Catalogo delle passioni: misericordia affetto triste?

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I filosofi tradizionalmente e nella stragrande maggioranza sono inclini ad essere poco misericordiosi e compassionevoli: basterebbe consultare un qualunque dizionario filosofico per rendersene conto, visto che difficilmente vi si troverebbero le voci “misericordia”, “pietà”, “compassione” e simili; al più tali affetti verrebbero citati sotto voci più ampie, quali virtù, etica, giustizia, passioni.
Occorre chiedersi donde vengono questa indifferenza, circospezione quando non manifesta sospettosità. Forse la celebre immagine della dolce lontananza dagli affanni con cui Lucrezio apre il libro II del De rerum natura ci offre qualche interessante spunto in proposito: il filosofo – nella forma più classica del saggio antico – preferisce non essere turbato dagli affetti tristi indotti dalle miserie umane; egli guarda anzi con piacevole sufficienza (e un poco di alterigia) gli umani «errare smarriti cercando qua e là il sentiero della vita», gareggiare, competere e «sforzarsi giorno e notte con straordinaria fatica di giungere a eccelsa opulenza e d’impadronirsi del potere». Sforzo inutile e vano per menti misere e cieche, che non capiscono che l’unica vera liberazione dalla miseria – l’unico vero atto di misericordia – è che l’anima viva e goda «d’un senso gioioso sgombra d’affanni e timori»: atarassia, imperturbabilità sono qui le parole d’ordine1.

Gli stoici rincarano la dose, arrivando a dire che la misericordia è piuttosto una passione triste, e come tale è meglio liberarsene. Crisippo ribatte a chi accusa i saggi stoici di eccessiva durezza e di mancanza di pietà o di compassione, che «la misericordia è un dolore dell’animo [aegritudo animi, espressione ripresa poi da Cicerone: un malessere che opprime l’animo] alla vista delle miserie del prossimo, oppure è la tristezza che viene dai mali altrui, quando siano ritenuti immeritati. Ora il dolore non trova posto nell’uomo saggio»2.

Spinoza rinnova il sospetto e nell’Etica avvicina commiseratio e misericordia: della prima si dice che è «una tristezza associata all’idea di un male che accade a un altro che immaginiamo simile a noi» – conferendo così all’immaginazione la funzione empatica di identificazione all’altro; mentre la misericordia diventa l’abito mentale di tale disposizione, non più un affetto singolo ma un atteggiamento generale nei confronti dei mali e delle miserie umane. Entrambi gli affetti ad ogni modo hanno il segno negativo della tristezza, e sarebbe meglio dunque evitarli.
Senonché qualche passo dopo, Spinoza richiama di nuovo l’affetto della misericordia che, contrapposto curiosamente all’invidia, viene elevata a forma di amore «dal quale l’uomo è affetto in modo da godere del bene altrui e, al contrario, da rattristarsi del male altrui». Se dunque la tonalità emotiva dell’invidia è triste, e di una tristezza piuttosto nera e cupa (godere del male altrui non può essere una vera gioia, poiché si è mossi dall’odio), quella della misericordia ci si presenta come ambigua ed ambivalente, con striature tanto liete quanto tristi3.
Nella parte quarta dell’Etica Spinoza ribadisce tuttavia come la commiserazione sia «cattiva e inutile nell’uomo che vive sotto la guida della ragione». E chiarisce molto bene quella che è forse la ragione prevalente del sospetto di cui sopra: essere misericordiosi, «l’essere [cioè] spinti a liberare dalla miseria l’uomo che commiseriamo, desideriamo farlo per il solo dettame della ragione». Un conto è l’empatia o la sym-patheia, sentirsi come l’altro (immaginare come l’altro si possa sentire, immedesimarsi in lui e com-patire le miserie e i mali da lui provati), altra cosa è invece essere spinti ad agire per liberarlo da quelle miserie. Per effettuare opere di misericordia bastano i dettami della ragione, anzi è bene utilizzare solo la ragione: «la commiserazione, nell’uomo che vive sotto la guida della ragione, è di per sé cattiva e inutile». Ma vediamo perché.
Vi sono almeno tre ragioni: la prima, di ordine generale, attiene alla necessità ontologica (nulla in natura è degno di odio, e dunque nulla è davvero misero e necessita di commiserazione); la seconda riguarda la nostra propensione ad agire sotto l’impulso degli affetti, magari frettolosamente e senza pensare alle conseguenze, del che, talvolta, siamo costretti a pentirci: una buona azione impulsiva e non condotta dalla ragione corre sempre il rischio dell’eterogenesi dei fini; infine, corriamo il rischio di farci ingannare dalle lacrime altrui, ovvero dalle eventuali maschere della miseria costruite ad arte per (com)muoverci a compassione.
Spinoza chiude lo Scolio con una sorta di aut-aut: o si è razionali o si è compassionevoli, tertium non datur. Colui che non è mosso da ragione né da compassione rappresenta una figura dell’inumano: pur propendendo per la disposizione all’agire razionale, Spinoza pare qui sottintendere che, in ogni caso, ad una cinica disumanità sia preferibile una frettolosa ed irrazionale pietà4.
Emerge qui tuttavia il vero nodo del contendere, che sta tutto in quella dicotomia ineliminabile (o solo parzialmente ricucibile) tra affetti e ragione, tra passività ed attività: le opere di misericordia (la prassi della commiserazione-compassione), proprio perché mosse da affetti, non sono buone di per sé, laddove ciò che qualifica come buono l’agire è la ragione. Le passioni, i sentimenti hanno motivazioni e scopi confusi, irrazionali, talvolta dannosi – proprio perché non guidati dal lume della ragione. Ampliando lo sguardo, direi che la visione spinoziana finisce per convergere con l’atteggiamento tipico della filosofia doc (quella col marchio aristotelico stampigliato sopra, per intenderci), quando essa vuole occuparsi di prassi o di azione politica: alla base di quell’atteggiamento prevalente c’è comunque la figura aristotelica dello zoon politikon.

