L’immaginazione: un impero nell’impero

Spinoza-palestinese

[La prima domanda che il primo dei miei maestri filosofici mi rivolse a bruciapelo durante il nostro primo incontro, fu “ma tu sai dirmi che cos’è un’immagine?”. Lo fece prima ancora di salutarmi, probabilmente con la complicità di alcuni bicchieri di vino o di un paio di whiskey irlandesi (purtroppo l’alcol, ben più dello spirito hegeliano, lo avrebbe dopo qualche decennio condotto alla morte).
Mi fece quella domanda ridendo – un riso davvero ilare, oltre che ebbro – mentre io, che non capii se stesse scherzando, balbettai irritato una risposta qualunque (suppongo molto stupida, data la mia giovane età e ignoranza filosofica).
Scoprii in seguito che in quei giorni era ossessionato dal problema delle immagini in Platone.
Del resto l’intera filosofia platonica, a partire dall’allegoria della caverna oltre all’uso abbondante di miti, può essere considerata un corpo a corpo con le immagini e la loro potenza sulle menti umane, ben più del fulgore delle idee. Depurarsi delle immagini che i corpi (e i desideri dei corpi) depositano nelle nostre menti è il compito essenziale della scala conoscitiva che dai sensi caduchi ed illusori porta alla luce eterna – dal buio della caverna alla verità del sole. La filosofia compiuta deve aver ragione delle immagini, debellandone la velenosa infiltrazione nell’animo umano.
Anticipando di qualche millennio il nostro Baruch, proprio Platone ebbe a scrivere nel libro X della Repubblica dell’effetto perverso che l’immaginazione (nella fattispecie della sua forma artistica) avrebbe sull’animo umano:
“Simili effetti produce in noi l’imitazione poetica anche rispetto ai piaceri amorosi, alla collera e a tutti gli appetiti dolorosi e piacevoli dell’anima nostra, quelli che, come diciamo, accompagnano ogni nostra azione. Li fomenta e li nutre, mentre bisognerebbe disseccarli. Affida loro il governo delle nostre persone, mentre dovrebbero essi venire governati affinché potessimo diventare migliori e più felici anziché peggiori e più disgraziati” (606, d)
Insomma, la vera preoccupazione di Platone sembra qui essere di ordine psicologico, etico, esistenziale: le (troppe) immagini fanno male perché eccitano la nostra parte irrazionale, quella delle emozioni, delle passioni e dei desideri, e provocano disordine nel nostro equilibrio, e dunque anche nell’equilibrio politico e sociale (non dimentichiamo che è questo il filo conduttore della Repubblica).
Anche Spinoza ci avverte spesso della pericolosità dell’immaginazione e delle briglie sciolte che ci possono condurre verso strade rovinose, sia per quanto concerne la conoscenza che per le conseguenze di carattere etico-politico.
Oggi possiamo però dire che la sospettosità dei filosofi nei confronti di immagini e facoltà immaginativa fanno un po’ sorridere, se solo si pensa alla potenza virale con la quale esse sono in grado di propagarsi, grazie a supporti e dispositivi sempre più veloci e invasivi. La nostra è – con buona pace di Platone e di Spinoza – l’epoca kat’exochèn della dittatura delle immagini. Anche se la domanda del mio primo maestro risuona beffarda nell’inanità del loro scorrere impazzito di fronte ai nostri occhi dilatati…]

1. Oltre alle dimostrazioni geometriche riguardanti la mente e il corpo, e alla linea che dalla sostanza (il dio dell’inizio) riconduce alla sostanza (l’eterno della fine), c’è in Spinoza un infratesto che riguarda un medium della natura umana che a ben guardare è pericolosamente preponderante proprio in ciò che il filosofo olandese tenta di decostruire e debellare. La facoltà di immaginazione – se così possiamo chiamarla – è colpevole agli occhi di Spinoza di farci fare voli pindarici, di immaginarci cose bizzarre ed extranaturali – imperi nell’impero –, di figurarci ciò che non ha motivo o necessità di essere. È grazie all’immaginazione che ci siamo ritagliati quel ruolo speciale, quantomai risibile ed ingiustificato, visto che non siamo al centro – né il centro – di alcunché; l’immaginazione produce “sedi e abitacoli dell’anima” che suonano ridicoli; l’immaginazione confonde le idee agli stessi filosofi; l’immaginazione ingenera quell’equivoco enorme che ha nome contingenza; ed è dunque l’avere confuso questi piani – immagini, parole, idee – la fonte di tutti i nostri errori e pregiudizi.

