Il volto e il corpo dell’altro – 1. Introduzione

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(Dedico questo incontro a due docenti universitari, ormai scomparsi e messi ai “margini”, ovvero Luciano Parinetto – uno dei miei maestri – e Franco Fergnani, un “maestro mancato”, entrambi alla cattedra di Filosofia morale dell’Università Statale di Milano, diversissimi per storie e riferimenti filosofici, ma entrambi dediti all’alterità, alla diversità, al cuore pulsante della filosofia, con passione e rigore)

L’altro, lo straniero, il diverso, l’estraneo – batte alla nostra porta.
Alterità e straniamento sono modalità essenziali ed originarie del presentarsi della filosofia nel mondo – la filosofia è innanzitutto un atto straniante, ciò che ci fa continuamente uscire dal pre-stabilito, dai confini, dalle abitudini. Che ci spinge sulla soglia per uscire dalle mura della città. Dall’identità che ci si ritrova cucita addosso – individuale e collettiva. La filosofia è un perenne volgere lo sguardo all’alterità, al di fuori dei confini e dei limiti consueti – e che ci invita a cercare le ragioni (ma anche le eventuali non-ragioni) di questa modalità di essere, sé e l’altro.
Con, però, un ricorrente pericolo: l’addomesticamento dell’altro, la riconduzione di ogni diversità e molteplicità all’unità (del pensiero), dell’altro-da-sé al medesimo.

1. Possiamo affrontare il tema dell’altro in due modi, il primo è abbastanza classico, tradizionale: la filosofia antica lo ha affrontato in termini puramente logici, razionali, e ci fornisce gli elementi giusti per impostare una riflessione corretta: i concetti-base di identità, alterità, diversità, opposizione, contraddizione, ecc.
In pensatori “dialettici” come Eraclito o Platone troviamo tutto quello che ci serve in proposito: in un dialogo fondamentale di PlatoneIl Sofista – si discute ad esempio dei concetti più generali che reggono sia il nostro modo di pensare, che il mondo stesso: essere, movimento, quiete, identico, diverso. Ciascuna cosa è se stessa, ma è insieme altra da ciascun’altra cosa (ma anche altra da ciò che essa era in una precedente posizione o stadio): straordinario risultato dialettico, secondo cui ogni cosa è e non è – è se stessa (identica), ma non è un’altra cosa (diversa), e addirittura non è nemmeno se stessa. Vi è qui un riflesso preciso dei pensatori precedenti, in particolare di Anassimandro e di Eraclito, ma anche di Empedocle, secondo i quali il mondo è retto da una dinamica oppositiva, di diversi che confliggono e si armonizzano perennemente.
È però Aristotele a vedere il pericolo logico di questa dialettica oppositiva, e nella Metafisica stabilisce una volta per tutte il principio fermissimo sul quale non si può transigere, ovvero che una cosa non può contemporaneamente essere e non essere. È il celebre principio di non-contraddizione (che si collega anche ai principi logici di identità e del terzo escluso):
È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo.
Un treno non può essere contemporaneamente in moto e fermo. Può essere le due cose, ma in momenti diversi. Pietro non può essere Giuseppe. Pietro = Pietro. Io = Io. Pietro non può essere più piccolo e più grande di Giuseppe – può avere quelle due qualità, ma solo in momenti diversi della loro crescita, o in relazione a soggetti di comparazione diversi. Una foglia non può essere insieme verde e rossa, può mutare, diventare rossa in autunno, ma non esserlo nel medesimo tempo e luogo. Piove o non piove, non si dà una terza possibilità. E così via.