Lo si ritrova anche nell’illuminista (e spinozista) Lessing di Ernst e Falk. Colloqui per massoni, che fa dire ad uno dei suoi interlocutori una frase illuminante in proposito: «Le vere azioni dei massoni mirano a questo, a rendere superflue per la massima parte, tutte quelle azioni che comunemente si usa definir buone»5. Lessing ci indica con molta precisione il limite implicito nell’azione caritatevole (cioè nella disposizione individuale a fare il bene), proprio dal punto di vista di una concezione razionale e politica del bene. Il sospetto – da Lessing condiviso con i filosofi poco misericordiosi – è che dietro le motivazioni che spingono a “fare il bene” ci siano ragioni inconfessabili, bisogni individuali da soddisfare (non ultimo il narcisismo) o, peggio, l’utilità e la decisione (più o meno consapevole) di mantenere lo status quo, di fare cioè in modo che il sistema delle buone azioni diventi un prodotto collaterale indispensabile del sistema sociale iniquo. Ecco perché l’unica radicale e vera “buona azione” è proprio il suo toglimento alla radice: una società, cioè, dove non ci sia più bisogno di fare il bene, di ovviare alle miserie, perché è “buona” e giusta di per sé e perché distribuisce a tutti i suoi componenti in egual misura la bontà – ovvero, per dirla spinozianamente, la potenza vitale, la gioia di vivere.
Dunque, l’unica vera opera di misericordia, secondo questa prospettiva, è far sì che non si riproducano più le miserie umane: il toglimento della figura del misero, del bisognoso, del mancante, del carente contemporaneamente al toglimento della figura del pietoso, del volonteroso, e di tutte le madri-terese-di-calcutta di questo mondo: agire affinché la miseria sparisca dal mondo. Né miserie né misericordiosi, né impotenti né potenti compassionevoli.

