Quarto fuoco: dadi e dande

«La natura può essere davvero “crudele” e “indifferente”, in quanto non esiste a nostro beneficio, non sapeva che saremmo venuti e non le importa assolutamente nulla di noi» (Gould)

«Già ora abitiamo su un magnifico sasso vagante alla periferia della Via Lattea, schiacciati fra il gelido vuoto dello spazio esterno sopra di noi e colossali mantelli di magma incandescente sotto di noi, lì a metà, in bilico sopra zattere continentali in movimento e sotto una sottile striscia di atmosfera. In questa pellicola di gas instabili il 99% delle specie esistite nella storia naturale si sono già estinte e fanno parte dei cataloghi museali di un passato che non tornerà mai più» (Pievani)

Frasi come queste – la prima di un illustre biologo e paleontologo statunitense, la seconda di un filosofo della scienza italiano – parrebbero togliere ogni dubbio sulla nostra radicale contingenza, sul fatto cioè che siamo al mondo per caso (anche se non a caso), per una serie cioè di fortunate circostanze, e che nessuno o niente ci aveva previsto, programmato, pianificato. Le teorie finalistiche della creazione o del disegno intelligente non reggerebbero insomma alla prova dei fatti della storia della vita, e più che sorretti dalle dande della necessità noi saremmo stati gettati nell’esistenza attraverso un tiro di dadi.

Abbiamo in poche righe indicato almeno 3 concetti-chiave su cui spesso gli esseri umani (non solo i filosofi o gli scienziati) si arrovellano, ovvero:

caso
contingenza
necessità

Se in particolare applicati a noi (sia come individui che come specie), sono categorie che rischiano di aprire abissi di insensatezza (se non di angoscia o terrore) – e che, tra l’altro, scatenano tutta quella sequela di concezioni (spesso superstiziose) sintetizzabili nella categoria di “destino”.

Prima di definire quei concetti, anche se succintamente, vorrei però indicare un punto essenziale da tener presente per la nostra discussione, visto che implica (come in altri due prossimi incontri) il contatto tra forme di sapere molto diverse: filosofia e scienza (nel caso di questa sera, la biologia). I filosofi tendono per loro natura a vedere oltre (oltre i fatti e i dati, il “particolare”), cosa da cui invece la scienza non può prescindere – tanto che si creano spesso scissioni e malumori: la filosofia, a sentire la scienza, è una sequela di teorie “campate in aria”, la scienza, a parere dei filosofi, riduce tutto a numeri e formule, e non guarda al di là del proprio naso. Tuttavia, è possibile stabilire dei punti di contatto, ed è quello che proveremo a fare stasera, anche perché ci sono scienziati (com’è il caso di Stephen Jay Gould, a cui non difetta una formazione filosofica) che sono portati per loro natura a collocarsi in un ambito teoretico e già filosofico, anche in fase di descrizione, ordinamento e spiegazione dei fatti.

Partiremo dalla teoria, parleremo di alcuni fatti e torneremo infine alla teoria – che è poi quello che normalmente si fa ogni volta che si pensa…

1.
Caso, contingenza, necessità (o determinismo)
Mi servo innanzitutto di Leibniz, filosofo-scienziato e logico, il quale racchiude in poche righe della sua celebre Monadologia quel che ci serve per cominciare. Egli distingue tra verità di ragione e verità di fatto: le prime “sono necessarie ed il loro opposto è impossibile; quelle di fatto sono contingenti ed il loro opposto è possibile” (§33). Ciò che è necessario non può non essere, mentre ciò che è contingente può essere altrimenti o non essere affatto: mentre la somma degli angoli interni di un triangolo è sempre necessariamente di 180° (verità di ragione), il vostro essere qui stasera è del tutto contingente; avreste benissimo potuto starvene a casa comodamente sul divano, davanti alla tv, senza venire ad arrovellarvi ad un gruppo di discussione filosofica (verità di fatto, l’una possibilità non esclude l’altra).
Anche Spinoza assegna alla contingenza lo statuto della possibilità, che però è tale non in sé, quanto piuttosto per un nostro difetto conoscitivo. Insufficienza che si fa integrale quando definiamo un fatto “casuale” – o perché pensiamo che non abbia cause (ma ciò costituisce un serio problema logico) o perché pensiamo che esse non siano determinabili. In realtà, per poter prevedere tutto quello che accade dovremmo stare più o meno al posto di dio, e avere un occhio in grado di comprendere ogni serie causale.

