Settimo fuoco: entropè

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Etica – estetica – scienza
tenteremo di far convergere questi filoni di pensiero e di ricerca, di riunificare cioè quel che per troppo tempo (specie dal XIX secolo in poi) è rimasto separato.

Carlo Rovelli – nelle sue brillanti Sette brevi lezioni di fisica – lo fa allusivamente.
Enzo Tiezzi – nel testo base di questa sera, Fermare il tempo – lo fa programmaticamente: tanto è vero che il sottotitolo è Un’interpretazione estetico-scientifica della natura.
[A tal proposito occorrerebbe subito perorare la causa di ben due riunificazioni urgenti:
a) quella tra due aspetti della natura, già chiaramente identificati da Galileo, ovvero quantità (proprietà primarie della materia) e qualità (secondarie, inessenziali) – la prima oggettiva, e dunque misurabile, l’altra soggettiva, e dunque poco attinente ad una conoscenza rigorosa. È un argomento affascinante, del quale ho diffusamente parlato qui, ma che ci porterebbe troppo lontano.
b) e quella – ormai vetusta ed incomprensibile – tra scienze naturali e scienze umane, tra cultura scientifica e cultura umanistica]

In realtà questa sera parleremo soprattutto di quel concetto alquanto sfuggente che è il tempo. E, di riflesso, di altri due concetti: entropia (altrettanto misterioso, per quanto sovrautilizzato), interazione (od anche relazione).
Utilizzerò anche altri materiali (tra cui un capitolo di un recente saggio dedicato al Primo Levi scienziato e chimico, e un capitolo del testo di Marco Malvaldi L’infinito tra parentesi: storia sentimentale della scienza da Omero a Borges, dedicato proprio all’entropia).
Non mancheremo poi di “giocare all’apocalisse” con Alok Jha.
Ne verrà fuori un mosaico che si andrà ad incastrare con altre tessere emerse negli incontri scorsi e che, nelle mie intenzioni, ci restituirà l’immagine di un sistema globale (la biosfera o l’ecumene) di cui siamo chiamati a rendere conto/prenderci cura. Una sfida insieme etica, conoscitiva ed estetica: ovvero la salvaguardia del fragile (e non necessario) sistema evolutivo della vita – e della sua cangiante bellezza.

Il concetto di tempo è uno dei più ambigui e incatalogabili della storia del pensiero umano.
Ma direi che fonda il modo stesso di intendere l’essere, la natura (quella che i primi filosofi greci definiscono physis, da cui il termine fisica): già in due grandi filosofi presocratici, Parmenide ed Eraclito, la percezione dello scorrere o meno delle cose, del loro consumarsi oppure star ferme, apre una grande discussione, un dilemma che dura tutt’ora: esiste qualcosa di eterno, oppure tutto si consuma – e se tutto si consuma lo fa nel tempo? E che cos’è il tempo? Qualcosa che attiene alla materia (esterna) o che è solo il nostro modo (interno) di percepire i fenomeni?
La riflessione filosofica ha oscillato per secoli tra una visione oggettiva ed una soggettiva del tempo: già Platone ed Aristotele pensavano al tempo come a una misura del movimento (anche se il movimento perfetto era quello circolare, dunque con una temporalità diversa, una vera e propria immagine dell’eternità, di un perenne ritorno di tutte le cose).
La terra è sede del tempo che consuma, il cielo dell’attimo eterno.
Ma con Agostino, ad esempio, si fa strada una visione più soggettiva ed interiore del tempo. Agostino nota come il tempo sia qualcosa di contraddittorio e di imprendibile, un dato psicologico più che oggettivo: noi possiamo solo afferrare qualcosa ora, ma nel momento esatto in cui diciamo “ora”, l’attimo si è consumato, è diventato passato – né del resto abbiamo la possibilità di afferrare il passato, se non entro quel meccanismo complesso e stratificato che è la memoria, mentre di fronte a noi si distende incertissima e indefinibile la distesa del futuro.
Daccapo: che cos’è il tempo?
Ma con il cristianesimo la concezione pagana ciclica viene abbandofreccia del temponata, per far spazio ad una concezione lineare: la fine dei tempi è l’avvento della città di Dio. Ma similmente in epoca moderna il tempo futuro è l’avvento del nuovo, del progresso, evoluzione e miglioramento delle condizioni umane, ecc.
Con la scienza moderna abbiamo una visione meccanicistica del tempo – il tempo misura il movimento fisico, ed è reversibile, non c’è alcuna differenza nella misurazione di un fenomeno, la cui oggettività è così assicurata (“tempo assoluto” di Newton).
Kant ritiene il tempo una forma a priori del nostro modo di conoscere la natura: come dire che soggetto e oggetto si incastrano perfettamente e danno luogo ad una conoscenza oggettiva (che ha la fisica newtoniana come esito).
Ma già nell’800 una visione così lineare e meccanica del tempo viene messa in discussione: il secondo principio della termodinamica, l’introduzione del concetto di entropia e della irreversibilità del tempo ne minano la visione fisica classica.
Così come la teoria della relatività di Einstein che all’inizio del XX secolo mette in discussione proprio l’assolutezza della misurazione del tempo: sia il movimento sia la posizione gravitazionale condizionano il tempo, lo relativizzano, e se ci si trovasse in luoghi e condizioni diverse il tempo scorrerebbe più o meno velocemente.
Ciò fa del tempo qualcosa di elastico, di non più dato una volta per tutte.
Sul fronte filosofico è Bergson a trarre le conseguenze più radicali: il tempo è sempre stato concepito come qualcosa di esteriore e di spazializzato, ma in verità questa è appunto una concezione meccanica che non rende giustizia alla sua vera natura, che è piuttosto durata, ovvero qualcosa che non può essere scandito in momenti che si ripetono identici, ma in percezioni continue di carattere psichico ed interiore.
Si apre così un nuovo grande capitolo per lo studio del fenomeno del tempo.

