Proletari di tutto il mondo nazionalizzatevi

usa-election-trump

Confesso che la vittoria di Trump (così come la Brexit di qualche mese fa) non mi ha punto sconvolto, anzi. Mi ha convinto ancor più che occorre andare a fondo nell’analisi di quel che sta accadendo, cambiare paradigmi, rifondare la stessa idea di politica – in un certo senso è come se il mio pensiero critico fosse più eccitato di prima, nonostante l’orrore antropologico che provo per il nuovo presidente della potenza americana. Ma sono più che mai convinto che occorra scindere l’aspetto emotivo (l’orrore, appunto, o il disgusto) dal ragionamento e dall’analisi, che devono farsi più lucidi che mai.
Era stato Slavoj Zizek a dichiarare qualche giorno fa che il voto per Trump avrebbe avuto un significato dirompente sul piano politico – in un’ottica che in passato sarebbe stata etichettata come logica del “tanto peggio tanto meglio”. Ecco, credo che ora l’ottica sia radicalmente cambiata, e quella formula non valga più. Trump rappresenta piuttosto la sintesi, la punta di diamante (o di merda, se la metafora non piace) di un processo che appariva inarrestabile dai lontani decenni del neoliberismo anglosassone (do you remember il vangelo thatcheriano-reaganiano?).
La globalizzazione seguita a quel ritorno in auge della fede assoluta nei mercati, favorita anche dal crollo del blocco sovietico e dall’arretramento generale dei movimenti operai e anticoloniali, e che era stata aggredita in una fiammata durata solo qualche anno dal movimento no-global (spazzato poi via dall’attacco alle Torri dell’11 settembre) – ebbene quel processo delle magnifiche sorti e progressive dei mercati e della finanza, ha fatto fin troppi cadaveri per proseguire il suo inarrestabile corso senza contraccolpi. A parte quelli delle guerre mediorientali, ha colpito duramente anche in occidente, in primis il corpo vivo di “popoli” e di “nazioni”, e con essi la categoria stessa di “sovranità”.
Ecco, credo che innanzitutto la vittoria di Trump rappresenti una sorta di revanchismo di quelle categorie (ho sentito lo storico americanista Teodori parlare molto opportunamente, a proposito dell’ideologia trumpista, di “nativismo”, più che di populismo o di neofascismo). Ed è qui che la cosa si fa seria, anche in Europa, poiché le nuove destre (che stanno spiazzando anche le vecchie destre conservatrici o liberaldemocratiche) hanno esattamente il medesimo profilo del trumpismo: ovvero il “prima noi”, una nuova forma di nazionalismo che, non a caso, raccoglie il malcontento non solo della classe media impoverita ma anche, se non soprattutto, delle classi popolari tradite e precarizzate.
Sotto la categoria del “trumpismo” (o del “nativismo” o, se si preferisce, “localismo”, “nazionalismo”, la sostanza non cambia) metterei dunque il movimento lepenista in Francia, le destre dell’Est e del Nord Europa e, in Italia, più che Salvini e il leghismo riciclato in salsa nazionale, il Movimento Cinquestelle (non a caso Grillo ha esultato alla vittoria di Trump).
Ma veniamo all’altro fronte – perché è qui il nodo che ci dovrebbe riguardare più da vicino – ovvero alle tradizioni popolari della sinistra e della rappresentazione politico-parlamentare del conflitto sociale. Venuti meno i progetti politici di rivalsa della classe operaia (e le storie dei partiti socialisti e comunisti, così come del sindacato di classe), si è creato un enorme “vulnus” ideale e progettuale a sinistra. Essa pare svuotata di contenuti e di senso, ed è insieme attonita ed incredula per la sua caduta libera. Per quanto concerne il caso italiano, dove non va dimenticato che abbiamo avuto il più grande partito comunista d’Occidente, il renzismo è l’ultima patetica risposta a questo vuoto, cercando da una parte di affondare nel Pd (un partito nato morto) quel che rimaneva dei cascami comunisti e dall’altra di assecondare i processi neoliberisti in corso, di gestirli in un’ottica moderata e centrista. Naturalmente non poteva funzionare, data la crisi e la pressione eurocratica: anche in Italia ci si appresta all’apertura di una nuova fase che potrebbe avere i connotati (locali) del trumpismo – del resto c’è già il precedente del berlusconismo, tentativo ormai appannato e pressoché archiviato. Ovvero: prepariamoci, dopo la probabile vittoria del no al referendum scostituzionale di dicembre, ad un ritorno alle urne e alla inevitabile vittoria del movimento-partito grillino. (È vero che la “scienza dei sondaggi” viene sempre più messa in discussione, ma qui si tratta di intercettare gli umori sociali profondi, che quasi sempre sfuggono alle statistiche).
Sullo sfondo c’è una crisi generale della rappresentanza e della partecipazione politica – lo si dice da tempo – che si traduce anche nella disaffezione e nell’astensionismo di massa: non a caso nel suo primo discorso da presidente (anche se ancora non in carica) Trump ha parlato della politica come di qualcosa di “brutto” – anche sull’anti-politica come ideologia molto s’è detto, ma evidentemente sono state parole al vento.  Trump ha però evocato più volte – quasi in forma oppositiva – la parola “lavoro”: ecco, se il compito storico della sinistra, ovvero la sua capacità di dar voce, diritti, potere, dignità, riconoscimento a chi lavora viene meno – inevitabilmente qualcuno, anche un parvenu, un comico o un miliardario eccentrico, si farà avanti e “in nome del popolo” prima o poi prenderà quella bandiera. E tornerà a scaldare i cuori e a solleticare i sogni e i desideri, col sentirsi dire che “prima veniamo noi”, “prima la nazione”, “prima la tribù” – e poi, magari (ma non è certo) tutti gli altri – e ciò basterà a convincerli (e ad illuderli) che è buono e giusto.
Le bandiere del cosmopolitismo, dell’internazionalismo e della giustizia sociale per tutti i popoli e le nazioni della terra (quelle che, simbolicamente e a parole, erano rappresentate da Obama, ma che trovano ormai scarsa rappresentanza “a sinistra”) restano per ora ammainate. Qualche nuovo muro sorgerà a difesa di alcuni, pazienza per gli altri.
Proletari di tutto il mondo, nazionalizzatevi!

