Brexit (di piacere)

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Ad esser sincero, quando stamane ho appreso i risultati del referendum sulla Brexit, ho sentito un brivido di compiacimento. Non so da cosa sia derivato: forse dalla mia antica propensione al conflitto e allo scompaginamento di giochi e strutture consolidate – non certo da ponderato ragionamento. Più pancia (o cuore) che cervello, insomma. Fatto sta che ho detto: te va! gli inglesi (ma non gli scozzesi e non gli irlandesi) hanno dato un bello scossone a questa Europa così poco amata, vituperata, burocratizzata. Parrebbe più i vecchi che i giovani, più le campagne che le città.
Non ho competenze (o sfere di cristallo) per dire cosa succederà, se sia bene, male o indifferente. Ma non ce l’hanno nemmeno i più insigni economisti ed opinionisti (spesso pagati profumatamente per dire banalità). D’altro canto la Gran Bretagna ha sempre avuto un piede fuori e uno dentro l’Unione europea, e si teneva stretta la sua sterlina, quindi non è che sia poi tutta questa rivoluzione (e comunque le rivoluzioni le fanno i popoli, mica i mercati).
Ma ecco, a proposito di popoli (e di compiacimento poco razionale): sentivo dire alla radio, sempre stamane (e non è la prima volta) che su certe questioni è meglio che non siano gli elettori a decidere. Che le cose troppo tecniche e specialistiche è meglio lasciarle alle decisioni dei tecnici e degli specialisti (ovvero dei tecnocrati alla Monti, Fornero, Junker? Andiamo bene, allora).
Che dire: è la democrazia, una testa (anche di cazzo) un voto. D’altro canto non vedo perché il voto di un riccone che sta nella city di Londra debba pesare di più di quello di un immigrato pakistano che sta in qualche periferia degradata. Hanno entrambi teste e pance – e la pancia del primo è sempre satolla, tra l’altro. (È questa una concezione della politica di ascendenza platonica: ruoli e funzioni predeterminati, delega in bianco ad esperti – i filosofi-reggitori – che sanno come plasmare la pòlis e tessere la rete sociale).
Quel che dovrebbe preoccupare di più è semmai la dis-funzione della politica: dove questa gira a vuoto presto o tardi arrivano capipopoli ad evocare paure, fobie, spettri del passato – e ad avviare moti irrazionali e derive di cui è difficile prevedere l’esito.
L’Europa unita è una bellissima idea (anche perché per parecchi secoli si è massacrata e dissanguata – e ancora lo ha fatto di recente nei Balcani), ma non può trattarsi di una grande marca tedesca, o di un’accozzaglia di stati tenuti insieme con lo sputo, che vanno in fibrillazione alla prima bava di vento proveniente dall’esterno (a proposito: forse dovrà essere ancora più chiaro che il mondo è multipolare e definitivamente non eurocentrico e sempre meno occidental-centrico).
Non può cioè trattarsi di un insieme materiale, monetario, economico senz’anima e senza spirito (il Geist hegeliano! L’etica spinozista! Il bene comune marxista!).
Che cosa auspicare, dunque, per evitare di tornare a farsi la guerra? Un sovrappiù di progettualità politica, ovvio: idee, visioni future, mete da raggiungere. Facile a dirsi. S’è però visto che la pura razionalizzazione, burocratizzazione, economicizzazione non scaldano i cuori. Oltretutto la globalizzazione spiana le differenze, omologa e appiattisce il mondo; e l’assenza di confini, di forme, di antichi appigli provoca ansia e una diffusa vertigine del vuoto. Ora, a me delle nazioni, delle etnie, dei localismi importa poco (in passato hanno fatto solo disastri), ma d’altro canto non si può nemmeno passare come rulli compressori su usi, costumi, lingue, differenze. L’inevitabile risultato è il risorgere di mostri identitari che credevamo sepolti (e che invece covavano sotto la cenere) – e che sono tra l’altro funzionali a spostare l’attenzione dal vero nodo, da ciò che da oltre un secolo brucia (e sempre più brucerà a livello globale): l’allocazione delle risorse, la loro redistribuzione, per non parlare dell’impatto del sistema produttivo sul pianeta (infinitamente più pericoloso il clima surriscaldato della Brexit!). La malattia è sempre quella: l’ineguaglianza, l’ingiustizia sociale. E la medicina è la medesima, dalla rivoluzione francese in poi: la lotta di classe. Sarò vetusto, ma non vedo cura migliore.

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13 Risposte to “Brexit (di piacere)”

  1. Paolo Reale Says:

    Amen come sempre. Sulla lotta di classe non avrei detto di sentirmi così affine, seppur penso che la vera mazzata sia arrivata quando il capitalismo ha assunto i connotati di religione, rendendo tutti discepoli del credo “se non genera profitto non esiste”. Il colpo di grazia finale lo hanno dato i radical chic, la generazione bastarda figlia di un comunismo già fantasma e un berlusconismo ipergodereccio e cioè quei fighetti in giacca e cravatta. Coloro che predicano l’inevitabilità del globale e confondono maliziosamente uguaglianza tra esseri umani con la somiglianza tra consumatori: instupiditi, culturalmente de-connotati e magari nel prossimo futuro asessutati.