Ancora oggi – ci rivela il fisico Carlo Rovelli – noi non sappiamo con precisione che cosa sia il tempo. Sappiamo ad esempio, da un punto di vista fisico, che il suo fluire ha a che fare con il calore, e che la differenza tra passato e futuro avviene quando c’è una differenza di calore nella materia, con un costante passaggio (probabilisticamente altissimo) del calore da cose calde a cose fredde, e dunque con un disperdersi e “deteriorarsi” del movimento, del calore, dell’energia, dell’ordine.
Da cui – tramite la seconda legge della termodinamica e il concetto di entropia (dal greco en=dentro, tropé=trasformazione) – qualche cosmologo ha tratto la conclusione che il nostro universo si muova naturalmente verso il disordine, la disorganizzazione, la dissipazione energetica – il consumo progressivo del calore e quindi del tempo. Destinato dunque alla morte termica e alla fine del tempo, e di ogni fenomeno che solo nel tempo risulta percepibile.

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Naturalmente non tutti gli scienziati concordano con questo uso estensivo del concetto di entropia, anche perché nel secondo principio non si parla di aumento del disordine ma si dice piuttosto che “in ogni trasformazione spontanea l’entropia dell’universo resta invariata, oppure aumenta”. Entropia sarebbe semplicemente la misura del cambiamento interno di un corpo, la quantità di calore non utilizzabile come lavoro e dunque destinato a disperdersi. Solo per analogia si parla di aumento del disordine.

È da questi concetti e teorie fisico-chimiche, estesi all’intera biosfera, che Enzo Tiezzi ricava una visione generale che non ha più soltanto una valenza scientifica, ma nella quale si integrano anche elementi etici ed estetici. Una visione della natura che non è più solo quantitativa, ma anche qualitativa. Non solo riduzionistica (la sua riduzione alla fisica delle particelle o alle leggi fisiche basilari), ma che tiene conto anche della “diversità biologica”: la vita – da questo punto di vista – parrebbe addirittura un’enorme eccezione al secondo principio della termodinamica e alla legge generale della dissipazione universale (ho trovato anche delle interessanti riflessioni in proposito nel testo di Primo Levi).

Fermare il tempo – è ovviamente un ossimoro, ma è anche un programma etico-scientifico preciso:
-messa in discussione del concetto della fisica classica di reversibilità e di riproducibilità sperimentale;
-introduzione del concetto di irreversibilità dei fenomeni, in particolare per quanto attiene al bios, alla sfera della vita: il tempo è nella materia, nell’accumulo organizzativo e progressivo della vita, nel configurarsi di sempre nuove relazioni;
-dicotomia tra tempi naturali (biologici: di lunga durata, o meglio di costruzione di relazioni sempre più complesse) e tempi storici umani, che rischiano di far saltare un equilibrio delicatissimo costruito in milioni di anni.
La biosfera è il sistema che rischiamo di far saltare: in particolare tramite la messa in discussione della fotosintesi, del meccanismo cioè che cattura energia dal sole, organizza materia in vita e ributta fuori dal sistema scorie e residui – una perfetta curva neghentropica, di diminuzione cioè dell’entropia, di aumento dell’ordine e dell’organizzazione della materia e di controtendenza rispetto al destino dell’universo. Se l’antropizzazione dovesse far saltare questo delicato equilibrio (e vedremo che sono molti i modi per farlo saltare, anche se il principale è forse quello che tende ad accelerare l’entropia, a disperdere e a dissipare l’organizzazione vitale), ovviamente sarebbe la fine della biosfera.
L’ecoeconomia deve aggiungere un’ulteriore variabile, oltre al capitale e al lavoro: il “capitale naturale”, che deve poter essere rigenerato e non consumato più velocemente del suo ritmo rigenerativo (compresa anche la velocità di assorbimento delle scorie): in tal senso “fermare il tempo” diventa vitale.
Il capitale naturale deve essere visto tramite gli occhi del secondo principio: in termini cioè dissipativi, irreversibili, evolutivi, entropici.