Tag: , , , , , ,

4 Risposte to “Proletari di tutto il mondo nazionalizzatevi”

  1. sergio Says:

    “se il compito storico della sinistra, ovvero la sua capacità di dar voce, diritti, potere, dignità, riconoscimento a chi lavora viene meno – inevitabilmente qualcuno, anche un parvenu, un comico o un miliardario eccentrico, si farà avanti e “in nome del popolo” prima o poi prenderà quella bandiera”.

    Questa è ovviamente una analisi corretta ed esaustiva, resta comunque il fatto che le soluzioni a questo devastante problema così bene evidenziato rimangono lettera morta.

  2. sergio Says:

    in altre parole: le analisi anche sofisticate del reale, se non sono seguite da indicazioni credibili e risolutive sono inesorabilmente sterili.
    La frustrazione, quindi, non può che aumentare in coloro che, denunciando i misfatti dei forti (o del destino), sognano un mondo migliore.
    Proporre una vita libera e dignitosa per i sette miliardi di persone che componbgono l’umanità è francamente un progetto mitologico.
    Sfogo leopardiano, che attutisce il dolore.
    Le religioni risolvono l’aporia, proponendo un aldilà salvifico per tutti, che produce un effetto placebo per le “anime” angosciate.
    Il vicolo è cieco. Illuminarlo col faro della solidarietà non lo trasforma in una via chiara e percorribile.
    Grecia docet.

  3. md Says:

    Forse anche la teoria è una forma di cura, di fronte alla tetragona realtà. Però anche la frustrazione nasce da una qualche forma di teoria, una dissociazione tra quel che è e quel che si vorrebbe che fosse. Dunque non possiamo fare a meno di teorie, sia quelle che ci inducono a sperare sia le avverse. La filosofia ci salverà – o ci dannerà.

  4. sergio Says:

    E’ assolutamente vero: non possiamo fare a meno di teorie. Lo sguardo dell’uomo (Dal greco θεωρέω) è sguardo fin dalle origini progettuale, tecnica di sopravvivenza proiettata nell’azione futura: “domani è un altro giorno …. di caccia”.
    Un “dover essere vivi” quotidiano, che si confronta con la dura realtà ontologica dell’ambiente ostile.
    Quando però le condizioni diventano proibitive (come appaiono ora), dobbiamo saper abbandonare il terreno …teoretico. Qui ci viene in soccorso Socrate. Disse: il mio ciclo è finito, ho rispettato le leggi e trasmesso ai giovani il pensiero filosofico. Datemi la cicuta.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: