Sesto fuoco: utopia dell’armonia

balanced stones

discorde si accorda
stupenda armonia
da contrasti
(Eraclito)

Ci interrogheremo stasera sulla natura e funzione delle passioni, e sul conflitto tra narcisismo ed empatia – ovvero tra pulsioni egoistiche e altruistiche.
Possiamo dire che si tratta di forze compresenti, sia negli individui che nelle società, anche se la spinta naturale all’autoconservazione è quasi sempre prevalente. Vi sono anche manifestazioni sociali evidenti di tali spinte contrastanti: società più aperte e accoglienti rispetto a società più chiuse e arroccate. Noi però andremo a scavare più a fondo, alle radici di tali pulsioni, lasciando in secondo piano (e magari ad oggetto della discussione) le manifestazioni sociali o comportamentali più evidenti.
Lo faremo mettendo in scena il colloquio immaginario tra un neuroscienziato e un filosofo – Antonio Damasio e Baruch Spinoza – che a distanza di secoli si ritrovano sorprendentemente a condividere molte idee a proposito di mente, corpo ed emozioni.
In verità è Damasio ad essere andato alla ricerca di Spinoza – come titola un suo celebre saggio – partendo però dal grave errore imputato a Cartesio. Il pregio del filosofo olandese starebbe proprio nell’avere brillantemente superato quell’errore, avvicinandosi, e di parecchio, alle più recenti scoperte delle neuroscienze, pur non avendo a disposizione strumenti o concetti di cui noi invece disponiamo, ma utilizzando soprattutto una grande capacità di penetrazione e di auto-osservazione.
Innanzitutto Spinoza rifiuta la scissione tra sostanze propugnata da Cartesio e tipica di gran parte della tradizione filosofica e religiosa: materia e spirito, corpo e mente sono espressioni (macroforme, o attributi come li definisce Spinoza) di un unico sistema naturale ben organizzato. E gli organismi – o modi – sono gli individui espressi dall’unica sostanza (una sorta di macroindividuo) che insistono su un unico piano immanente, come le onde del mare.
Ciò che Damasio apprezza di Spinoza può essere sintetizzato nei seguenti tre punti:
-la profonda interrelazione tra corpo e mente, “fatti della stessa stoffa”
-la priorità (e naturalità) del corpo, che si esprime attraverso pulsioni organiche e biologiche ben determinate
-fine di ogni organismo è l’omeostasi

1. Armonia organica
Cominciamo proprio dal concetto biochimico di omeostasi – che qui utilizzo in maniera del tutto libera (e se si vuole poco scientifica e rigorosa). Ovvero, dalla tendenza autoregolatrice del corpo (di ogni corpo), secondo cui il raggiungimento di un certo equilibrio (stasi) deve essere mantenuto identico (omeo) a se stesso il più possibile. È ovviamente una chimera, ma sempre il corpo, in maniera automatica, cerca di mantenere questo equilibrio, e fa di tutto per restaurarlo nel momento in cui qualunque evento lo destabilizzi o lo squilibri. E lo fa senza alcun intervento del livello cosciente.
Tale dispositivo regolatore – che accomuna tutti i viventi secondo meccanismi ancestrali – si è evoluto e parecchio complicato nella specie umana attraverso l’encefalizzazione e lo sviluppo delle facoltà mentali e dell’apparato emotivo-sentimentale.
Si potrebbe dire che Damasio e Spinoza convergono – pur partendo da punti di vista (oltre che secoli e mentalità) differenti – nel ritenere cruciale quel meccanismo riequilibratore che favorisce l’armonia del complesso corporeo-mentale.
Nel corpo vanno in scena tutti i conflitti che comportano squilibrio e rottura dell’omeostasi (per lo più provenienti dall’esterno: la massima rottura, che determina la scomposizione del corpo, è la morte), e la risposta dell’organismo è proprio la ricerca di un nuovo equilibrio. Motivo per cui sarebbe forse preferibile chiamare questo principio omeodinamica (secondo quanto suggerisce, ad esempio, il biologo Steven Rose).
Centrale è infatti l’elemento dinamico del transitare da uno stato all’altro (da un umore o da un affetto all’altro, per dirlo con linguaggio spinoziano), come avviene in un pendolo. Spinoza definisce gli affetti (o passioni o emozioni) nel modo seguente:

“L’affetto, detto Patema d’animo, è un’idea confusa con cui la Mente afferma una forza di esistere del proprio Corpo o di una sua parte, maggiore o minore di prima e, data la quale, la Mente stessa è determinata a pensare una cosa piuttosto che un’altra”.

