Il volto e il corpo dell’altro – 2. Stranieri, xenìa e homo migrans

1950f4e0b61238cff0f36a67391696a3

“Straniero” è parola che viene dal latino extraneus, che sta per esterno, esteriore, di altri. Medesima origine ha l’aggettivo “strano” (che invece in latino era reso dalla parola novus, nel significato di insolito) – convergenza ed assonanza che dovrebbe far riflettere.
Lo straniero è così ciò che sta fuori dei confini (familiari, nazionali, etnici, culturali, linguistici, ecc.) e che è affetto da stranezza, diversità, non familiarità. È l’estraneo che provoca turbamento.
I greci avevano invece coniato una parola – “barbaro” – che definiva lo straniero come colui che non parla la lingua greca, che letteralmente “balbetta” (bàrbaros è parola onomatopeica).
Molto diverso – e altrettanto interessante – il significato della parola greca xénos, che sta sì a designare l’altro-straniero (addirittura il nemico, come in Omero), ma con sfumature molto ampie che ricomprendono anche la figura dell’ospite: xenìa indica infatti il vincolo di reciproca ospitalità. Quasi che in questa parola si accenni alla condizione universale di estraneità che può colpire in qualsiasi momento gli umani costretti a lasciare, per qualsiasi ragione, la loro casa, la loro terra, il loro paese, e che trovano confortante l’idea che da qualche parte ci sia uno straniero-ospite pronto ad accoglierlo (molto interessante a tal proposito l’ambivalenza della parola “ospite”, che indica sia il soggetto che ospita che quello ospitato).

Naturalmente questi significati – già molto stratificati – rinviano inevitabilmente alla storia e alla costituzione di aree culturali, nazionali, geografiche, politiche omogenee che si contrappongono o giustappongono, cioè ci parlano dell’esito di un processo che la ricerca antropologica e storica ci mostra come di lungo periodo.
Noi ci troviamo di fronte a confini e significati della parola “straniero” già costituiti, ma che credo sia interessante decostruire: com’è che si stabiliscono confini e dunque identità estranee l’una all’altra? Questa la domanda più interessante.
Tanto più interessante se la commisuriamo alla storia della specie cui apparteniamo – homo sapiens, una delle specie del genere homo – che da circa 150/200 mila anni (le datazioni sono ancora incerte) si muove di continuo sul pianeta.
Cioè: com’è che un’unica specie (attestata l’inesistenza genetica e l’inconsistenza scientifica della categoria di “razza”) si è andata differenziando fino a produrre categorie di separatezza, talvolta “essenzialistiche”, quasi si trattasse di nature diverse? E com’è che una “specie migrante” giunge a localizzarsi/stanzializzarsi in nazioni apparentemente immobili e “naturali”, straniere l’una all’altra?
Queste le domande cui credo occorra rispondere.

Quella di homo sapiens è una storia fatta essenzialmente di spostamenti e di migrazioni – a partire dall’Africa, la nostra comune madre (le tre cosiddette “out of Africa”, diaspore avvenute in periodi successivi – la prima del genere homo, risalente addirittura a due milioni di anni fa, e favorita da requisiti anatomici come la deambulazione eretta e l’encefalizzazione) – con la marcia inesorabile e necessitata dal contesto ambientale (ma, come sappiamo, affetta anche da radicale contingenza) verso l’occupazione sistematica dell’intero pianeta. Un pugno di umani partiti dal corno d’Africa ha letteralmente conquistato il pianeta, ma lo ha fatto spostandosi di continuo, migrando – mossi da pressioni ambientali, climatiche, ecosistemiche, ma anche da curiosità e desiderio di esplorare nuove terre e possibilità.