2. Ma l’immaginazione fa la differenza – per quanto costruita e, per l’appunto, immaginifica essa sia. Una lettura dell’Etica non può prescindere da questo terzo elemento, nonostante corpo e mente rimangano il cuore di tutta l’analisi. Come accennavo sopra, occorre seguire tale trattazione parallela in una sorta di infratesto, a partire dall’Appendice alla prima parte che introduce con molta chiarezza la questione:
«E poiché tutti i pregiudizi che qui prendo a indicare dipendono da questo unico, che gli uomini suppongono comunemente che tutte le cose naturali, come essi stessi, agiscano in vista di un fine – anzi, stabiliscono per certo che lo stesso Dio diriga tutte le cose verso un certo qual fine (dicono, infatti, che Dio ha fatto tutte le cose per l’uomo e l’uomo stesso per adorarlo)».
Non v’ha dubbio che quel “supporre” possa essere tradotto con un “figurarsi”, “immaginare”, prendere il volo fantasticando – e di fatti Spinoza ci racconta in una pagina piuttosto tranchant nei confronti di ogni fola religiosa, come tale pregiudizio principale, da cui tutti rampollano, si radichi negli umani degenerando spesso in superstizione. Egli dichiara quindi apertamente di voler fare a pezzi queste “umane finzioni” e di voler “distruggere tutto quell’edificio”, al fine di superare una volta per tutte le favole, la meraviglia e lo stupore, frutto di millenaria ignoranza.

3. Ma ancora Spinoza non ha giocato la vera carta sottesa a tutto questo discorso:
«Tali detti mostrano a sufficienza che gli uomini giudicano le cose secondo la disposizione del cervello e, più che intenderle, le immaginano. Infatti, se avessero conosciuto con l’intelletto le cose, queste avrebbero, testimone la matematica, se non attratto, almeno convinto tutti». Inevitabilmente l’immaginazione si sgancia sia dalla natura delle cose (ontologia) che dalla loro possibile comprensione geometrica (gnoseologia), e finisce per produrre un altro livello della realtà (o dell’irrealtà). L’immaginazione, al servizio dell’antropocentrismo, genera quel fuorviante impero nell’impero che se da una parte ci consola a proposito della nostra irrilevanza nell’economia del cosmo, dall’altra ci illude e ci fa commettere grossolani errori di prospettiva.

4. Accade così che Spinoza alluda spesso a questa modalità di intendere (o meglio di fraintendere) le cose, e non manca mai di rimarcarlo quando se ne presenta l’occasione. Già nella prima parte dell’Etica:
«Vediamo dunque che tutte le nozioni con le quali il volgo suole spiegare la natura sono soltanto modi di immaginare e non indicano la natura di alcuna cosa, ma soltanto la costituzione dell’immaginazione»: si immagina a tal punto che tali enti, con tanto di nomi, si costituiscono in una sorta di realtà parallela, come se fosse esistente. Terreno di coltura della doxa e del pregiudizio, privi di ragione.
Tuttavia si dovrà anche ammettere che tale modo di intendere ha origine nella mente e nella sua capacità di contemplare i corpi come se essi fossero presenti: «chiameremo immagini di cose le affezioni del corpo umano le cui idee rappresentano i corpi esterni come a noi presenti, anche se esse non riproducono le figure delle cose»: è questa la mente che immagina, da cui consegue anche il meccanismo della memoria. Ma tanto l’immaginazione quanto la memoria sono labili, confuse, poco attendibili.

5. Così come poco attendibile è persino il meccanismo che sta alla base della produzione degli universali o trascendentali: curiosamente Spinoza indica come problematico proprio uno dei momenti essenziali della filosofia (ovvero la produzione di idee e concetti universali), che non può non prescindere, anche in questo caso, dall’immaginazione: proprio perché la mente è afflitta da un eccesso di immagini, deve ad un certo punto tagliar corto e indicare non più delle singolarità (questi uomini, questi oggetti) ma delle nozioni universali (uomo, cavallo, cane, ecc.). Senonché ciò implica un inevitabile rischio relativistico: il troppo immaginare dei filosofi genera concetti per omissione e infinite controversie.
Mentre la ragione considera le cose sotto il profilo della necessità, il punto di vista dell’immaginazione non può che considerarle in maniera contingente: essa non potrà che ondeggiare e fluttuare.
Molto chiara anche la proliferazione dell’immaginario religioso, con l’applicare indebitamente a Dio il medesimo modo di immaginare i corpi – ma è chiaro come Dio non possa essere affatto immaginato, bensì solo pensato o amato.
A conclusione di questa discussione della seconda parte: «Per idee, infatti, non intendo le immagini, quali si formano sul fondo dell’occhio e, se si vuole, al centro del cervello, ma i concetti del pensiero»: nessuna localizzazione, né spazio né tempo, nessuna contingenza (tipica delle immagini), solo necessità. Immagini, parole, idee vanno tenute ben distinte.