2. Questo primo modo ci conduce ad un altro concetto molto interessante – siamo ad un livello molto astratto, logico, ma vedremo che ci fornirà la base necessaria per affrontare con maggiore profondità il tema dell’altro – che è quello di limite: io e l’altro – e, per estensione, ciascuna cosa – altro non sono che entità limitate, de-finite, de-terminate. Ogni cosa confina con l’altra, e ne è insieme contigua ma anche separata, come da un confine.
In un recente testo divulgativo di Remo Bodei, ad esempio, si parte proprio da questo concetto molto astratto – il limite – e si ricava un’interessante analisi del nostro tempo, sotto molti aspetti:
-innanzitutto in termini di individualità e natura umana: ci si interroga su quali siano i nostri limiti fisiologici e le nostre attuali capacità di forzarli – di diventare altro da quel che la natura umana è stata per millenni – e dunque fondamentalmente di quale sia la nostra “identità” nell’epoca della tecnoscienza, e di come essa potrebbe mutare;
-i limiti sono anche quelli tra civiltà e culture, con l’enorme rovesciamento di prospettiva che l’allargamento dei confini geografici e la globalizzazione hanno comportato in epoca moderna – e le reazioni allergiche a questi shock, come se senza confini e collocazioni precise ci sentissimo in preda alla vertigine, ad una paura incontrollata e al vuoto – come se l’identità (culturale in questo caso) avesse bisogno dell’alterità per esistere;
-i limiti sono ovviamente anche quelli etici: che cosa possiamo o non possiamo fare, desiderare, possedere – esistono limiti invalicabili?

3. Vi è un altro modo di affrontare il tema dell’alterità che potremmo definire con una caratterizzazione più esistenziale, meno logica e astratta – ed è la via presa dal filosofo francese (di origini ebraico-lituane) Emmanuel Lévinas.
Per Lévinas potremmo dire che è l’intero essere a presentarsi come alterità, trascendenza, ed è proprio la tradizione filosofico-scientifica occidentale a voler ridurre questa alterità irriducibile a qualcosa di noto, conosciuto, identico – a volersene appropriare.
Ma è nel concetto di “volto” che si sostanzia in particolare l’aspetto etico più originale del pensiero di Lévinas, che ritiene anzi proprio l’etica (e non l’ontologia) la “filosofia prima”, il vero fondamento filosofico. È prioritaria e fondativa la relazione tra gli umani, prima ancora di quella tra l’essere e la ragione che lo pensa.
È nel volto che, propriamente, si manifesta ed esprime l’altro – che tale deve rimanere e che non può mai essere ridotto all’identità dell’io, del medesimo.
Il volto è autosignificativo, cioè non rinvia ad altro, trova senso compiuto in se stesso.
Il volto è indice di esposizione, fragilità, vulnerabilità, nudità – in questa drammatica esposizione vi è dunque insita la possibilità di violarlo, di fargli violenza, di uccidere. Ma è proprio in questa nudità che emerge più prepotente la responsabilità etica, e il comando: non uccidere! Io, di fronte all’altro, nel faccia a faccia con l’altro – il misero, il bisognoso, l’orfano, la vedova – trovo iscritto il dovere etico di farmene carico. Ed è infine nel volto – sede del linguaggio – la possibilità stessa della relazione. Una relazione pacifica che fa convivere la molteplicità di Altri, e che non vuole ridurre tale molteplicità all’unità. L’etica diventa così il lasciar essere ciascun altro nella propria assoluta alterità e unicità – simbolizzata dall’espressività del volto.

4. Ho infine voluto intitolare questa rassegna evocando oltre al volto anche la dimensione corporea, per sottrarre ad un eccesso spiritualistico questo discorso: per non dimenticare cioè che quando parliamo d’altri parliamo anche di corpi, di bisogni, di materialità dell’esistenza e – in primo luogo – della questione globale dell’ingiustizia e della redistribuzione delle risorse, che sta ancora lì totalmente irrisolta – e che proprio in questa epoca il dramma dei migranti e dei profughi testimonia quotidianamente (di questo parleremo in particolare nel prossimo incontro).
Ma nell’elemento della corporeità vedo anche più plasticamente l’idea di movimento – corpi in divenire. Un elemento cioè che toglie fissità – le maschere che ingabbiano l’identità e ingessano il volto in una posa gelida e mortifera – e che mette in marcia ed in relazione gli umani l’uno verso l’altro (volti e linguaggi), ma non solo – tale movimento va anche alla ricerca di più ampie basi etiche, in direzione dell’animalità, della vegetalità e dell’ambito naturale.
La relazione all’altro è l’essenza dell’etica, ma il volto di questo altro è smisurato e tende a coincidere con l’essere stesso.