mp_full-2

Dunque homo sapiens è specie costitutivamente migrante, e lo ha fatto fin dalle origini e probabilmente continuerà a farlo, con buona pace di Salvini, Trump o Le Pen e di tutti i neoidentitari, nativisti e neonazionalisti di quest’epoca.
Dove sta ora la questione: che il pianeta si è affollato e, soprattutto, che si sono costituiti gli stati nazionali (come se si trattasse di un contagio): non c’è pressoché nulla di non spartito e delimitato da confini (forse solo l’Antartide costituisce un’eccezione).
Ovvero: le identità (e dunque l’accezione del termine straniero) sono esattamente le forme di diversificazione di homo sapiens nel tempo lungo delle sue migrazioni (senza migrazioni non ci sarebbero culture o nazioni): oltre 100mila anni di migrazioni e di storia hanno prodotto la “geografia politica” che abbiamo sotto gli occhi e che, unificata ormai da alcuni elementi (il principale dei quali è quello del sistema capitalistico di produzione e di circolazione delle merci), ci mostra un’interessante (ma quantomai drammatica) dialettica tra cosmopolitismo e differenziazione.
Una tendenza cioè all’unificazione della specie (quasi un ritorno all’unità originaria di quel pugno di umani usciti vittoriosi dalla lotteria evolutiva) che si contrappone alla dinamica differenziatrice (in nazioni, popoli, culture, etnie, lingue, religioni, ecc. una babele disseminata nel tempo e nello spazio – che è poi ciò che ha arricchito la specie e le ha permesso di espandersi sul pianeta).

***

Questi temi – oggi cruciali per il futuro dell’umanità, ma direi dell’intera ecumene – trovano una straordinaria anticipazione riflessiva in epoca moderna, in particolare in Francia, su categorie etnologiche ed antropologiche essenziali a definire la dialettica noi/loro, soprattutto nella formula barbari/selvaggi/civilizzati.
La critica all’etnocentrismo (e all’eurocentrismo) è proprio ciò che accomuna la riflessione di tre grandi pensatori francesi, ovvero Montaigne, Montesquieu e Rousseau, cui accennerò brevemente.

1. Montaigne: antietnocentrismo e relativismo culturale.
È nel celebre saggio “Dei cannibali” (1575-6) che Montaigne si occupa specificamente della questione, e a proposito della figura del “selvaggio brasiliano” accusato di inumanità per la pratica del cannibalismo, egli scrive: «Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo». Segue la giustificazione antropologica della pratica del cannibalismo, come fenomeno di una tipica espressione culturale, e il rovesciamento del marchio di barbarie sull’Europa, dove si fanno mangiare gli uomini vivi dai cani, sotto la copertura della pietà religiosa (il riferimento è alle guerre interreligiose). Montaigne conclude la narrazione con l’episodio dei tre stranieri a colloquio con re Carlo IX, scandalizzati dal fatto che nella “civile” Francia ci sono uomini che s’ingozzano mentre le “loro metà” (interessante questa espressione volta ad indicare un proprio simile) stanno a mendicare piuttosto che assaltare le case dei ricchi e dar loro fuoco.

2. In Montesquieu – autore del celeberrimo Spirito delle leggi – vi è una puntuale ricerca dell’elemento differenziante nella base naturale, specialmente nel clima: un vasto studio sulla dialettica tra natura e cultura, basi materiali e livello giuridico-morale, che fa concludere il filosofo per l’inevitabile influenza ambientale e climatica su usi e costumi, ma nello stesso tempo per la capacità umana di forzare quei limiti. Dunque le differenze sono storiche e materiali, non hanno nulla di “razziale” o “essenzialistico” – siamo un’unica specie che si differenzia a seconda dei contesti storici e culturali: “ogni differenza è uniformità, ogni cambiamento è costanza” – chiara legittimazione filosofica della diversità.