6. Anche il campo pulsionale del desiderio è affetto dalla facoltà di immaginare (elemento vieppiù essenziale e, talvolta, esiziale). La proposizione 12 della terza parte lo esplicita in modo inequivocabile: «La mente è spinta, per quanto può, a immaginare le cose che aumentano o favoriscono la potenza di agire del corpo» – e, viceversa, a rimuovere ciò che viene a coartare la sua potenza. Immaginazione ed espansione di sé sono strettamente correlate: questo vuol dire che la dinamica base degli affetti (gioia e tristezza) non può prescindere dall’immaginazione, ed anzi se ne nutre come propria fonte inesauribile. Desiderio ed immaginazione sono fiumi correlati ed incontenibili – sono il medesimo fluire della corporeità. La mente affettiva è in primo luogo una mente smaniosa di desiderare e di immaginare, in favore del corpo.
«Per il solo fatto di immaginare che una certa cosa ha qualcosa di simile all’oggetto che suole rallegrare o rattristare la mente» – anche se sappiamo che non è causa di gioia (o di tristezza), noi ameremo o odieremo quella cosa: l’immaginazione diventa addirittura il collante di tutte le cose in relazione al nostro stato affettivo (prop. 16).
Di più: noi veniamo affetti dall’immagine di una cosa indipendentemente dal tempo, dal fatto cioè che questa cosa sia qui e ora, oppure passata, oppure che debba ancora presentarcisi dinanzi: l’immaginazione è la totalità temporale dell’accadere affettivo (prop. 17).
Quasi in ogni proposizione della terza parte dell’Etica vi è un riferimento all’immaginazione (si facciano ad esempio scorrere tutte le proposizioni dalla 20 alla 52). Ma è la 53 la più impressionante:
«Quando la mente considera sé stessa e la sua potenza di agire gioisce, e tanto più quanto più distintamente immagina sé stessa e la sua potenza di agire» – l’immaginazione diventa un vero e proprio moltiplicatore di potenza vitale: tanto più si immagina tanto più si gioisce. Va tuttavia sottolineato come Spinoza introduca qui un’espressione che ci deve far riflettere: distintamente. Ma si può immaginare distintamente?
La proposizione successiva sembra voler rispondere a questo interrogativo: «La mente è spinta a immaginare soltanto quelle cose che pongono la sua potenza di agire»: conatus sive potentia, dice Spinoza. Ma potremmo aggiungere potentia sive imaginatio.

7. Se ne riparla anche nella quarta parte, già nello Scolio che segue alla proposizione 1, piuttosto sibillina («Ciò che un’idea falsa ha di reale non è tolto dalla presenza del vero in quanto vero»), ma che proprio grazie al riferimento alla facoltà immaginativa ci viene, almeno in parte, chiarita: la mente può anche aver chiaro di essere ingannata dalle immagini, ciò non toglie che quelle immagini potranno produrre effetti, a maggior ragione in caso di beneficio del corpo: «le immaginazioni non svaniscono per la presenza del vero in quanto vero, ma perché se ne presentano altre più forti» – come a dire che l’immaginazione ha una propria autonomia e che difficilmente viene dissolta dalla luce della ragione. In tal senso immagini e affetti sono pressoché equiparabili: «un affetto non può né essere inibito né tolto se non per mezzo di un affetto contrario e più forte dell’affetto da inibire» (prop. 7). E di fatto nella dimostrazione della proposizione 9, affetto ed immagine finiscono per convergere: «Perciò l’affetto è un’immaginazione, in quanto indica la costituzione del corpo» – sembra quasi che qui Spinoza stia alludendo alla mappatura del corpo da parte della mente di cui parla Damasio. La mente si costruisce costantemente un’immagine del corpo – specie in relazione agli effetti che il mondo esterno produce, a tal punto da produrre un intero corpo immaginario che ricomprende il corpo effettivo e il mondo in un continuum affettivo.