È come se le pulsioni del corpo – reazioni vitali provocate da eventi esterni – emergessero e si insediassero nella mente, la quale assume così il compito di mapparle ed elaborare risposte adeguate (e sempre più complicate, in funzione del complicarsi delle attività biologiche e sociali). Omeostasi, dunque →ricerca di uno stato di perfezione, armonia, equilibrio – stato mai definitivo, sempre da riconquistare.
Lo sguardo spinozista sulle passioni (tradizionalmente ritenute quasi alla stregua di malattie, di elementi che turbano l’animo umano e di cui sarebbe quasi meglio fare a meno), parte invece da un assunto di tipo naturalistico: le passioni sono parte ineliminabile del nostro modo di essere, e occorre prenderne atto. La loro conoscenza – un’analisi rigorosa e “geometrica” – aiuterà a viverle in maniera più sana ed equilibrata.
La base di partenza è il corpo (ciò di cui, dice Spinoza, sappiamo pochissimo: in particolare di ciò che esso può e desidera). Il corpo è affetto da due passioni fondamentali, che Damasio ascriverebbe all’apparato emotivo più ancestrale: Spinoza le definisce laetitia e tristitia, gioia e tristezza (o dolore). Se si vuole: benessere e malessere. La dinamica del corpo (e il perseguimento omeodinamico dello stato di maggior benessere possibile) sta nel desiderare ciò che reca più perfezione, evitando al contempo tutto ciò che diminuisce tale perfezione. Si è lieti quando si ottiene ciò che si desidera, si è tristi quando i desideri vengono frustrati: bene e male si costituiscono, come vedremo, entro questa dimensione originaria del desiderio. Occorre ricordare che è la mente, non solo il corpo, ad essere sempre investita da questa continua oscillazione emotiva: gioia e tristezza, buono e cattivo, perfetto e imperfetto sono le mappe affettive che la mente recepisce dal corpo. È come se – per dirla con lo sguardo neuroscientifico di Damasio – il nostro cervello elaborasse una continua mappatura del corpo, un’immagine di sé da monitorare e volgere al meglio.

Ciò che Spinoza auspica è che, ad un secondo livello (ovvero tramite la conoscenza) tali passioni possano essere utilizzate in termini attivi, non più solo passivi:
“Un affetto non può essere soffocato o eliminato se non da un affetto contrario e più forte dell’affetto da soffocare”
“Un affetto, che è una passione, cessa di essere passione non appena ce ne formiamo un’idea chiara e distinta”
“Un affetto quindi è tanto più in nostro potere, e la Mente tanto meno è passiva, quanto più ci è noto”.
L’auspicio di Spinoza è che si sia in grado di volgere la natura (indifferente, crudele ed oscura) a proprio beneficio e vantaggio. Ovvero, che si possano immunizzare le passioni negative, esaltando e preferendo quelle positive ed espansive.
A tal proposito risuona la domanda parallela di Damasio: quanto la conoscenza della biologia delle emozioni influisce sulla vita? “Il fatto – cioè – di sapere come funzionano emozioni e sentimenti ha una qualche importanza nel determinare il modo in cui viviamo?”
Ovvero: c’è un’eccedenza di benessere che possiamo generare, al di là dell’automatismo innato dell’omeostasi?

Però qui siamo ancora solo al livello individuale: possiamo forse concepire un’umanità in cui sia solo il benessere del singolo a contare? Non è forse ad un livello collettivo che dobbiamo cercare ulteriori risposte ai nostri dilemmi? E non è forse vero che il bene e l’armonia individuale (o la loro destabilizzazione) dipendono sempre più in larga misura dalla vita e dai condizionamenti sociali?