razzismo_02

3. Anche in Rousseau troviamo una simile visione antietnocentrica, con però una maggiore radicalità nella critica al processo di “civilizzazione” ed una parallela esaltazione della figura del selvaggio (l’uomo naturale contrapposto a quello civilizzato, ipocrita, infelice, affetto da ansia di accumulo). Rousseau – come ha rilevato Lévi-Strauss, uno dei più grandi antropologi del ‘900 – può essere considerato il fondatore delle scienze umane e di una moderna concezione antropologica, scondo cui il pensiero deve viaggiare! Occorre studiare le differenze per comprendere l’umanità: Rousseau critica aspramente gli europei che viaggiano per riempirsi le borse anziché le teste, ed auspica che la filosofia viaggi in ogni angolo del pianeta:
«…la Turchia, l’Egitto, la Barberia, l’impero del Marocco, la Guinea, il paese dei Cafri, l’interno dell’Africa e le sue coste orientali, il Malabar, il Mogol, le rive del Gange, i regni del Siam, del Pegù e di Ava, la Cina, la Tartaria, e specialmente il Giappone: poi, nell’altro emisfero, il Messico, il Perù, il Cile, le terre di Magellano, senza dimenticare i Patagoni, veri o falsi, il Tucuman, il Paraguay, se fosse possibile, il Brasile, infine i Caraibi, la Florida e tutti i paesi selvaggi; viaggio più importante di tutti, che bisognerebbe fare con la maggior cura […]
Il grande difetto degli europei è di filosofare sempre sulle origini delle cose a partire da ciò che succede intorno a loro… quando si vogliono studiare gli uomini occorre guardare vicino a sé, ma per studiare l’uomo occorre imparare a spingere lo sguardo lontano; occorre prima osservare le differenze per scoprire le proprietà».
Rousseau è il primo pensatore che tenta di allargare lo sguardo sia in termini geografici e spaziali che in termini storici: il suo è un tentativo paleoantropologico (con pochi mezzi a disposizione, se non i recits, le relazioni di viaggio) per risalire agli inizi della storia umana e andare a vedere dove eventualmente si sono commessi gli errori fatali che ci hanno condotto ad una civilizzazione fasulla e destinata al fallimento.
Rousseau individua sicuramente nella proprietà privata e nello smisurato desiderio di accumulare – una sorta di traslazione di sé in altro, un vivere fuori di sé – il problema numero uno di questo lungo processo evolutivo: nell’apertura della seconda parte del Discorso sulla disuguaglianza lo dice molto chiaramente in una frase che sarebbe diventata celeberrima: «Il primo che, avendo cinto un terreno, pensò di affermare: questo è mio, e trovò persone abbastanza semplici per crederlo, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, omicidi, quante miserie ed errori non avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i piuoli e colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: Guardatevi dall’ascoltare questo impostore…».
A ben pensarci tale delimitazione è in grande quella di stati e nazioni: i medesimi piuoli e fossati diventano fortificazioni, muri, barriere e confini. L’amor proprio individuale si gonfia a dismisura fino a creare megamacchine proprietarie ed esclusive e le dinamiche statuali e guerrafondaie dell’amico/nemico.

Grandissima l’attualità di questi pensatori, che non a caso sono di area francese (Rousseau era ginevrino, ma di adozione francese), ovvero la prima nazione che tenta un superamento dei propri limiti identitari proclamando una dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino di tipo universalistico, con tutte le contraddizioni e i problemi che ciò comporta (vi si parla di “diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo”, arrogandosi pertanto un punto di vista che deve valere per tutte le culture).
Fino alla Dichiarazione universale del 1948 (siamo ancora a Parigi!) che, all’articolo 13 – 1° e 2° comma – proclama la libertà di movimento e di migrazione:

Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

– ribadendo ciò che era una verità (o un’intuizione) filosofico-antropologica, ma che oggi sappiamo avere una base storico-scientifica, ovvero che homo sapiens è costitutivamente una specie migrante, nomade, pendolare, impossibile da inchiodare in un luogo o in una struttura fissa.
E l’unica sua natura – come sosteneva Rousseau – è quella di essere libero e perfettibile.

***

migranti

In questa fase della sua storia, però, l‘homo-migrans-sapiens si trova a dover affrontare sfide epocali che hanno a che fare proprio con la dialettica tra radicamento e migrazioni: se da una parte le potenze (soprattutto finanziarie) della globalizzazione, in continuità con l’antico spirito borghese, spingono per una mobilitazione generalizzata delle merci, della forza lavoro, del capitale, dall’altra parte si stanno chiaramente manifestando reazioni contrarie che spingono per una ri-localizzazione, per il ritorno dei muri e delle frontiere, per una ri-nazionalizzazione degli stati.
D’altro canto le differenze sociali (che in epoca neoliberista si sono ulteriormente divaricate), le guerre e le future crisi climatiche (già ora vi sono avvisaglie di una crescente desertificazione in diverse aree del pianeta), non potranno che portare a nuovi flussi migratori che rischieranno di aggravare ulteriormente la crisi internazionale, creando miserie, conflitti e fenomeni di razzismo e xenofobia.
Come se ne potrà uscire? Gli esseri umani hanno le risorse (intellettuali e materiali) per risolvere i problemi che sempre sorgono nella loro pur accidentata storia (dove nulla è già stato pre-scritto): dovranno solo guardare di più a ciò che li accomuna come specie e individui, mettendo ins econdo piano ciò che li differenzia. Puntare cioè ad una globalizzazione alternativa, che tuteli le diversità e che non si faccia dirigere dagli interessi di una minuscola cricca di miliardari. Solo così migrare non sarà più una necessità ma una libera scelta, un creativo muoversi all’interno di una medesima ecumene.