Per quanto concerne il concetto di contingenza, l’esempio della tegola in testa ci illustra bene la convergenza di fatti casuali, che però connessi tra di loro diventano cause indipendenti e convergenti che danno luogo ad un fatto imprevisto, fatto che però accade secondo una logica causale determinata (è il significato del caso in greco: stocastico, da stochos=bersaglio). Affinché mi cada la tegola in testa devono cioè assommarsi e convergere una serie imprevedibile di fatti (una telefonata che ritarda la mia uscita, la condizione dei tetti – e dei padroni degli stabili – una folata di vento notturna, l’incontro fortuito con un conoscente, ecc.), tutti fatti che convergono verso una inaspettata ed imprevedibile congiunzione finale: ovvero la mia morte a causa della tegola in testa (che tra l’altro poteva anche non uccidermi, ma caso vuole che sia caduta in un punto letale). Congiunzione possibile ed eventi improbabili, che però accadono sempre, sono la norma. Ma l’intelligibilità del processo è data solo a posteriori, mai a priori: tale fatto ci appare cioè necessario solo dopo che è accaduto, mai prima. E quando è accaduto ci colpisce in tutta la sua dura irreversibilità: cosa fatta capo ha, come dicono i fiorentini.
La “tegola in testa” nel caso della storia della vita può essere un meteorite che piomba sulla terra e sconvolge gli assetti geobioclimatici, o un’eruzione vulcanica che oscura l’atmosfera per mesi, o un terremoto devastante.

2.
La vita meravigliosa di S.J. Gould.
La metafora-guida di questo libro pubblicato nel 1989, è quella del “film della vita” che – se fosse possibile riavvolgere e riproiettare – darebbe sempre storie diverse. Nella versione realmente accaduta noi svolgiamo una (piccolissima) parte e siamo venuti al mondo – ma in tutte le versioni alternative (secondo la legge della contingenza) molto probabilmente noi non ci saremmo. Ecco perché ho intitolato questa serata con l’improbabile comparsa dell’uomo sulla terra.

Il libro, che può essere letto anche da chi non possiede una formazione biologica o scientifica, è suddivisibile grosso modo in tre parti:

a) in una prima parte viene criticata radicalmente l’ideologia gerarchica e finalistica dell’evoluzione: scale del progresso, linee della vita, coni rovesciati, ecc. – una vasta iconografia con immagini mentali che condizionano aprioristicamente i fatti. Che è poi quel che è successo a Burgess, e il caso del paleontologo Walcott è in tal senso paradigmatico.
b) nella parte più ampia del saggio viene appunto raccontato il “dramma” di Burgess Shale, importantissimo giacimento fossile che si trova nelle Montagne rocciose canadesi. Gould ce lo mostra in diversi atti e in un arco di tempo che va dalla sua scoperta nel 1909 da parte del grande scienziato americano Walcott, fino alla revisione e alla reinterpretazione degli anni ’70-’80 da parte del paleontologo Whittington e dei suoi giovani collaboratori.
Burgess Shale ci svela un pezzo importante della storia della vita risalente al Cambriano Medio (circa 500 milioni di anni fa), senonché ci racconta un film molto diverso rispetto a quello precedentemente in voga della diversità e complessità crescente – tale semmai fu lo stato della vita all’inizio, in termini di esplorazione delle possibilità morfologiche e dei piani anatomici. In realtà la cosiddetta “esplosione del Cambriano” ci risulta più chiara: forme di vita spesso bizzarre, piani anatomici diversissimi, strade molteplici che la vita avrebbe potuto percorrere.
c) il modello di Burgess potrebbe così presentarsi addirittura con l’aspetto di un sacco di caratteri alla rinfusa da cui la vita pesca a caso! La ricostruzione dei fatti e delle ipotesi evolutive intorno alla cava di Burgess, fa concludere Gould per una radicale contingenza della storia della vita: «La contingenza è una licenza a partecipare alla storia, e la nostra psiche ne sente il fascino».
L’epilogo del libro è dedicato a Pikaia, un piccolo cordato di pochi centimetri che, tra le creature sorprendenti di Burgess, era forse una delle meno adatte a sopravvivere; eppure, questo gracile vivente parrebbe aver vinto la lotteria della vita ed essere scampato ad una delle tante decimazioni (in alcuni casi fino al 90% delle specie). E Pikaia potrebbe essere uno dei possibili anelli che avrebbe consentito il passaggio ai vertebrati: se cioè quel piccolo animale non ce l’avesse fatta (come del resto qualsiasi allibratore evolutivo avrebbe potuto sostenere), molto probabilmente noi non saremmo qui a raccontarci questa storia. Anzi, nessuna storia.