Utopia radicale – rivoluzione sociale ed antropologica – a cui molti, dopo Lessing, hanno creduto, in primo luogo Marx, il più sospettoso dei filosofi anti-misericordiosi e il più radicale nel voler rovesciare le logiche di potere che le miserie e le ingiustizie nascondono (utopia e rivoluzione a cui oggi non pare credere più nessuno). La lotta secolare per l’eguaglianza e la giustizia sociale, che pure ha portato alla conquista dello stato sociale e alla garanzia di alcuni diritti universali (per quanto oggi pesantemente sotto attacco dell’ideologia neoliberista), ha insieme prodotto, anziché il paradiso promesso, le magnifiche sorti e progressive o il sol dell’avvenire, alcuni inferni che sarebbe stato meglio evitare. Oggi né la pietas né la ragion politica paiono essere all’altezza delle questioni.
L’affetto della misericordia – e i consimili affetti pietosi e compassionevoli – ci si ripresentano così sotto forma di dilemma: che fare di fronte al profugo in fuga da guerra e miserie che approda (quando ci riesce) alle nostre spiagge? Essere giusti, misericordiosi o imperturbabili? Volgere lo sguardo, indignarsi o agire? Delegare ad altri (stato, ong umanitarie6) o impegnarsi in prima persona? Che cosa risponderebbe Lucrezio oggi?
È probabile che i saggi antichi – in compagnia del grande saggio moderno – avessero ragione a proposito del carattere ambiguo della misericordia “passione triste”; è certo però che gli affetti per eccellenza tristi della nostra epoca, ovvero l’impotenza e la paura, sono quanto di più irrazionale, antifilosofico ed antiumano si possa presentare sulla scena sociale contemporanea – se è vero che la “potenza” è l’affermazione vitale primaria, la gioia ontologica che sta alla base di ogni essere, di ogni vivente, di ogni umano. Indipendentemente dal fatto che si trovi al di là o al di qua di fittizi confini e bracci di mare.

1 Cfr. Tito Lucrezio Caro, La natura delle cose, Rizzoli 1990, pp. 157-9.

2 Stoici antichi: tutti i frammenti, Bompiani 2002, p. 1189.

3 Spinoza, Opere, Mondadori pp. 960-1.

4 Opere, pp. 1017-8.

5 G.E. Lessing, Doktor Faust ed altri scritti filosofici, Libreria Cuem, a cura di Luciano Parinetto. Di quest’ultimo si veda anche il saggio Alienazione e utopia in Lessing (raccolto in Nostra signora dialettica, Pellicani 1991), dove viene rilevata tale critica all’insufficiente charitas religiosa anche nell’opera teatrale Nathan il saggio: «Non è forse vanità – esclama il tesoriere del Saladino – colle centinaia di migliaia di individui che opprimono i loro simili, li sfruttano, li saccheggiano, li martirizzano, li strozzano, voler poi fare il filantropo con qualcuno di essi?» (pp. 98-9).

6 Toni Negri e e Michael Hardt individuano in Impero la contraddizione essenziale in cui versano le Ong umanitarie, di fatto una delle più potenti “armi pacifiche” del nuovo ordine mondiale, “le campagne caritatevoli e gli ordini mendicanti dell’Impero” – “armi pacifiche” è non a caso un ossimoro che fa il paio con “guerra umanitaria” (Impero, Rizzoli, p. 50).

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13 Risposte to “Catalogo delle passioni: misericordia affetto triste?”

  1. vincenzo Says:

    L’ha ribloggato su Redvince's Weblog.

  2. paolina Says:

    Non riesco a credere come i filosofi antichi pensassero di poter evitare il dolore. Esso fa parte della vita anzi è la vita stessa, come ogni altra emozione. E’ l’indifferenza invece la morte dell’anima. L’interessarci del prossimo e anche degli animali è un modo di espanderela nostra personalità. Ciò che è vero è invece la necessità, a volte, di controllare le reazioni, per evitare il dispendio di energie nervose. A chi ci insulta o calunnia da bullo la risposta migliore è l’indifferenza. E’ come dire: quello che fai tu è scontato perché sei uno scemo e da tale agisci, quello che fai non mi tocca minimamento anzi ci rido sopra. Guai a farsi condizionare dalla cattiveria umana.
    A proposito di passioni tristi, leggevo un articolo sull’inquisizione della Chiesa. E’ semplicemente sconvolgente sapere come la pazzia abbia dominato la vita per almeno 1500 anni. Mi atterrisce ma ugualmente voglio sapere quella che è la storia dell’umanità, indipendentemente dai miei sentimenti. Non capisco affatto la pace dei filosofi antichi, pari quasi alla morte. Forse li abbiamo male interpretati.