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

17 Risposte to “Il volto e il corpo dell’altro – 2. Stranieri, xenìa e homo migrans”

  1. Neda Says:

    Bellissima dissertazione, anche se vorrei aggiungere che , mi pare, il razzismo vero e proprio sia nato comunque in Francia, alla metà dell’Ottocento con le teorie di De Gobineau, se ben ricordo, forse per giustificare il colonialismo?
    Come se ne esce? Probabilmente con una guerra che spazzerà via molto del mondo che conosciamo (già ce ne sono alcune in atto) per poi far nascere un altro mondo, migliore o peggiore dell’attuale non è dato di sapere oggi.

  2. isidoromartinelli Says:

    Se un giorno i miei ex compagni di classe venissero tutti insieme a casa mia per una cena, sarei felice.
    Se un giorno tutti gli studenti del Liceo che frequentavo decidessero tutti insieme di venire a casa mia, avrei un problema.
    Grazie per l’interessante articolo

  3. Paolo Reale Says:

    Ciao Mario, considerazioni a caldo

    Domanda: Perchè l’evoluzione sociale deve passare sempre per una convivenza forzata di tutti gli uomini in una emorme pangea geograficamente unificata e fatta di uguali tra gli uguali?

    Sulle tue premesse posso dire che:
    La storia della letteratura da anni ci prepara al pietismo nei confronti degli stranieri, ed a considerare chi arriva come profugo o esule con i vestiti stracciati alla Robinson Crusoe. Ma così non è, se guardi le percentuali di nazionalità dei migranti, le fette maggiori sono fatte di persone che non scappano da nessuna guerra.
    Per esempio, delle 500 mila persone arrivate a Roma in un anno, la percentuale di chi arriva da terre disastrate o che scappi da guerre è minima.

    Riguardo al concetto
    “…cioè ci parlano dell’esito di un processo che la ricerca antropologica e storica ci mostra come di lungo periodo.”
    Se volessi qui far riferimento ad un processo d’integrazione tra popoli, esso viene ad inserirsi appunto in un contesto di evoluzionismo quantomeno positivista della socialità tra genti, dato che ormai sembra avere tempi titanici, più che come dici tu “lunghi”.
    Ammettiamo pure quindi ed assumiamolo come dato di fatto, che l’integrazione ad oggi è un mito in quanto non è mai avvenuta da nessuna parte. Come è anche vero che alcuni tra i popoli più fiorenti della storia dell’umanità, hanno vissuto totalmente isolati e non appena hanno avuto contatti forzati (quasi sempre dovuti alla crescente smania di commercio e accumulo) con l’esterno, sono caduti miseramente.

    Attenzione però, questo non significa che i popoli di usi e costumi diversi non possano vivere assieme, ma che forse devono farlo, con tempi e modalità più moderati, quando è necessario e non per forza, rispettandosi nelle proprie diversità (proprio come avviene in matura).

    …e che l’urgenza di convivenza forzata, dovuta ad un allarme guerra o povertà è falsa, in quanto chi non ha nulla, non ha neanche i soldi per mangiare, figuriamoci per spostarsi. Ripeto, il 90% dei flussi migratori odierni avviene via treno, macchina o aereo e con piena disponibilità di mezzi. Considerare quindi ogni migrante come un profugo di guerra, un bambino morente, o una donna incinta è falso, falso e tendenzioso.

    Diciamo altresì che fino ad oggi, i popoli del mondo hanno convissuto meglio quando si assomigliavano, inoltre la necessità di agglomerarli tutti assieme, vicino alle sedi di consumo/lavoro e costringerli a vivere stipati e male nelle città capitalistiche, è tutta dei gruppetti di più furbi che intendevano (ed intendono ancora) arricchirsi sulle spalle del lavoro degli altri.

