Sull’insensatezza (e Bartleby)

bartleby

[Mi ero fatto alcune domande a proposito dell’insensatezza, tempo fa. Ne ho ritrovato traccia in quel che segue, una bozza rimasta chiusa a lungo in uno dei tanti cassetti virtuali del blog. E ripescata in seguito al rinvenimento della metafora della “catasta del significato”. Poi, in un altro cassetto, è saltato fuori l’inizio di un commento alla lettura di Bartleby lo scrivano di Melville. Non che la relazione tra i due frammenti costituisca di per sé un antidoto all’irrelatezza quale ingrediente essenziale dell’insensatezza, anche perché apparirebbe piuttosto come giustapposizione posticcia, gioco intellettualistico di rinvii; mi piace tuttavia considerarla come l’avvio di una riflessione organica – aiutata da sei giorni di passeggiate nella mia isola – sul concetto di relazione. Senza il quale nulla avrebbe senso. E il nulla, semplicemente, dilagherebbe]

Quando diciamo che una cosa è insensata? Che cos’è la mancanza di senso? Da che cosa viene originata?
Innanzitutto credo che l’insensatezza vada distinta dall’irrazionalità o dall’illogicità. Si tratta di situazioni diverse. Una cosa può essere insensata, ma non per questo irrazionale; a tal proposito ho qualche dubbio sul fatto che esista qualcosa come l’irrazionalità. Penso anzi che non vi sia nulla di irrazionale, se per irrazionale intendiamo ciò che non ha ragioni, dunque cause precise del suo esserci. Del resto non dico nulla di nuovo, già l’aveva sostenuto Hegel con la faccenda del reale-razionale.
Una cosa insensata ha ragione d’essere, per quanto essa non abbia senso. Quel che non ci quadra (stona) nell’insensatezza è l’ordine, non la ragione: è il fatto che qualcosa sia correlato a qualcos’altro. Come quando all’improvviso compare in un contesto qualcosa che non dovrebbe esserci, che non c’entra nulla: la ruota di un’automobile in mezzo ad un campo di grano, il cacio sul caffelatte, la voce di Spinoza alla radio che commenta una partita di calcio.
Ma l’insensatezza si fa pressante quando riguarda le relazioni non più tra cose ma tra umani. Forse è proprio lì che si origina: sono le relazioni sbagliate, inconcludenti, assurde, stonate (ma non irrazionali, poiché vi è sempre una ragione sufficiente affinché qualcosa sia quel che è – il nazismo aveva molte ragioni per essere l’assurdità che è stato, la guerra continua a macinare morte a partire da robuste ragioni).
Non ha senso!
Qual è il significato preciso di questa espressione?
La mia vita non ha senso.
Qui però si compie un salto. Si sta cercando di mettere ordine in quel guazzabuglio che chiamiamo “io” (parola semplice che racchiude una complessità cangiante): questo va qui, quello laggiù, quest’altro meglio riporlo, no lì non va bene, non è il suo posto, e quella cosa che ci fa lì, non l’avevo buttata?
Quando si arriva a dire della vita che è insensata? Quando io non trova il capo e la coda di se stesso – quando io non è più “io” e si confonde col flusso delle cose, dell’esistenza, della vita.
Ma non è forse vero che proprio in questo con-fondersi, correlarsi, ritornare ad essere un sé che è con-essere, l’io viene a significare qualcosa,  laddove il suo ossessivo ergersi a Narciso irrelato rischierebbe piuttosto di precipitare nell’abisso del vuoto e dell’insignificante?

***

Rimane tuttavia un’insignificanza media della vita – che è un’insignificanza tipica della società borghese, burocratizzata e ultralavorativa, molto ben rappresentata dall’inquietante figura di Barleby lo scrivano.
L’avvocato che prende a servizio Bartleby, dopo aver scoperto la “stranezza” del suo dipendente – quel “preferirei di no” – I would prefer not to – che continua a sbattergli inspiegabilmente sul muso, che poi non è un no o un rifiuto, ma un gesto spiazzante – attraversa varie tonalità emotive, come la rabbia che però cerca sempre di tenere sotto controllo. Ma sono la mestizia e la pietà a prevalere, senonché “mentre l’entità della miseria di Bartleby cresceva nella mia fantasia, quella stessa mestizia si trasformava in paura, quella pietà in repulsione. È innegabile, e terribile insieme, che fino a una certa soglia il pensiero o la vista dell’infelicità suscitino i nostri migliori sentimenti; ma, in alcuni casi, oltre a un certo punto, questo non succede più. Chi afferma che ciò deriva inesorabilmente dall’innato egoismo del cuore umano è in errore. Tale fatto è semmai frutto di una certa impotenza a porre rimedio a un male estremo e organico.”
La soglia e l’impotenza sono qui gli elementi-chiave: se si decide di varcare la soglia dell’intollerabile, tentando di comprendere ciò che sfugge alla comprensione, può subentrare un devastante sentimento di impotenza. E la pietà si tramuta in orrore: l’orrore dell’insensatezza.
L’avvocato appare “ragionevole”, dotato di buon senso, insomma la fattispecie della “medietà borghese” e vagamente illuminata, che però si trova di fronte l’abisso dell’insensato, dell’incomprensibile e, soprattutto, dell’incatalogabile/indomabile. Bartleby rappresenta la resistenza ad ogni incasellamento logico: la libertà umana è anche negazione radicale della correlazione. Essere liberi significa anche non voler significare nulla. Non voler sottostare al codice che – solo – conferisce significato. Sottrarsi all’onnipotenza del linguaggio e della scrittura. Del potere. Smettere di scrivere, di mangiare, di parlare. E, soprattutto, non fornire alcuna spiegazione. Far deflagrare il senso, la ragione, il significato – ogni cosa.

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3 Risposte to “Sull’insensatezza (e Bartleby)”

  1. Davide Di Tullio Says:

    Mi verrebbe da dire che il divino colma il vuoto di senso che si apre oltre la fisiologica comprensione umana delle cose. L’indicibile, quello che per i greci è “l’invisibile” si compie in un vuoto sematico che, a torto o a ragione, si riempe della provvidenza divina o del mito. Questa libertà ha sicuramente un prezzo altissimo

  2. MassimoBarbaro Says:

    “. Senza il quale nulla avrebbe senso. E il nulla, semplicemente, dilagherebbe]

  3. Sulla mancanza di senso (di Mario Domina) | Autentica / Inautentica Says:

    […] (La Botte di Diogene) […]

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