2. Armonia sociale
È evidente come qui si apra il fronte del rapporto tra individuo e società, e dunque di affetti “egoistici” o “altruistici” – in ultima analisi dobbiamo occuparci dell’opposizione tra pulsione narcisistica (il conatus – ovvero la forza essenziale di ogni vivente) ed empatia (ovvero ciò che ci connette con ogni altro vivente).
Il narcisismo parrebbe la condizione emotiva primaria: il corpo funziona come una macchina espansiva, che ricerca sempre il proprio benessere e la perfezione (un aumento di potenza), preferendoli agli affetti tristi, che diminuiscono la potenza vitale. Dunque il problema sta proprio qui: il narcisismo non è una passione triste, anzi è proprio conseguente alla linea gioiosa e positiva dell’autoaffermazione. D’altro canto ci sono gli altri (tutti gli altri organismi, non solo umani) che hanno la medesima disposizione espansiva – quasi si trattasse di un diritto naturale alla felicità che accomuna tutti gli esseri viventi. Spinoza svela bene questo aspetto e sottolinea anche il fatto che ciò implica automaticamente il perseguimento del bene per ciascuno. Il bene è determinato da ciò che aumenta il benessere di ciascuno: il bene, cioè, non è un concetto astratto o una dottrina metafisica o religiosa, ma ciò che è buono per ciascun essere vivente – ovvero, ciò che è buono per ogni individuo.

“Da tutto ciò risulta che noi non tendiamo a una cosa, non la vogliamo, appetiamo o desideriamo perché giudichiamo che sia buona, ma, al contrario, giudichiamo che sia buona perché ci sforziamo di ottenerla, perché la vogliamo, l’appetiamo e la desideriamo”

Ma come la mettiamo con la socialità?
Spinoza trova che il passaggio possibile da uno stato di guerra di tutti contro tutti (alla Hobbes: homo homini lupus) sia possibile solo attraverso la più improbabile delle virtù, ovvero l’utilità. E che dunque per far ciò occorra usare il medium della ragione, più che quello degli affetti (in gran parte antisociali).

“Il bene che chiunque, il quale segua la virtù, appetisce per sé, lo desidera anche per gli altri uomini, e tanto più quanto maggiore sarà la conoscenza che avrà avuto di Dio”.

“Gli uomini cioè non possono desiderare per la conservazione del proprio essere niente di più eccellente se non che tutti concordino in tutto, in modo che le Menti e i Corpi formino una sola Mente e un solo Corpo, e tutti si sforzino insieme, per quanto possono di conservare il proprio essere, e tutti insieme cerchino per sé l’utile comune”.

Mi pare insomma di poter affermare che il complesso emotivo-sentimentale sia tarato originariamente sul singolo, sull’organismo vivente, laddove la sua trasposizione a livello sociale (omeostasi sociale) abbia molti problemi, senza l’intervento della coscienza e di idee razionali (o se si vuole di sentimenti socievoli).
Damasio definisce molto bene questo confine quando parla di una stabilizzazione dell’omeostasi a livello individuale (la “solidità” della biologia, dunque milioni di anni di storia), a fronte di “lavori in corso” nel campo dell’omeostasi sociale, che ha avuto un periodo di sviluppo molto più breve e approssimativo, poche migliaia di anni e che, soprattutto, gode del pregio/difetto della libertà – e dunque di uno stato permanente di incertezza.
Spinoza individua alcuni di questi sentimenti empatici: la compassione, la misericordia, l’amore, ecc. – ma non mi pare sia ottimista riguardo alla loro conversione sociale. La socialità è piuttosto frutto, secondo lui, di una decisione e di un calcolo razionale.
Damasio pare invece più possibilista, e concede ai sentimenti empatici maggiori possibilità: anche perché li lega ai meccanismi cerebrali – essenziali per la nostra specie – del dolore, della coscienza e della memoria. Doni che sono, insieme, angoscia e splendore.