  3. md Says:

    @paolina
    Non so se li abbiamo male interpretati, è certo che occorre sempre ricordarsi che si tratta di uomini (solo uomini) che vivevano all’interno di piccole comunità non particolarmente complesse e con mentalità radicalmente diverse dalle nostre. Talvolta a distanze etico-politiche siderali (Aristotele considerava naturale la schiavitù, tanto per fare un esempio; e non so quanti filosofi nell’arco di 2500 anni si siano davvero posti il problema della diversità e dell’alterità, almeno fino all’avvento di movimenti e pensieri della differenza).
    Detto questo, la natura umana (per quanto diveniente) non è molto cambiata negli ultimi due-tre millenni: diventare apatici è una missione impossibile (gli stessi stoici non erano unanimi e l’immagine del toro di Falaride è un parossismo furbo piuttosto che un programma etico attendibile) – però non mi dispiace il programma “atarassico” di Epicuro, soprattutto per quanto attiene la cura delle cure, ovvero prosciugare il più possibile ogni paura (su tutte quella degli dèi e della morte).

  4. paolina Says:

    Di Epicuro condivido pienamente l’edea sulla religione, la quale, inventandosi l’aldilà, ci espropria anche della pace della morte. Dio, che è indifferente a tutto quello che può capitare ad un uomo durante la sua vita, terrebbe a mente, alla resa dei conti, di ogni mela rubata. In questo Epicuro è sorprendentemente moderno. Riguardo al concetto di Dio al di fuori del tempo è solo un gran pasticcio che i filosofi si sono illusi di risolvere. Ritengo che l’idea è semplicemente inconcepibile e che quindi non va presa in considerazione. La prima cosa che ci corre obbligo di fare è usare il nostro cervello in modo appropriato.

  5. md Says:

    (un chiarimento: l’appartenenza a “piccole comunità”, se confrontate agli stati e ai megastati moderni, non impedì a quel pensiero di essere vasto e fondativo di ogni questione filosofica successiva: i cinici, tanto per fare un esempio, furono dei cosmopoliti senzapatria; lo stoicismo immaginò un’anima del mondo; Aristotele fu il primo enciclopedista; ecc.ecc.)

  6. pibond Says:

    Sono tre le virtù che filosofia e scienza rifiutano. Fede: non è ragionevole credere in qualcosa che può non essere vero; Speranza: è vano affidarsi ad un futuro che non nasce come conseguenza logica di un fatto contingente; Carità non è logico privarsi del proprio per dare agli altri senza risolvere il problema della povertà. Così scienza e filosofia rispondono ai sentimenti come l’amore inteso come agape e la misericordia che è condivisione della miseria.
    Ebbene qui sta il cardine in base al quale non credo possa continuare a confondere le scienze fisiche con quelle umane escludendo da queste ultime Dio, Anima e Spirito. Le risorse sono sempre state sufficienti perché l’umanità prosegua nella propria storia di civiltà. D’altra parte essa non riesce ancora a ricrearsi il Paradiso terrestre per risolvere non solo la fame nel mondo, ma per restituire a tutti la dignità sin dalla nascita e per tutto il corso vitale.
    A tanto negli ultimi duemila anni ha sopperito la religione con i suoi riti e con i costumi; ora sembra escluderli per sostituirli con le sole ragioni di vivenza intesa come benessere fisico. Questo è vero. Infatti solo le leggi della fisica specie sotto l’aspetto della chimica e della biologia presiedono al benessere, ma, purtroppo, la scienza si è appropriata anche della felicità. L’equazione
    Benessere (B) = (F) Felicità

    è assai complessa perché B è costituito da ragione, volontà, determinazione, impulsi ed F, invece, da credenze, senso morale, senso estetico, creatività e passione. Il risultato è l’intenzione, che domato l’istinto, confluisce in un progetto di vita che si presume di elevata qualità. Coniugare il Benessere con la Felicità significa che non ci saranno più i poveri tra gli umani.

  7. paolina Says:

    Non debbono essere i singoli individui a risolvere il problema della povertà nel mondo anche perchè solo i bambini accettano la carità, gli adulti preferirebbero di farne a meno delle madri Teresa di Calcutta. Chi sente dei doveri verso il prossimo crea un un sistema che garantisca la soppravvivenza e la dignità per tutti. Dall’altro lato però bisogna finirla con la fabbrica della miseria determinata dalla procreazione incontrollata. Chi nasce come gli insetti finisce di essere trattato da insetto.