  2. Neda Says:

    Hai esposto, molto chiaramente, il pensiero di molti di noi su questa “confusa” Europa che, partita da un’ottima idea iniziale, si è trasformata, man mano che proseguiva nel suo percorso, in una incredibile accozzaglia di errori madornali che l’hanno ridotta a una mera utopia mal riuscita.
    Il guaio è che non si vede una via d’uscita: se rimane “unita” questa Europa, continuerà a creare danni e a subirne (proprio perché è unita solamente dagli interessi economici che riguardano i privilegi di pochi e, soprattutto, degli stati più forti o più “furbi”), se si sfascia i paesi confinanti con il Mediterraneo andranno incontro a una catastrofe paragonabile solo a quella del V secolo d.C. con buona pace di tutto il Nord Europa che si accamperà sulle proprie posizioni restando inerte a guardare lo sfacelo. Sarà un vantaggio per tutti i paesi dell’Est e per gli Statti Uniti d’America, che non stanno aspettando altro per salvare la loro economia.
    Io so poco di finanza, di filosofia, di politica. Il mio è il piccolo pensiero di una vecchia casalinga che tutti i giorni fa i conti con i centesimi di euro per
    far quadrare un bilancio familiare.

  3. Claudia Says:

    Io non ho avuto brividi di piacere e penso che questo passo faccia male a tutti soprattutto ai poveracci che l’hanno sostenuto. Credi davvero che chi cavalca le paure della “pancia” abbia in mente la giustizia sociale? O la lotta di classe? Il grido “Prima gli Inglesi!”, o “Prima i Francesi!”, o “Prima gli Italiani!” non ti inquieta nemmeno un po’?

  4. md Says:

    @Neda: ci siamo “incartati”
    @Claudia: certo che mi inquieta, tanto quanto “prima gli europei”

  5. Sergio Says:

    Platone sosteneva che il filosofo aveva le carte in regola per governare la comunita’.
    Un filosofo, aggiungo io, deideologizzato, non di parte.Competente nella gestione della pubblica amministrazione.
    E’ ovviamente un’ idea iperuranica.
    Nella realtà il popolo e’ quasi sempre in balia della propria pancia, dei demagoghi e non ha cognizione alcuna del Bene Comune.
    L’esperimento “homo sapiens” , avviato dalla selezione naturale. sta miseramente fallendo, non solo in occidente ma ovunque noi volgiamo lo sguardo.

  6. Neda Says:

    Mi sembra che UKIP non credesse di poter vincere e ora abbiano paura di scottarsi le mani con la patata bollente:

    “We want tariff-free access to the single market and it will be hugely in the interests of the European Union to grant it,” Neil Hamilton, from UKIP’s national executive committee, told BBC Radio 4 today, following Britain’s vote to leave the EU.

  7. Cesira Ansaldo Says:

    Creso che l’ esito del referendum dipenda, in larga misura, dai timori e dalle paure – ritengo più che giustificate – dell’ arrivo di centinaia di immigrati; numero destinato ad aumentare in modo massiccio se non viene posto un freno drastico. Penso che sia questa “la questione di pancia” che suscita il timore di uno sconvolgimento massiccio che rischia di annientare la nostra “visione del mondo.”
    Penso che sarebbe opportuno meditare sui profondi mutamenti che potrebbero verificarsi, a breve termine, nelle organizzazioni politiche e sociali e non ridurre tutta la questione ad un problema economico, in fondo di scarsa rilevanza, considerato che l’ Inghilterra ha mantenuto la propria moneta.

  8. md Says:

    @Cesira: la questione dell’immigrazione è indubbiamente epocale, ma:
    l’Inghilterra è ormai costitutivamente un paese di immigrazione e irreversibilmente multietnico;
    demograficamente nessun paese europeo potrà reggere a lungo senza l’apporto dell’immigrazione;
    esiste un diritto ad emigrare così come esiste un diritto a restare.
    Il discorso economico rimane essenziale: non si danno flussi migratori (compresi quelli generati dalle guerre) se non in relazione ad una divisione ed assetto mondiale del mercato del lavoro.
    Presumibilmente nel voto per la Brexit sono confluiti diversi fattori (compresi paure, fobie ed ossessioni), ma anche una profonda delusione per l’incapacità politica di dare risposte alle ansie sociali. Il welfare inglese – la formula vincente del dopoguerra from the cradle to the grave – è stata messa in crisi dall’ideologia neoliberista imperante. Prima viene il denaro, poi il benessere (e la felicità) sociale.

  9. cesira.ansaldo@gmail.com Says:

    Personalmente crede che le questioni economiche, sia pure importanti,
    non siano determinanti nella scelta relativa alla questione se uno Stato possa
    ancora far parte della CEE o meno.

