Italodicea

Al di là dell’angoscia, della doverosa e fraterna solidarietà, dell’umana pietas – sempre più provo una strana ed estenuata forma di rassegnato fatalismo (e sempre meno il montare della rabbia di un tempo), quando mi trovo a considerare il contesto sociale, antropologico, culturale e politico nel quale si situano le italiche disgrazie.
Fin da bambino ho periodicamente assistito a catastrofi (spesso annunciate, come si suol dire), con spargimento di lacrime ed autoflagellazioni, ritornelli sulla mancata prevenzione e poi a seguire smemoratezza, canto del cigno, pietra tombale su tutti i buoni propositi. In attesa della successiva catastrofe. Siano dighe, terremoti (dal Belìce in poi), frane e alluvioni, lo scenario che si ripropone è sempre il medesimo. Gli argomenti e le lamentazioni pure.
Avremmo dovuto fare, prevedere, costruire meglio, mettere in sicurezza – faremo, costruiremo, investiremo. Ma la sensazione è che, gattopardescamente, nulla cambi mai.
Certo, dai tempi dell’Irpinia (era solo il 1980, l’anno di inizio della Milano da bere, mentre morivano 3000 concittadini di serie B) i soccorsi arrivano più prontamente, la Protezione civile (nonostante scandali e schifezze varie) funziona, la macchina statale pare più efficiente. E vorrei anche vedere, dopo tutta la retorica craxiana e post-craxiana sull’Italia quinta potenza mondiale (!).
Eppure: qualche migliaio di borghi, tutti meravigliosi, dall’Appennino alle Madonie, abbarbicati su cocuzzoli o adagiati lungo crinali pittoreschi, rischiano ontologicamente (cioè, per loro costitutiva fragilità) di franare a valle e di seppellire i loro abitanti sotto cumuli di macerie.
Ovunque frane, dissesto idrogeologico, campagne abbandonate, greti di fiumi non curati, incendi che divampano (e desertificano montagne: nei dintorni di Cefalù, ad esempio, per 5 o 6 chilometri non c’è più un solo vegetale in piedi). Eccetera eccetera.
Ogni volta si sente additare l’esempio magnifico del Giappone, dove terribili terremoti del 7° od 8° grado non causano nemmeno calcinacci, né tantomeno panico tra i cittadini ordinatissimi e preparatissimi (certo, Fukushima fu un disastro terribile, ma lì c’era di mezzo una centrale nucleare, e il terremoto-maremoto fu di magnitudo 9, di una potenza distruttiva immane).
Stamane sul quotidiano La Repubblica, Dacia Maraini, che di terremoti e di Giappone si intende, additava nell’inversione tutta italica del rapporto tra bene comune e avidità individuale, il vero nodo dell’infinita sequela di piccole e grandi catastrofi. Cosa risaputa.
Il male esiste (per lo meno quello fisico-naturale, che è piuttosto tangibile): la natura se ne sbatte di noi e fa il suo corso, e ogni tanto si scrolla di dosso qualche migliaio di umani come fossero formiche – fragilità (anche questa ontologica) di cui dovremmo sempre ricordarci.
I filosofi di un tempo tiravano in ballo la teodicea (come fa Dio, che è buono, a permettere il male?); poi la questione si è andata sempre più spostando sul territorio dell’antropodicea (cosa possono fare gli umani per vivere meglio questa loro costitutiva fragilità?): la risposta più ovvia l’ha data Leopardi nella Ginestra (federarsi, resistere uniti alle avversità); le magnifiche sorti e progressive, che tanto il poeta detestava, hanno dato la loro pratica ed efficace risposta e, nonostante infinite storture, la tecnoscienza è stata in grado di aumentare in modo esponenziale la potenza difensiva nei confronti della gelida indifferenza naturale. I microbi e le catastrofi non ci annientano più come facevano secoli fa, ora siamo in grado di affrontarli con le armi della ragione – anche se chi è ricco si difende con una potenza infinitamente maggiore rispetto a chi è povero (altra faccenda globale, che brucia e brucerà sempre di più).
Ma a tutto questo va aggiunta la solita specificità italiana – e dunque una sorta di italodicea da sviscerare una volta per tutte: cosa possono fare gli italiani per svoltare davvero?
Beh, è semplice, per lo meno due cose: quel che diceva Maraini, e che i giapponesi hanno capito benissimo, ovvero mettere il “bene comune” sopra gli interessi ed egoismi individuali; e secondo (che segue però dal primo) scegliersi una classe politica che sia in grado di pianificare non la propria rielezione alla scadenza del mandato, ma una riorganizzazione del territorio nazionale che abbia il respiro di una o due generazioni. Inutile piangere i bambini sepolti sotto le macerie se non si è fatto tutto quel che occorreva fare per proteggerli.
Insomma, per gli italiani ci vuole un’anti-catastrofe potente come una catastrofe (il verbo greco strépho significa anche “rovescio, capovolgo, metto sottosopra le leggi, muto, converto”, e dunque la parola “catastrofe” che lo contiene allude non solo all’annientamento ma anche al rivolgimento e alla trasformazione).
Certo, dopo aver rivoltato (e riformato davvero, non a tarallucci e parole) il paese come un calzino nell’arco di qualche decennio, potrebbe sempre levarsi dalle viscere profonde della terra un devastante big-one che rada al suolo intere regioni (in Sicilia, un po’ come in California, è atteso da tempo) – ma per lo meno avremo fatto tutto ciò che umanamente e razionalmente (e non italioticamente) era possibile fare per prepararci. Saremo allora pienamente degni di pietas – che, ancor prima che una lacrimevole compassione, dovrebbe esprimere pari dignità e comune sorte degli umani e dei viventi tutti.

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