A concludere occorre sottolineare come tutti questi discorsi convergano verso unità, un unico sistema fatto di relazioni ed interrelazioni (ad esempio la coevoluzione, o il sistema della biosfera) che occorre conoscere, rispettare, conservare, gestire in modo razionale.
È una struttura connettiva ed interattiva di cui anche noi (e la nostra mente) facciamo parte: noi non siamo esterni alle relazioni che si sono andate costituendo in tempi naturali lunghissimi (che però sono un battito di ciglia nella storia dell’universo), e che però, tramite improvvide accelerazioni temporali (i tempi umani della crescita e del consumo) possono far saltare un equilibrio che è ovviamente in perenne divenire, mai stabile o stazionario.
La relazione e l’interazione tra parte e tutto (tra specie umana e natura) è il cuore della questione. La sfida essenziale del tempo a venire.

***

index.phpCome anticipato, giocheremo ora (e scherzeremo, ma non troppo) con il Manuale dell’apocalisse del divulgatore e giornalista inglese Alok Jha: sono 50 (un numero comodo e, suppongo, di efficace impatto editoriale) le possibili e probabili catastrofi  – tutte ben documentate – che a suo parere incombono sulla specie, sulla vita, sul pianeta. Qui di seguito le ho raccolte in buona parte, suddivise  – come fa il libro – per tipologie causali:

L’uomo
1. Estinzione di massa delle specie viventi (ne abbiamo avute almeno 5 in grande stile con un tasso di estinzione che va dal 75 al 95%)
2. Pandemia globale (paura del contagio: dalla peste alla spagnola)
3. Distruzione nucleare
4. La bomba sporca (chimica o biologica, magari di matrice terroristica)
5. Farmacologizzazione integrale (come il soma euforico di Mondo nuovo)
6. Sovrappopolazione
(ma anche il suo contrario: diminuzione progressiva del tasso di fertilità)

La tecnologia
1. La guerra cibernetica (attacco alla rete)
2. Disastro biotecnologico
3. I robot (o anche le macchine) che prendono il sopravvento

L’ambiente
1. L’estinzione delle api
2. Invasione di una specie e squilibrio dell’ecosistema
3. Desertificazione
4. Crisi alimentare globale
5. La guerra per l’acqua
6. Esaurimento delle risorse (in particolare delle cosiddette “terre rare”)
7. Consumo di suolo, depauperamento degli ambienti marini e terrestri
8. Aumento del livello dei mari
9. Blocco della corrente del golfo
10.Glaciazione estrema
11.Inquinamento chimico e modifiche irreversibili delle specie
12. Buco dell’ozono
13. Asteroide, megatsumani, supereruzione vulcanica, impoverimento di ossigeno (causa gas e calore emessi a livello geologico)
14. Inversione geomagnetica
15. Iper-uragano

Lo spazio
1. Tempeste solari
2. Asteroidi, comete, detriti, polvere e materiali vari dallo spazio
3. Un buco nero fuori controllo (con una bella tempesta di raggi gamma cosmici)
anche un buco nero creato dagli esperimenti degli scienziati (come quelli fatti dal Cern di Ginevra)
4. Il vuoto, che non è vuoto ma “pullula di energia”
5. Collisione solare. Ma anche morte del sole.
6. Collisione delle galassie: Andromeda (M31) viaggia verso di noi a 120 km/s!
7. Extraterrestri ostili
8. La fine del tempo (!)
9. Strangelet (una sorta di tumore dovuto a particelle pesanti fuori controllo, un po’ come in Ghiaccio nove di Vonnegut)

La genetica
1. Mutanti: Superumani geneticamente modificati. Oppure, distopia disgenica, ovvero diffusione di geni negativi.
2. Deterioramento dei telomeri (ovvero degli orologi genetici delle cellule) a livello di specie

Il futuro
1. La vita è sogno
2. Estinzione delle informazioni e della memoria
3. Le incognite, ovvero ciò che è radicalmente sconosciuto ed inimmaginabile (noto anche come “teoria del cigno nero”).

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