8. La potenza dell’immaginazione – parallela alla potenza degli affetti, da cui il corpo è affetto (motivo per cui Spinoza parla anche di affezione) – viene addomesticata esattamente come vengono addomesticate le passioni, ovvero attraverso il loro ordinamento conoscitivo. Lo vediamo anche nell’ultima parte dell’Etica, dove tutti i fili vengono riordinati in un’unica trama, un affresco dove ogni elemento trova la sua definitiva collocazione: «La mente può fare in modo che tutte le affezioni del corpo, o le immagini delle cose, si riferiscano all’idea di Dio» (prop. 14). Le proposizioni dalla 11 alla 15 sono una risposta organica e definitiva al problema delle immagini così come era stato aperto in principio dell’Etica (ovvero come il dispositivo mentale che produce doxa, pregiudizi, antropocentrisimo e finalismo del tutto ingiustificati – l’impero nell’impero): ciascuna immagine deve essere messa in relazione alla propria causa, così da disinnescarne il proliferare incontrollato. Ovvero: così come la chiarificazione degli affetti li depotenzia (o meglio li rimette nella giusta proporzione in vista dell’armonizzazione di mente e corpo), anche la correlazione delle immagini ne inibisce la produttività incontrollata e del tutto irrazionale. Basti pensare alle paure e alle fobìe del nostro tempo, in gran parte prodotte proprio da un’immaginazione priva di controllo razionale.
Si deve cioè sempre di più mappare il nostro corpo, sapere quel che gli succede e fare in modo che ogni sua affezione sia sensata ed equilibrata. Solo così la mente può essere occupata dall’amore e non dall’odio, dalla produzione gioiosa e non dagli affetti più distruttivi. Volgere la passività in attività, di nuovo, è la chiave di tutto.

9. Sarebbe a questo punto interessante volgere e piegare tutto questo discorso al campo dell’immaginario sociale: che cosa sognano o desiderano, quale futuro si prefigurano i popoli e le compagini sociali?
Esiste in Spinoza uno spazio utopico?

10. Spinoza concludeva il ragionamento della lunga Appendice alla prima parte con la seguente curiosa affermazione:
«Questi sono i pregiudizi che mi sono proposto di notare qui. Se ne restano ancora altri dello stesso genere, potranno essere corretti da ognuno con un po’ di riflessione».
Curiosa ma quantomai filosofica: emendare, correggere, rivedere, rettificare, migliorare – i nostri giudizi immaginari (campati per aria, rovesciati) col lavorìo attento, continuo e onnicomprensivo della riflessione filosofica. Che però ciascuno deve poter fare da sé.

 

 

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6 Risposte to “L’immaginazione: un impero nell’impero”

  1. Paolo Reale Says:

    Leggendo mi sono venute in mente queste due considerazioni:

    Il pornocromatismo
    L’Immagine non corrisponde all’immaginazione. L’immagine senza una storia se non quella del presente immediato e mediato dal godimento, è semmai la modalità espressiva più abusata e pervertita dell’immaginare (oltreché la più facile).
    L’immaginazione suggerisce potenza vera, quella non consumata e non consumabile, la presagisce in maniera erotica, ma non la offre allo sbrano pornocromatico.
    L’immagine invece è l’immaginazione disvelata nel peggiore dei modi, il coito consumato, che nella sua fissità granitica pretende di essere ammirato dagli altri, ma mai fisicamente toccato, non è cioè più modificabile, più realmente interagibile (anche se spende tutti i suoi sforzi tecnologici per farci credere il contrario).
    Mentre l’immaginazione è un orgia delicata e cerebrale tra persone diverse che conoscono le buone maniere e i limiti. L’immagine è invece uno squallido spogliarello in un peep-show sul retro di un sexy-shop, dove tutti sono li divisi da una parete di cartongesso, convinti di essere soli, quando in realtà sono tristemente simili, paganti e schiavi di scenari omologanti.

