritto. È “cosa nostra”, soprattutto. Soprattutto lo Stato di diritto che perlopiù difende i diritti dei potenti e della proprietà privata.
    Anche Travaglio aveva detto: diamogli qualcosa … ma lui parlava di “cose”, mi pare. Secondo me non è soltanto una faccenda di “cose”.
    Certamente potremmo dire il peggio possibile su Daesh, ma non se prima non ci decidiamo a riconoscere ciò che ci ha condotto allo stato di cose attuale; denunciarlo e iniziare seriamente a porvi rimedio.

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