  8. rozmila Says:

    Miseri-cordia: ovverosia aver a cuore i miseri, la miseria umana, soffrirne, patirne.
    Il problema, che gli antichi stoici che avevano molto ben analizzato, credo sarebbe da porre in questi termini: se qualcuno vede qualcun altro soffrire, e può far qualcosa per alleviarne le sofferenze, è suo dovere farlo. Diversamente, per colui che non ha alcun potere di alleviare i patimenti altrui, il patirne di riflesso risulta cosa del tutto inutile ed inefficace, che difatti gli sciagurati non riceverebbero alcun effetto né vantaggio dalla compassione di colui.

    Mi ha fatto molta impressione quando durante la visita sull’isola greca, il nostro caro Francesco se n’è ritornato in Vaticano portandosi appresso 12 famigliole di rifugiati. Chissà perché 12, e non 20 o 120, mi chiedevo. Probabilmente anche il papa ha i suoi limiti, e più di tanto non può fare? … una misericordia con dei limiti, come ogni cosa umana? Ma anche se ne avesse adottate 120, qualcuno avrebbe potuto domandare, Ma perché non 1200?

    Ancor prima di considerare il concetto di misericordia – che mi sembra particolarmente cristiano – il sentimento della compassione era considerato lesivo della dignità altrui. Per gli antichi era più importante rispettare la dignità dell’altro, che probabilmente non avrebbe gradito essere oggetto di compassione – e anche questo può essere vero. A qualche lettore piacerebbe che qualcuno abbia compassione di lui? Ad esempio, … a me no. Preferirei non provocare questo sentimento. Come ovviamente preferirei non trovarmi nella situazione di provocare in altri questo sentimento. Ma se mi ci trovassi, in una situazione tale? Spererei che gli astanti abbiano almeno il buon gusto di non mostrarmelo. Se potessi scegliere, ad esempio preferirei di gran lunga essere aiutata senza che gli altri abbiano compassione di me. Che, a pensarci bene, forse la compassione è persino un impaccio che impedisce di analizzare con freddezza il problema, per poter fare ciò che occorre fare. Se si può fare qualcosa.
    Quindi la cosa appare controversa.

    È chiaro che la compassione è un moto dell’animo umano, naturale, istintivo, e l’animo umano non è cambiato negli ultimi 2000 anni circa, pare. Può essere un sentimento utile come imput, ma se persiste tale e quale e non si traduce in azione, a che scopo? È un po’ come piangere sul latte versato.
    Non serve a molto che una madre provi empatia per il suo bambino: bisogna che gli presti le cure necessarie. Come non serve che un medico o un infermiere provino compassione per un malato: serve che si diano da fare nel modo giusto e corretto per aiutarlo a guarire. Eccetera.

    Sottolineo che “compassione” non è da confondersi con “empatia”: empatico è colui che riesce a sentire cosa sente l’altro. Orbene, anche un carnefice sente e sa bene cosa prova la sua vittima, che altrimenti non avrebbe motivo di infliggergli supplizi per raggiungere i suoi fini. Ma è lapalissiano che non prova alcuna compassione per la sua vittima. I suoi propri scopi sono più importanti dell’altro, la cui umanità è negata, trattata come cosa, oggetto…
    Questo è un punto importante: per provare compassione dobbiamo considerare l’altro come un nostro simile, uguale a noi, le cui sorti rientrano nella nostra sfera d’interesse. Ma la sfera d’interesse può essere più o meno ampia. Qualcuno può riconoscersi simile all’intero genere umano, o trovare analogie con tutti gli esseri viventi, mentre qualcun altro non riesce ad uscire nemmeno dalla sua nazione o dal suo giardino. Quindi è strettamente legata alla capacità di trovare analogie tra me gli altri, oltre a riconoscere la possibilità che le sofferenze di altri potrebbero capitare anche a me. Per questo motivo la compassione è associata alla paura.
    Nonostante ciò, la compassione è qualcosa di più della semplice empatia. E benché discenda dalla paura, implica una significativa conquista quasi etica.