3. Armonia cosmica
C’è tuttavia un ulteriore livello di quella che abbiamo (un po’ fuori dal suo luogo di origine) chiamato omeostasi, ovvero del dispositivo che produce equilibrio ed armonia.
Essendo la mente umana amplificata a dismisura (ed avendo una potenza immaginativa pressoché infinita), ciò rende più complicato il compito, poiché è più facile perdere di vista l’essenziale.
Riassumendo quanto emerso fin qui: a) la natura ha definito molto bene la via maestra, ovvero l’omeostasi organica; b) più difficile e in bilico l’equilibrio sociopolitico – utilità e ragione strumentale.
Arduo e quasi impossibile quello che Spinoza definisce come il terzo livello di conoscenza, ovvero l’intuizione intellettuale – quella forma di conoscenza cioè che ci mette in diretta comunicazione con Dio (il cosmo, la sostanza, la natura, tutte le cose, o come li si voglia definire).
Amor dei intellectualis lo chiama Spinoza, e sembrerebbe trattarsi della più intensa esperienza di armonia che ci è dato esperire, senonché richiede il livello più alto e difficile di conoscenza (e dunque di abbandono delle passioni e della schiavitù cui esse ci conducono).
Ne viene distillato un unico vertice affettivo (poiché di sentimento si tratta), che è quello dell’amore – amore puro e disinteressato, senza oggetto. Potremmo dire agàpe, non éros. Amore eterno (sub specie aeternitatis) slegato da ogni ansia di immortalità e di egoismo – e dunque di narcisismo – e da ogni forma di assoggettamento: occorre però chiarire che tale amore di Dio non è l’amore che Dio prova per noi umani (non essendo persona, ma sostanza-natura), ma quello che noi, a questo livello di coscienza, possiamo esperire sentendoci in sintonia con la totalità delle cose. Si potrebbe parlare qui di un vero e proprio misticismo cosmico.
Che non vuol dire che il saggio, giunto a questo stadio, non patisca o sia totalmente libero dalle passioni, ma solo che – conscio di tutte le cose e della loro eterna necessità – non se ne sente schiavo, ed anzi proprio la conoscenza di ciò che è necessario (ciò che è determinato dalla natura, in maniera geometrica) lo rende libero e sereno in sommo grado. A questo vertice si è soprattutto liberi dalle pulsioni più negative – la paura della morte e tutte le fobie instillate dai poteri che vogliono rendere ancora più schiavi gli umani. L’armonia organica era essenzialmente emotiva, quella sociale un misto di sentimento e ragione (empatia ed utilità), questo tipo di armonia è un distillato del più alto sentimento che si possa provare (amore) e, insieme, della più alta forma di conoscenza (intuizione, contatto diretto con le cose, con la natura).
Possiamo a tal proposito citare le ultime righe dell’Etica:

“Dalle cose dette risulta quanto il saggio sia più forte e più capace dell’ignorante, che è mosso solo dalla libidine. Infatti l’ignorante, a parte il fatto che è sballottato in molti modi da cause esterne e non raggiunge mai una vera soddisfazione dell’animo vive, inoltre, quasi inconsapevole di sé, di Dio e delle cose; e appena cessa di patire cessa anche di esistere. Al contrario il saggio, in quanto è considerato tale, difficilmente è turbato nell’animo, anzi, consapevole di sé, di Dio e delle cose, per una certa eterna necessità, non cessa mai di essere, e possiede sempre la vera serenità dell’animo”.

Damasio critica questa concezione di acquiescienza (il termine latino che Spinoza utilizza è appunto acquiescientia, tradotto ora con serenità, ora con soddisfazione, oppure con acquietamento dell’animo), valutandola come troppo lontana dalla nostra mentalità, sempre votata all’azione: Spinoza sarebbe insomma quasi un rinunciatario, un animo troppo contemplativo e troppo privo di legami con gli oggetti (i desideri, le cose, le merci) per poter davvero parlare al nostro tempo.
Io trovo invece che sia proprio questo uno degli aspetti più interessanti (anche se difficili ed intraducibili) del pensiero di Spinoza: la sfida sta proprio nel coniugare le varie forme di utopie dell’armonia da lui suggeriteci con un nuovo modo di intendere l’agire umano.

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