Il giovane filosofo Leonardo Caffo riassume molto bene questa posizione con le seguenti parole:
«Alcuni filosofi ritengono che ogni buona lezione sull’etica debba concludersi con una teoria preconfezionata da portare a casa per sapere quali sono le buone azioni, e quali quelle cattive. Io, invece, sto cercando di dimostrarvi che sapete già perfettamente distinguere ciò che si deve da ciò che non si deve fare. Sapete già che l’amore non ha sesso né genere, che ogni forma di vita non deve essere uccisa se non è davvero necessario, che le donne e gli uomini hanno gli stessi diritti, che si lavora per vivere ma non si vive per lavorare e che i vostri diritti terminano dove comincia la sofferenza di un altro corpo.
Sappiamo tutto questo, però lo ignoriamo. Edifichiamo una realtà sociale che considera normali fenomeni come l’omofobia e lo specismo, il razzismo e il sessismo, le guerre e i conflitti sul lavoro. Ecco la mia tesi. Se il movimento diventa così immorale – immorale e ingiustificato – cessa di essere movimento e si costituisce come vita senza concetto. Se l’umano è essenzialmente in movimento, allora chi si ferma smette di essere umano. L’immoralità è disumana. La violenza contro la diversità è il fallimento dell’etica proprio come l’idea che il Sole giri intorno alla Terra è il fallimento della scienza. Dover argomentare che l’omosessualità è normale è immorale. Essere costretti a rivendicare la propria normalità, quando non si toglie nulla agli altri, rende l’etica un falso movimento».

***

Elementi emersi nel dibattito:

-paura dell’altro come paura del simile: lo straniero che vuole prendere il mio posto, sostituirsi a me, processo che decreta l’intercambiabilità delle figure sociali (con riferimento a René Girard e alle sue tesi sull’imitazione, sul desiderio, ecc.).

-discussione sui concetti di tolleranza e di empatia: tollerare l’altro come atto di separazione, “lasciar essere” piuttosto che entrare in conflitto, oppure tollerare la propria incapacità di comprenderlo? amore come forma di empatia?

-molto interesse ha poi suscitato il racconto di Kafka “La tana” (ne avevo parlato qui)

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4 Risposte to “Il volto e il corpo dell’altro – 1. Introduzione”

  1. Paolo Reale Says:

    Ciao Mario, ho letto i tuoi due ultimi post, in qualche maniera sembrano vicini nelle riflessioni.
    La danza tra il reale e l’astratto ci porta un po’ ovunque, ma devo ammettere che è sempre un viaggio intrigante. Le questioni sulla globalità forzata percepita come naturale e sulla sana diversità, hanno ancora sete di riflessioni più vicine possibile al concreto. L’imbuto in ci troviamo tutti è fatto dell’ampio respiro della filosofia e del piccolo spazio della metropolitana, come me ovunque hai incontrato il diverso e non ti ha mai spaventato, ma la sua presenza non ci ha mai importunato davvero, forse proprio date le nostre modalità di avvicinamento così misurate e caute.
    Non mi permetterei mai di giudicarti ma posso dirti che anni di vita vissuta nei quartieri popolari e nelle fabbriche (e non da borghesi) potrebbero darci una percezione molto diversa del diverso.

  2. md Says:

    Caro Paolo, con le dovute differenze rispetto a profughi e migrazioni contemporanee, un pezzo della mia biografia sta in zone che con la cautela borghese avevano poco a che fare. Per i miei vicini di casa – proletari come me, ma di etnia evidentemente più nobile – sono stato per anni “terrone” e “selvaggio”. E la mia successiva esperienza milanese negli anni ’90 è ruotata soprattutto attorno alla questione immigrati, praticamente prima che teoricamente. E più in generale misurandomi – e imparando ad essere oltre che convivere – col diverso. Non mi è congeniale parlare di teorie che non siano prima di tutto corpo e sangue.

  3. md Says:

    Dopo di che è pacifico che la percezione (ma direi la stessa costituzione) della diversità e dell’alterità, abbia connotazioni socio-economiche determinate, e pure sovradeterminate.

  4. Paolo Reale Says:

    Questo articolo esprime – secondo me – chiaramente lo stato d’animo di chi ha una percezione del problema vicina alla terra. Coloro che troppo spesso vengono scaraventati nel calderone dei razzisti ignoranti (Bene inteso che io sono tutt’altro che d’accordo con il paragone tra immigrato e cyborg assassino).

    http://comedonchisciotte.org/modello-boldrini-larmata-delle-lacrime/

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