    “…Dunque homo sapiens è specie costitutivamente migrante, e lo ha fatto fin dalle origini e probabilmente continuerà a farlo”
    Questo è semplicemente non vero, Quando l’uomo si sposta lo fa sempre spinto da fattori esterni, lo dimostra il fatto che quando sta bene, sta dove sta.
    Più in generale, l’uomo è stato migrante fin quando non ha avuto i mezzi per dominare la natura (pastorizia, edilizia di base e agricoltura) appena ha potuto si è fermato ed ha fatto del suo meglio per stare dov’era, a parte rompere l’anima ai vicini appena i raccolti andavano male o le bestie morivano, e più avanti per la solita smania di guerra e conquista che è tutt’altro che una spinta positiva alla convivenza amorosa delle persone comuni, quanto piuttosto la necessità dei soliti gruppetti di pochi che tendono all’accumulo personale sulle spalle degli altri.
    In ogni caso, non credi che gettare le basi di un nesso di casualità tra il migrante di migliaia fa e quello di oggi sia un po’ forzato? Contando appunto che viene da chiedersi ad esempio da quale guerra o siccità scappino oggi, milioni di cinesi che stanno colonizzando economicamente il mondo con intenti tutt’altro che culturali.

    “senza migrazioni non ci sarebbero culture o nazioni”
    Che significa? Che ci saremmo impilati uno sopra l’altro rimanendo tutti uguali?
    Non sono i confini e la geografia che determinano le culture è semmai vero il contrario.
    100 mila anni di migrazioni sono il sintomo del fatto che qualcosa non andava bene, non un attitudine positiva al viaggio radical chic per andare a conoscere le altre culture e suonare tutti assieme i bonghi in una grande babele multietnica…ma stupro, rapina, devastazione e depredazione, schiavitù e massacri
    …e se fossero questi i fattori che hanno determinato le nostre identità culturali?

    Ci sono imperi e gruppi di uomini che hanno sviluppato peculiarità scientifiche, culturali e artistiche nel pieno e felice isolamento (l’egitto, il tibet, la cina etc.) quindi anche l’assunto secondo cui andando tutti assieme a trovare gli altri ti (o li) arricchisci culturalmente, non è sempre vero.
    Vero è che i primi filosofi erano viaggiatori, più precisamente forse navigatori, i quali dai loro viaggi, riportavano sapere che era utile a tutti. Non penso però che ritenessero utile o saggio spostarsi in massa e chiedere ospitalità al paese vicino per creare una buona convivenza.

    La “tendenza cioè all’unificazione della specie” è un falso mito del capitalismo che necessita consumatori identici tra di loro e (più di recente) asessuati. Personalmente considero questa tendenza la cosa più pericolosa della modernità, nonché uno dei principali motivi di declino dell’umanità intera.

    Conclusione:
    Capita che io sia felice anche quando sto fermo.
    Non mi sento felice in quanto libero di muovermi, nell’ottica di diventare identico agli altri.
    Mi sento sereno nel muovermi, quando vengo accolto come me stesso ovunque io vada, se so che questa premessa non è sempre garantita, capita che io stia anche felicemente a casa. Cerco di affrontare quelle piccole rivoluzioni che migliorino me e i miei cari, piuttosto che imporre ad altri e a me omologazione spacciata per evoluzione sociale.
    So anche che non otterrò nulla spostandomi in massa con tutti i miei familiari a casa di qualcun’altro, ma che anzi creerei disagio ed andrei a rovinare rapporti che potrebbero essere migliori nel tempo e nei modi stabiliti da chi mi ospita. Per questo è più utile cambiare il proprio paese (anche lottando) piuttosto che cambiare paese non appena le cose peggiorano (o ci sembrano migliori altrove).
    In fine, cosa più importante, di tutte che e la premessa imprescindibile per qualsiasi ragionamento che segua:
    Non cado più nel tranello della propaganda mediatica di considerare chiunque arrivi come un disperato. Oggi sono consapevole che questo è una stratagemma architettato per impietosire i cuori, favorendo un falso senso di accoglienza fatto solo di parole (scritte o dette) oltre all’autodeportazione volontaria di tutti gli schiavi moderni, che serve solo ai soliti gruppetti di pochi, gli unici che andrebbero davvero linciati.