    Inoltre, parlando dell’ immigrazione, non mi riferivo solo all’ Inghilterra, ma
    ad una situazione di carattere generale che coinvolge la
    maggioranza dei paesi europei; ritengo che occorra anche riflettere su altre questioni:

    a) attualmente più che di immigrazione, si dovrebbe parlare di “invasione”, fomentata
    dai paesi di origine e, forse, anche dai terroristi;
    b) Il “commercio umano” diventa sempre più intollerabile ( i migranti devono affrontare
    un viaggio su barconi pericolosi ed i naufragi sono sempre più frequenti, tanto che
    si potrebbe quasi paragonare tali trasporti a quelli delle navi negriere del ‘600);
    c) in Italia, come in altri Stati, c’è una forte percentuale di disoccupati soprattutto
    giovani, bisognerebbe prima provvedere a ridurre il tasso di disoccupazione; si
    afferma che i giovani non vogliono fare certi lavori, ma sono lavori che danno un
    reddito molto scarso e, comunque, gli immigrati alimentano il lavoro “in nero;”
    d) l’ integrazione è un’ illusione, specie per quanto attiene coloro che professano
    la religione islamica; religione “monolitica,” rigidamente monoteista che non ammette
    alcun confronto con altre religione e tanto meno con la visione laica,ormai
    dominante nei paesi dell’ Occidente.

    Per parlare del referendum, credo che si profili uno scenario di grave
    crisi politica per l’ Inghilterra; gli scontri con la Scozia hanno spesso sfociati
    in sanguinose guerre civili.

    Cordialmente

    Cesira Ansaldo

  10. md Says:

    @Cesira: temo che non concordiamo su tutta la linea. Il fenomeno delle migrazioni non è riducibile a una tratta (anche se vi sono fenomeni di schiavismo), ma a fughe di massa e movimenti indotti da fattori diversi (tra cui le guerre fomentate dall’Occidente e cavalcate dal jihadismo – a sua volta, almeno in parte, una costruzione occidentale, dalla resistenza antisovietica in Afghanistan in poi).
    Gli umani si spostano da tre milioni di anni e sempre si sposteranno: per necessità, perché costretti da cataclismi (naturali o storici) o per pura curiosità.
    L’idea che gli “islamici” (categoria sotto la quale si vorrebbero comprimere qualcosa come un miliardo e mezzo di umani, decine di culture, stati, lingue, etnie, con storie diversissime tra di loro) siano un tutt’uno monolitico e con cui non si possa dialogare o costruire qualcosa insieme, è un luogo comune (partorito dall’ideologia della guerra di civiltà) , oltretutto smentito da molte realtà multiculturali che, pur con tutte le difficoltà, stanno comunque muovendo dei passi. Tutti gli islamici che conosco si sono inseriti benissimo nelle nostre comunità (anche se la parola “integrazione”, per quanto mi concerne, ha un sapore assimilatorio, più che interlocutorio).
    Per quanto concerne disoccupazione giovanile, capolarato, divisione del mercato del lavoro, sfruttamento, lavoro nero ecc. l’analisi da fare dovrebbe essere un po’ più articolata, e in ogni caso tutte le storture del mondo lavorativo (compreso il lavoro nero) c’erano anche prima dell’arrivo dei flussi migratori negli anni ’90.
    Di sicuro, l’Italia come gran parte dell’Europa, ha necessità di importare immigrati per sostenere le proprie economie e demografie. Non dico che questo sia bello o giusto, ma occorre per lo meno partire dai dati oggettivi, per poi gestire e cercare di risolvere i problemi. Con i luoghi comuni si portano voti, non politiche risolutive.
    Per ora mi fermo qui.

  11. md Says:

    ah, dimenticavo: prima di parlare di “invasione”, meglio avere dei dati precisi in mano; seconda cosa: quali terroristi fomenterebbero l’emigrazione? Di certo non Isis, che ha anzi tutto l’interesse a tenersi gli eventuali sudditi ben ancorati ai territori sui quali vorrebbe insediare il sedicente califfato.
    Mentre invece i terroristi di ascendenza qaedista si muovono (o meglio, muovevano) a tutt’altro livello.
    Ad ogni modo: basta far cessare le guerre e smettere di depredare i paesi africani, e i flussi migratori diminuiranno drasticamente e come d’incanto.

  12. cesira.ansaldo@gmail.com Says:

    Preciso che sono totalmente contraria alle guerre , alle depredazioni capitalistiche,
    alle corruzione dominante ovunque, alla globalizzazione dominata dal sistema bancario e
    dai monopoli:
    Ringrazio per le sue risposte, nell’ ottica che il dibattito ed il confronto delle idee costituisce
    il fondamento della riflessione.

    Cordialmente

    Cesira Ansaldo

  13. md Says:

    bene! solo col dibattito franco e il confronto si può crescere, grazie a te/lei per essere intervenuta!

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