    Altri requisiti per provare compassione sono la gravità (qualcuno potrebbe soffrire molto per la perdita del suo cellulare, ma questo sarebbe un motivo futile, non grave) e la colpa (siamo più propensi alla compassione se chi soffre non è causa dei suoi mali.) Ma dipende sempre e comunque dal punto di vista e dal grado di sensibilità dell’osservatore, nonché dal grado di sensibilità che l’osservatore attribuisce a colui che soffre. Nonché dal legame fra le parti. Non si può negare che si è più sensibili alla sofferenza dei propri congiunti o di chi ci è vicino, piuttosto che con chi è più lontano o più estraneo. Ciò implica che siccome la persona più vicina siamo pur sempre noi stessi, riusciamo sempre a provare grande compassione per noi stessi. Anche nel caso in cui a furia di provare compassione senza poter agire, siamo costretti ad aver compassione della nostra stessa compassione. Una compassione che gira a vuoto e si avvita su se stessa. Del tutto inutile, di cui si può fare a meno. In alternativa c’è l’antico metodo di stringere i denti.

    C’è inoltre la faccenda che sul contraltare della compassione e della benevolenza, ci sono l’odio e la malevolenza, e non è raro che ogni inclinazione si manifesti a fasi alterne al suo contrario. Per questo i filosofi non vedono di buon occhio l’attitudine ad indulgere nelle passioni.

    Faccio un salto e giungo alla conclusione. Se la misericordia può essere sostenuta e praticata in ambiente cattolico (compreso il perdono dei peccati, anche quelli dei mafiosi, dei pedofili eccetera eccetera, nonché dei propri), in campo politico potrebbe essere molto più attuale il dibattito sulla compassione, se però poi non fosse controproducente parlare di politiche compassionevoli. L’elaborazione della compassione dev’essere già avvenuta, a monte. Mentre a valle bisogna portare progetti razionali per mitigare i problemi di chi soffre i peggiori disagi. Comunque sia non credo nei miracoli – né religiosi, né politici.

  9. md Says:

    “La paura nasce da impotenza d’animo e pertanto non appartiene all’uso della ragione; così neppure la commiserazione, sebbene sembri mostrare l’aspetto della pietà”.
    “Gli uomini si vincono inoltre anche con la liberalità, soprattutto quelli che non hanno donde potersi procurare le cose che sono necessarie a sostentare la vita. Tuttavia, supera di gran lunga le forze e l’utilità dell’uomo privato portare aiuto a ogni indigente. Le ricchezze dell’uomo privato, infatti, sono di gran lunga impari a somministrare tale aiuto. Inoltre, i mezzi di un suolo uomo sono più limitati di quanto occorra per unire a sé tutti con amicizia; perciò la cura dei poveri grava sull’intera società e guarda soltanto alla comune utilità”.
    Spinoza, Etica IV.
    Tradurrei quest’ultima proposizione con “alla carità privata è sempre e comunque preferibile lo stato sociale”.

  10. piergiorgio de stefani Says:

    Gli stoici non conoscevano pero’ buddha e la sua visione di compassione universale. È chiaro che la compassione è un moto dell’animo umano individuale. Ma che ripristina la connessione Atman-Brahman, singolo-totalita’.
    Grazie,
    Piergiorgio De Stefani

  11. rozmila Says:

    la visione degli stoici di certo aveva dei limiti. Non solo gli stoici, ma gran parte del pensiero filosofico è stato influenzato da questa visione stoica, appunto, della compassione.
    Ma ci sono stati anche dei difensori della compassione, come Rousseau, Schopenhauer e Adam Smith, che hanno ripreso le considerazioni di Aristotele, che si collegava a sua volta ad Omero e a Platone.
    Mentre c’è tutta una corrente di pensiero che dagli stoici, passando per Spinoza, Kant e Nietzsche, fino al liberismo capitalistico, che in un modo o nell’altro non tiene in gran conto la compassione, e in generale tutte le emozioni. La vita non deve essere stata certo facile, nell’antichità (probabilmente molto più dura di quello che può essere ora, soprattutto da una certa parte del mondo), perciò vien da pensare che il considerare in quel modo la compassione, una passione triste ma non troppo, fosse una sorta di strategia, per preservare la propria imperturbabilità, per riuscire a controllare l’effetto dell’emozione.
    Cosa significa questo, non lo so. Se provi compassione, la provi. Se non provi compassione, non la provi. Se sei emotivamente forte, riesci a sopportare l’effetto dell’emozione, e al limite dai una risposta, fai qualcosa. Mentre se se emotivamente debole, e vuoi evitare di soffrirne, ti giri dall’altra parte e te ne lavi le mani.
    Il problema è che, siccome il più delle volte il singolo individuo può far ben poco per aiutare chi soffre, ecco che allora la strategia funziona, ha una sua ragione d’essere. Questa è la ragione.
    Naturalmente ho dei seri dubbi che seppure Spinoza ritenga che, ad esempio, “la cura dei poveri grava sull’intera società e guarda soltanto alla comune utilità”, questo possa accadere senza che la maggioranza dei suoi membri abbia coltivato e sviluppato un grado di compassione sufficiente a produrre dei risultati concreti. Non è che la società e gli individui sono enti separati, ma l’una è l’unione degli altri. Quindi…
    Perciò in questo caso, come anche per Buddha, vale la distinzione aristotelica fra l’essere in potenza o in atto.
    Potrebbero farlo ma non lo fanno: come mai? Non lo vogliono fare!
    La sofferenza e la privazione non sono di solito educative e nobilitanti; è più facile che ottundano il giudizio, piuttosto che il contrario. Spesso producono reazioni di adattamento che negano l’importanza della sofferenza; e questo accade soprattutto quando la privazione è legata all’oppressione di una gerarchia, e si insegna attraverso pratiche religiose e culturali che essa è giusta. In tutto il mondo si sono sviluppate pratiche per imparare a non soffrire, o a soffrire senza lamentarsi, sopportando la sofferenza e la privazione, e si sono costruite ideologie su misura, in tal senso. Credo che in parte sia stata una necessità, poiché la vita non ci esenta dal dolore. Però si capisce bene a chi spesso conviene: poiché se qualcuno, ad esempio, è troppo deprivato, è perché qualcun altro ha in sovrabbondanza. E i poveri sono sempre stati utili in tal senso: devono essere tenuti in vita quanto basta per poter continuare ad essere succhiati. E più aumentano i poveri sempre più poveri su un piatto della bilancia, più sull’altro piatto un sempre minor numero di ricchi è sempre più ricco.
    E poi ci vogliono far credere che la terra non è piatta. Come no: non uno, ma due piatti!

  12. rozmila Says:

    “la nostra propensione ad agire sotto l’impulso degli affetti, magari frettolosamente e senza pensare alle conseguenze, del che, talvolta, siamo costretti a pentirci”

    talvolta, sì, può darsi. Ma altre volte è persino necessario agire d’impulso, o sotto l’impulso degli affetti.
    Alcuni semplici esempi: in una situazione di reale pericolo vengo invasa da un’emozione di paura, che mi spinge a fuggire, senza stare a pensarci affatto, poiché se perdo tempo a pensarci non scappo. E se la situazione è di reale pericolo in certi casi non sarebbe conveniente: bisogna scappare. Altri animali adottano altre strategie, come immobilizzarsi, mimetizzarsi. Negli uomini di solito è più il terrore ad immobilizzare, ossia quando abbiamo già elaborato l’idea che non è possibile alcuna via di fuga. È anche vero però che su un’ipotetica situazione di pericolo potrei anche ingannarmi: scoppia un palloncino in metropolitana e magari credendo che sia una bomba, tutti scappano; e invece era solo un palloncino. Poiché è chiaro che le emozioni emergono in relazione a qualcosa, un oggetto esterno, e si fondano su delle credenze, che possono essere vere o false (verificabili a posteriori) e su esperienze precedenti. Rumore di uno scoppio = pericolo = fuga. Verifica: non era una bomba (meno male).

    Altro esempio. Vedo qualcuno che sta affogando, e se sto a pensarci su quello fa in tempo ad annegare. Ovviamente perché io mi butti senza pensarci affatto implica che mi considero (senza nemmeno pensarci) in grado di poterlo fare, che so nuotare ecc.. e si sa che non è affatto facile, bisogna conoscere l’arte del salvataggio, o essere abili e forti. Certo che se un padre vede un figlio annegare non ci sta certo a pensare due volte. Si butta. Poi magari annegano entrambi. Ma è l’emozione lo spinge a farlo; non sta a pensare alle conseguenze sue personali. Lo fa e basta. Per amore? Magari non farebbe la stessa cosa per un estraneo. O magari sì, dipende. È l’istinto. Non siamo tutti uguali.