  4. Paolo Reale Says:

    Errori
    – proprio come avviene in “natura” e non “matura”
    – In fine, cosa più importante, di tutte (c’è una virgola di troppo)
    – Non “una stratagemma” ma “uno stratagemma”

    Sorry

  5. Paolo Reale Says:

    che e la premessa imprescindibile (“e” senza accento)
    sono un asino

  6. md Says:

    @Paolo
    premesso che le risposte, articolate, alle tue obiezioni richiederebbero alcune ore, mi limito ad un paio di precisazioni: dire che homo sapiens è costitutivamente migrante non vuol dire conferire una qualche natura essenzialistica (così come l’affermazione contraria, e cioè che per sua natura è “stanziale”). Né l’una né l’altra cosa – la tesi di “homo migrans” (che, ovviamente, fa oggi comodo al capitale, così come gli può far comodo la stanzialità delle fabbriche) è semplicemente l’osservazione empirica della storia di homo sapiens, che in oltre 1000 secoli non ha fatto altro che muoversi sul pianeta (tra continenti, tra aree geografiche, tra città – esiste anche una continua migrazione tra una casa e un luogo e l’altro, siamo molto più nomadi di quanto non riusciamo a radicarci in un luogo, pare che ci roda il culo, da questo punto di vista, tanto per usare un’espressione colorita);
    per quanto concerne i numeri: mezzo milione a Roma in un anno non mi consta, così come altri dati che fornisci (ma si sa che uno degli elementi fondamentali delle propagande incrociate, pietistiche o razzistiche, si gioca proprio sulla manipolazione dei numeri, sulla sindrome da invasione, ecc.). Di sicuro sia i numeri dei profughi che quelli dei migranti (e sarà sempre più difficile stabilire la distinzione tra migranti economici, climatici, politici, esistenziali o per motivi bellici) sono i più bassi di sempre, in realzione al totale della popolazione mondiale – dato impressionante se solo si pensa alla percezione del fenomeno.
    Io però vorrei anche ragionare sui numeri dei “viaggiatori” (o meglio, dei turisti, visto che di viaggiatori non ce n’è praticamente più).
    “Senza migrazioni non ci sarebbero culture” vuole semplicemente dire che se homo sapiens non si fosse mosso dal corno d’Africa avrebbe molto probabilmente prodotto una sola monocultura (di cui oggi non sapremmo nulla, anche perché non ci saremmo), e si sarebbe estinto come altre specie di Homo hanno fatto (e altre specie più in generale). Avere percorso con piedi e cervello il pianeta ha avuto l’effetto (probabilmente non cercato) di creare una straordinaria diversificazione di culture (ovvero di risposte diverse a seconda del dato geografico ai medesimi problemi di sopravvivenza).
    Che poi tutto questo correre e fermarsi, mobilitarsi e stanzializzarsi (tramite l’agricoltura, che è acquisizione recente, altrimenti nisba) abbia infine portato alla (contingentissima) creazione di un sistema economico in grado di imporre una unificazione (certo non senza immani conflitti, di cui le due guerre mondali sono state alcune tappe) – mica potevano immaginarselo le orde primitive e spaventate dalle fiere.
    Marxianamente mi verrebbe da dire che proprio questo processo potrà magari essere utilizzato a fin di bene – leggi: per rendere un po’ più felice il maggior numero. Ma che cosa sia “felicità” – soprattutto per sette miliardi e mezzo di esemplari – risulterà sempre meno chiaro. O magari invece sì, se pensiamo che il capitale, la mercificazione e la pasoliniana omologazione abbiano già vinto. E dunque, amen!

  7. Paolo Reale Says:

    mi scuso per non aver precisato la fonte di alcuni numeri.
    è un dato del 2014 (il che fa pensare che ad oggi, non siano affatto diminuti).
    Dai dati Istat, gli stranieri residenti in Italia al 31 dicembre 2014 sono pari a 5.014.437 su una
    popolazione complessiva di 60.795.612, con un’incidenza dell’8,2%. Le donne rappresentano il
    52,7% del totale, mentre i minori oltre 1 milione. Oltre mezzo milione di stranieri (10,4%) risiede
    nella provincia di Roma, di questi ben il 70% circa è residente sul territorio di Roma Capitale. La
    popolazione straniera residente nella Capitale ha un’incidenza del 13% circa sul totale della
    popolazione residente.

    Fonte
    http://www.comune.roma.it/PCR/resources/cms/documents/L_immigrazione_a_Roma_2014.pdf

  8. Paolo Reale Says:

    per quanto riguarda le diverse provenienze qui puoi vedere i numeri
    https://it.wikipedia.org/wiki/Immigrazione_in_Italia
    e renderti conto da solo di quanti arrivino da zone di guerra, siano esuli o profughi.
    Ma soprattutto i numeri Mario, i numeri.
    prova a dividere questi numeri usando come unità di divisione uno stadio pieno e ti rendi subito conto.
    Trovo triste dovermi ritrovare a condividere opinioni con gentaglia che anche tu hai citato nel primo post.
    Mi rincuora però farlo per ragioni molto diverse dalle loro.

