Conatus corretto

Caffè_corretto.jpg

(amarcord, giusto per sdrammatizzare ed alleggerire lo spirito)

Ai tempi dell’università, verso la metà degli anni ’80 del secolo scorso, io e un gruppo di amici iscritti alla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università Statale di Milano, passammo per un certo periodo gran parte del nostro tempo accademico al bar. Era un’ampia sala sotterranea, dove di solito ci incontravamo al pomeriggio e discutevamo dei massimi sistemi, come ci si aspetterebbe da giovani studenti universitari di una facoltà umanistica. Politica, situazione internazionale, letteratura, arte, società – nulla sfuggiva alle nostre accese discussioni. Ore e ore per prendere un caffè. Alcuni di noi non erano iscritti a Filosofia, ma a Lettere (in genere con velleità poetiche o giornalistiche, più raramente l’insegnamento), ma tutti ci preparavamo di lì a poco, senza essercelo detto, a migrare alla facoltà di Filosofia (che forse era solo un dipartimento, ora non ricordo bene). Io avrei voluto fare Storia, ma ancora non c’era un corso specialistico in tal senso. Tuttavia, credo che le discussioni in quel bar – insieme ad alcuni determinanti incontri di quegli anni – mi abbiano molto condizionato nello scegliere i miei successivi percorsi di studio. Lavoravo al mattino, perdevo tempo di pomeriggio, di sera uscivo con quegli stessi compagni di università, e mi toccava studiare di notte o nel fine settimana, se volevo combinare qualcosa e dare quei 2 o 3 esami all’anno che avrebbero giustificato la mia permanenza nell’Ateneo.
Proprio uno di questi compagni di bar (più che di studio) si insinua sempre nei miei pensieri ogni volta che leggo del conatus spinozista.
In uno di quei pomeriggi concitati, forse in quello stesso gennaio della poderosa e indimenticabile nevicata milanese, se ne venne fuori con questa faccenda del conatus. Era un tipo che mostrava sempre di saperla lunga e di aver letto qualsiasi testo che valesse la pena di leggere (lui era già iscritto a filosofia, e dunque ci surclassava in quanto a eloquio e capacità argomentativa), e tra le sue grandi preoccupazioni e drammi intellettuali c’era forse in cima proprio la questione spinoziana del conatus (che io non avevo sentito nominare nemmeno di striscio, non avendo fatto il liceo ed essendo a digiuno di studi filosofici). Disse che aveva a che fare con il “potere”, e che, se si fosse compresa bene la teoria del conatus in Spinoza, il potere ci si sarebbe squadernato davanti e non avrebbe avuto più segreti per noi (sto un po’ romanzando, ma il senso era quello).
Forse il caffè di quel pomeriggio, data la temperatura esterna, era stato abbondantemente corretto, ma dalle sue parole sembrava proprio che dovesse passare i successivi dieci anni – ma forse aveva già passato i dieci precedenti – a meditare sul conatus… Il conatus suonava sulle sue labbra umide e voluttuose (e immagino odorose di grappa) e dentro i suoi occhi lucidi e ammiccanti, come la chiave per svelare il mistero del cosmo…

 

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