    Ma è anche vero che per istinto si possono compiere anche azioni pessime, soprattutto nel caso in cui veniamo spinti dall’aggressività, dall’odio e dalla rabbia, o anche dall’invidia.

    C’è però un altro caso: hai presente il Titanic? Sembra che le scialuppe di salvataggio che si erano allontanate mezze vuote mentre la nave affondava, abbiano aspettato un bel pezzo prima di decidersi a tornare indietro per vedere se qualcuno si poteva tirare a bordo e salvare. In parte saranno stati anche shockati, ma forse hanno avuto anche il tempo per ragionarci su bene, per capire che se fossero tornati indietro troppo presto c’era il rischio che le scialuppe venissero prese d’assalto e ribaltate, e anche loro pluff … sott’acqua, senza nemmeno salvare gli altri. Non credo che si possa dire che questi non avessero compassione per le persone che stavano affogando; ma piuttosto che, facendo quattro calcoli nella notte gelida, hanno più o meno lucidamente scelto di salvare prima o soprattutto se stessi. Magari è stato un difetto di iniziativa di chi era al comando delle scialuppe, che comunque aveva anche la responsabilità di coloro che erano già lì, sulla scialuppa, già in salvo. Questo caso è paradigmatico. Vita difficile…

    È piuttosto diffusa la credenza che quelli che Spinoza chiama “affetti”, e che noi chiamiamo “emozioni” siano sempre irrazionali. Si può non essere d’accordo ma chi ha studiato a fondo le emozioni spiega che, benché agiscano al di sotto della coscienza, hanno comunque un contenuto cognitivo; e che se non fossero, ognuna a suo modo, necessarie, nel corso della storia evolutiva le avremmo abbandonate. Spesso condividiamo alcune emozioni con altri animali. Altre emozioni invece sono specificatamente umane e socialmente costruite. Individui appartenenti a società diverse provano emozioni diverse: ossia esistono sfumature e diversi modi di considerare, credere e reagire ai fatti della vita, in realtà differenti.

    Piuttosto, per quello che ci ho capito fin qui, studiando il bel libro di Martha Nussbaum “L’intelligenza delle emozioni”, l’aspetto propriamente irrazionale è dovuto alle esperienze remote che abbiamo avuto nella primissima infanzia, che tendono a “colorare” il modo in cui ri-proviamo le stesse emozioni da adulti, senza che ce ne rendiamo conto. A questo punto sì che deve intervenire la ragione, per analizzare, vagliare, e discernere cosa è vero e cosa è falso. Cosa è utile, cosa è superfluo, e cosa è irrazionale e nocivo. Ovviamente, finché non s’impara ad usare anche la ragione, il compito è ben difficile.
    Le emozioni più difficili da gestire sono l’ambivalenza fra amore e odio o rabbia e invidia; la vergogna primaria e il disgusto: ognuna di queste meriterebbe un spiegazione a parte, impossibile in poche righe.

    (Scusami per l’ulteriore pappardella. È tutto un discorso che sto rimuginando da un po’, che non riesco ancora a concludere. Dovrei spezzettarlo in piccole parti sorbibili. Ma tutto è così complesso e collegato …
    …vedo che hai trasformato il carattere del post in times new roman. Appena possibile mi dovrai dire come si fa a mettere i collegamenti attivi dei numeri alle note. Ciao )

  13. md Says:

    rozmila: molto interessante… sia la casistica che le riflessioni in proposito;
    naturalmente Spinoza non aveva cognizioni neuroscientifiche, però credo che le sue considerazioni sul movimento di passività/attività (ovvero di chiarificazione) degli affetti avessero a che fare con il loro rapporto con la parte razionale (d’altro canto noi tendiamo a scindere e catalogare cose che sono inestricabilmente connesse: dubito che riusciamo mai ad agire in maniera puramente razionale o puramente emotiva).

    (il post in tnr è un’eccezione, e non è stata nemmeno voluta: mi sono limitato ad un copia-incolla, che ha anche avuto l’effetto di trascinare le note; a presto!)

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