L’allergia che affligge il Medesimo

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«Il volto in cui si presenta l’Altro – assolutamente altro – non nega il Medesimo, non gli fa violenza come l’opinione o l’autorità o il sovrannaturale taumaturgico. Resta a misura di chi accoglie, resta terrestre. Questa presentazione è la non-violenza per eccellenza, infatti invece di ledere la mia libertà la chiama alla responsabilità e la instaura. Non-violenza, mantiene però la pluralità del Medesimo e dell’Altro. È pace. Il rapporto con l’Altro – assolutamente altro – che non ha frontiere con il Medesimo, non si espone all’allergia che affligge il Medesimo in una totalità e sulla quale si fonda la dialettica hegeliana. L’Altro non è per la ragione uno scandalo che la metta in movimento dialettico, ma il primo insegnamento razionale, la condizione di ogni insegnamento. Il preteso scandalo dell’alterità presuppone l’identità tranquilla del Medesimo, una libertà sicura di se stessa che viene esercitata senza scrupoli e per la quale l’estraneo rappresenta soltanto un fastidio ed una limitazione. Questa identità assoluta, liberata da ogni partecipazione, indipendente nell’io, può però perdere la sua tranquillità se l’altro, invece di scontrarsi con essa situandosi sul suo stesso piano, le parla, cioè si mostra nell’espressione, nel volto e viene dall’alto».

[Emmanuel Lévinas, Totalità e infinito]

Mahler, i fili d’erba, la cura

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Poiché settembre, com’è noto e come dice il cantastorie, è il mese del ripensamento, e subito dopo l’estate “porta il dono usato della perplessità”, che induce a giocare con le identità e con le possibilità – mi sono dato, proprio in questo mese, più tempo del solito per le mie passeggiate quotidiane. Non solo: ho anche approfittato della lunga coda estiva per riascoltarmi le 10 sinfonie di Mahler, en plein air. E l’ho fatto a rovescio, partendo dall’ultima e risalendo alla prima. Dieci, nove, otto, sette… una per ogni passeggiata, qualcuna di quasi due ore, come saprà chi conosce Mahler e le sue interminabili opere.
E solo poco fa, al compimento del ciclo, durante l’ultimo movimento del Titano, con la complicità dei fili d’erba mossi dal vento, mi si è rivelato un ulteriore significato di questa mia quasi trentennale frequentazione (quasi ossessione) mahleriana.
La musica di Mahler è stata la mia cura. Non solo e non tanto per l’incredibile ricchezza di significati, un vero e proprio attraversamento di tutte le fasi, i drammi, la bellezza, i chiaroscuri della vita – il titanismo, la tragicità, l’amore, la natura, lo struggimento, la morte, la caducità, una trasognata eternità, l’irraggiungibile sentimento di pienezza e di totalità… e potrei andare avanti a lungo, in un gioco (forse stucchevole) di riconoscimento e identificazione.
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Sul limitar della filosofia

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A ben pensarci la storia della filosofia è leggibile (anche) come una lunga, estenuata e mai terminata riflessione sul concetto di limite. Premesso che il limite è ciò che sempre ci definisce (la corporeità, i sensi, la pelle, il tempo, la morte, la quantità di cose che sappiamo o possediamo, il potere, e l’annessa illusione di superare tutti questi limiti fisico-naturali o spirituali), i filosofi non hanno fatto altro che ragionare su questa linea immaginaria che da una parte ci imprigiona e seppellisce in un corpo e dall’altra ci fa credere di poterne forzare le implacabili catene.
Quasi che ogni filosofia altro non sia stata che una riflessione attorno a quella linea – e del resto già la meta-fisica, fin nel nome (pur originato in maniera contingente), che cos’è se non l’immane sforzo di forzare i limiti della percezione, per vedere che cosa si nasconde dietro o che cosa c’è oltre?
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Laniakea

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Do quasi sempre uno sguardo alla rivista “Le scienze” (edizione italiana di Scientific American). Il numero di settembre reca in copertina un titolo che non poteva non intrigarmi, ovvero “Il nostro posto nel cosmo”. A voler ben guardare, se qualche forma di vita ultra-aliena arrivasse da un altro cosmo (cosa impossibile oltre che inimmaginabile) farebbe una gran fatica a trovarci. Già non sarebbe semplice trovare la strada per la via Lattea, figuriamoci poi le indicazioni per raggiungere il nostro sistema solare: pur comodamente adagiato nella sua navicella dotata di sopraffini e a noi sconosciute dotazioni tecnologiche, il povero alieno finirebbe di certo per smarrirsi in quell’immenso labirinto stellare denominato Laniakea, correndo il rischio di non poter più tornare a casa, attirato magari in una qualche letale “pozza” di energia oscura.
In hawaiano Laniakea significa “paradiso incommensurabile”, nome con cui si è voluto rendere omaggio ai marinai polinesiani che per primi attraversarono l’immensa distesa dell’oceano Pacifico, orientandosi (come tutti gli antichi navigatori) tramite le stelle. Continua a leggere “Laniakea”