3.
Diversamente da teologi o filosofi deterministi e arcigni, spesso tristi e angosciati, la posizione “contingente” di Gould (da vertigine) finisce per rovesciarsi in una apologia stupefatta e stupefacente della vita. La vita (e il nostro esser qui) appaiono quasi miracolosi.
Intendiamoci: meraviglia, miracolo, stupore non sono categorie filosofiche o scientifiche, ma prerequisiti necessari per la conoscenza (si veda a tal proposito il celebre passo della Metafisica di Aristotele: «gli uomini hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare»).
Ovviamente una tale concezione ha inevitabilmente conseguenze “ontologiche” (cioè di concezione generale dell’essere), etiche e persino politiche: una “filosofia della contingenza” non lascerebbe cioè inalterate le nostre vite e il nostro “destino” di specie e di individui. Così come tradizionalmente la credenza in Dio o in leggi immutabili della natura determinava, almeno in parte, i comportamenti umani.
«Io temo che Homo sapiens sia una “cosa tanto piccola” in un vasto Universo, un evento evolutivo estremamente improbabile nell’ambito della contingenza. Il lettore può prendere questa conclusione come gli pare. Alcuni troveranno questa prospettiva deprimente; io l’ho sempre considerata esaltante: una fonte insieme di libertà e di conseguente responsabilità morale», così scrive Gould.
E su questo aspetto insiste molto il filosofo della scienza Telmo Pievani.
In sostanza la doccia fredda di Gould, quando sostiene che alla natura non importa nulla di noi, è una cura radicale ma necessaria di ogni illusione – come già lo fu il “vero” leopardiano. La conclusione sul nostro essere radicalmente contingenti – dunque inessenziali, imprevisti, né necessari né tantomeno preziose realizzazioni di qualche disegno (post-apocalittici, o danzatori sui piedi del caso, od anche stelle danzanti partorite dal caos, come più poeticamente ci descriveva Nietzsche) – sembrerebbe dover aprire uno scenario ben diverso da quel che ci si aspetterebbe. Non che inquietarci o prostrarci o gettarci nello smarrimento, la coscienza dell’inessenzialità sarebbe anzi la miglior terapia per guarirci dall’angoscia. Al diminuire del tasso di necessità (e di determinismo) corrisponderebbe un aumento della libertà, della coscienza e però, anche, della responsabilità.
Pur trovando del tutto plausibile la tesi di fondo di Gould e di Pievani, trovo però deboli alcune loro conclusioni.
Mi pare cioè che tanto il sapere di essere dei burattini nelle mani di qualcuno (Dio o natura), quanto l’essere casuali come bolle di sapone – così come qualunque altra percezione o credenza o teoria sulla nostra collocazione nel cosmo – non sortisca comunque effetti così netti e divaricati. Ho il sospetto che le cause di comportamenti diversi vadano cercati altrove. A ben pensarci, è proprio il non pensarci che semmai evita l’angoscia. Non sono cioè così sicuro che l’avere stabilito una precisa differenza tra contingenza da una parte e caso/necessità dall’altro, ed aver assunto esistenzialmente questa distinzione, possa davvero costituire una via d’uscita dall’angoscia, e una soluzione a tutti i nostri dilemmi etico-politici. Così come far derivare dalla linea punteggiata dell’evoluzione – o meglio, della mutazione biologica – una vera e propria filosofia della storia, mi lascia abbastanza perplesso.
Ciò non toglie che tanto il fatto di non essere predeterminati, quanto quello di non avere un fine pre-scritto, lasci un ampio spazio di margine all’edificazione della nostra storia – una storia particolare e minuscola all’interno di una storia più generale che conta ormai 3 miliardi e mezzo di anni. Possiamo comunque filare almeno una parte del nostro destino – e a questo siamo indubbiamente chiamati quando si parla di coscienza (forse la nostra caratteristica peculiare di specie), libertà, responsabilità. Nessuna di queste categorie, però, è facile né segue automaticamente dalle nostre caratteristiche biologiche.
Naturalmente, la discussione è più che mai aperta!

***

[Avevo affrontato questi temi in maniera approfondita in 3 post dedicati alla “filosofia della contingenza”, alle seguenti pagine di questo blog:

Filosofia della contingenza 1
Filosofia della contingenza 2
Filosofia della contingenza 3

Le immagini di copertina sono alcune delle 60 diapositive proiettate al termine della serata, molto apprezzate dal pubblico presente, con accostamenti biologici, fossili, immaginari ed estetici (in particolare la fase biomorfica di Kandinsky)]

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2 Risposte to “Quarto fuoco: dadi e dande”

  1. John. G. Sefton Says:

    Magnifico

  2. md Says:

    🙂

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