    Immaginare non è sempre cercare di aumentare la potenza del corpo nel mondo, direi che questa è più una modalità dell’immaginazione schiava della speranza, cioè il surrogato terreno di quei dispositivi più tipicamente religiosi.
    In certi rari casi l’arte è disciplina sana quanto la filosofia, proprio quando ci stimola ad immaginare scenari diversi, senza svelarceli davvero e senza intervenire sugli equilibri di potere, ma piuttosto mostrandoli a tutti per l’illusione scimmiesca che sono.

    P.S.
    All’inizio hai scritto
    “mentre io, che non capii se stesso scherzando”
    forse intendevi “se stesse”

    Ciao

  2. md Says:

    @Paolo: interessante…
    Immagine, immaginazione, immaginario… occorre approfondire;
    viviamo in un mondo che annega nelle immagini, ma senza immaginario e con una facoltà di immaginazione pressoché bloccata e meccanizzata?
    pensavo poi a quel voler fissare ogni istante in un’immagine con l’insopportabile profluvio di scatti tramite i ciarlieri smartphone, condividendola (ostentandola pornograficamente urbi et orbi) ma al contempo consumandola immediatamente per subito seppellirla in quello che si va profilando come uno sterminato cimitero di immagini…
    Illusione di fissare la vita guardandola scorrere – atto quantomai straniante.
    (sto improvvisando)

    (grazie per la segnalazione del refuso)
    a presto

  3. Sergio Says:

    Inevitabilmente l’immaginazione si sgancia sia dalla natura delle cose (ontologia) che dalla loro possibile comprensione geometrica (gnoseologia), e finisce per produrre un altro livello della realtà (o dell’irrealtà).
    ———-
    Lo “sganciamento” dalla realta’ tramite
    l’immaginazione consenti’ ai nostri lontanissimi progenitori di crearsi un mondo utile alla sopravvivenza.

  4. Sergio Says:

    correggere, rivedere, rettificare, migliorare – i nostri giudizi immaginari (campati per aria, rovesciati) col lavorìo attento, continuo e onnicomprensivo della riflessione filosofica. Che però ciascuno deve poter fare da sé.

    Su un tema specifico (fra i tanti) io non riesco a fare da me. Perciò chiedo lumi: Severino sostiene da 50 anni che l’errore folle dell’Occidente e’ quello di credere nel divenire, cioè nel fatto che gli enti escono dal nulla e tornano nel nulla.
    A me questo non risulta. Filosofi e scienziati (laici) contemporanea hanno sempre ribadito il contrario: tutto cambia ma il sostrato di base (la Sostanza spinoziana) resta.
    Siamo di fronte ad una aporia conclamata?
    Grazie per l’ascolto.

  5. md Says:

    caro Sergio, il mio incontro con la filosofia è avvenuto praticamente tramite Emanuele Severino (non solo, ma lui è stato determinante), e quindi per qualche decennio anch’io mi sono misurato con la sua critica radicale alla follia dell’occidente; credo che buona parte della sua opera sia stata una risposta a quella che i suoi critici considerano un’aporia – tuttavia mi pare che venga ampiamente spiegato, anche nelle opere divulgative, come specie con la filosofia contemporanea gli “immutabili” vengano spazzati via ed emerga quella che è la fede profonda dell’occidente (che è poi quella della filosofia greca) per quanto concerne la dominabilità del mondo – che è dominabile proprio perché disponibile ad essere modificato, ad essere oggetto, cosa, parte, ecc.
    Ma questo è solo l’inizio del ragionamento, e per di più eccessivamente semplificato. D’altro canto di Severino e del severinismo in questo blog si è fin troppo discusso (con amici severiniani molto più ferrati di me, che hanno letto dei suoi testi dalla prima all’ultima riga). Io ne sono rimasto affascinato per una parte della mia vita, dopo di che mi è un poco venuto a noia…

  6. Sergio Says:

    Caro MD grazie per la risposta.
    Severino mette in rilievo che con la filosofia contemporanea gli “immutabili” vengano spazzati via ….
    Platone ai suoi tempi sosteneva che le idee erano immutabili, dislocate in un altrove non soggetto al divenire, e che la mente umana le acquisiva senza produrle.
    Era vero? Penso di no.
    Custodire gli immutabili avrebbe impedito all’uomo di manipolare gli enti di natura per tutelarsi dal divenire ? Ne dubito.
    La forza delle cose (la necessità) ha quasi sempre ragione rispetto alle “ragioni” del “dover essere” umano.
    La realtà è spesso inemendabile e bisogna farsene una ragione.
    Grazie comunque della tua disponibilità.

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