  9. md Says:

    ah, ecco, stiamo parlando di residenti, non più di migranti – o, a voler essere precisi, di immigrati; quindi in gran parte di cittadini pressoché amalgamati (integrati forse no, dato che questo può non valere nemmeno per molti italiani – e poi integrazione è termine ambiguo); tenuto poi conto che ormai il periodo di riferimento è quello che va dal 1990 (prima legge di regolarizzazione, se non erro) ad oggi, ovvero un quarto di secolo.

  10. Paolo Reale Says:

    Sul fatto che se non ci fossimo mossi saremmo culturalmente estinti avrei da ridire, di sicuro saremmo diversi, noi italiani per primi dato che gli altri hanno preso da noi il meglio e noi il peggio da loro (cucina a parte). Di sicuro il centro dell’Africa non è il posto più ospitale dove piantare le tende, quindi muoversi appare di nuovo e come sempre una necessità pratica più che dettata dal cuore o dalla testa.
    Detto questo tutto quello che concerne le tue migliaia di secoli, dove non ci sono documenti scritti, rimane mera speculazione, che viene contraddetta e riscritta continuamente ogni due o tre anni, nel tentativo vano di dare un senso di continuità lineare a una storia umana tutta piena di buchi e balzelli evolutivi avanti e indietro, piuttosto che in un unica direzione.

  11. md Says:

    “L’incremento nel corso degli anni della popolazione straniera residente è dovuto sia ad un saldo migratorio positivo tra immigrati ed emigrati, sia ad un saldo naturale positivo tra nati e morti: per quanto riguarda il primo, i nuovi arrivi di immigrati stranieri dall’estero sono in calo da alcuni anni (da 530.456 nel corso del 2007[11] a 250.026 nel corso del 2015), ma continuano a superare gli stranieri emigrati (44.696 nel 2015); per quanto riguarda il saldo naturale, nel corso del 2015 ci sono stati 72.096 nati stranieri (il 14,8% dei nati, anch’essi in diminuzione rispetto ai due anni precedenti) contro 6.497 morti”.

    Dato interessante…

  12. md Says:

    Beh, non proprio: ormai la paleontologia ci offre parecchio materiale, tra l’altro molto più oggettivo della “scrittura” che, come si sa, è sempre il punto di vista dei vincitori e del potere.
    Ti consiglierei di dare uno sguardo al libro di Pievani e Calzolaio
    Libertà di migrare : perchè ci spostiamo da sempre ed è bene così / Valerio Calzolaio, Telmo Pievani
    9788806229542
    Torino : Einaudi, 2016

    Al Mudec di Milano c’è una bellissima mostra paleontropologica (con un taglio bioevolutivo, senza però dimenticare gli aspetti antropologico-culturali) dedicata proprio al lungo cammino di “Homo sapiens” e, prima ancora, al genere Homo.
    Molto affascinante.

  13. Paolo Reale Says:

    Qualsiasi migrante prima o poi diventa residente…e se già lo sono il dato non fa che avvalorare ancora di più le mie tesi precedenti.
    Sono sicuro che per chi abita in un palazzo con 60 spacciatori stranieri, la distinzione conti ben poco, anzi faccia solo incazzare maggiormente, perdona il francesismo.

  14. Paolo Reale Says:

    leggerò il libro che mi consigli, li leggo sempre, chissà che non cambi idea, ciao e grazie delle chiacchiere.

  15. md Says:

    questo dipende solo ed esclusivamente dalle politiche migratorie e di governo delle città – tra l’altro con dinamiche assai simili a quelle interne all’Italia degli anni ’60, con la fornmazione di quartieri e zone off limits; ma pare che non si impari mai niente dalla storia

  16. md Says:

    è sempre un piacere!

  17. CoffieShop Says:

    Bisognerebbe imparare dalla storia a prescindere da chi la fa. In ambito sociale necessariamente la politica fa la sua parte e non importa se un partito o un movimento in passato abbia portato avanti determinate ideologie con conseguenziali azioni se ciò per cui si pronunciava era rivolto esclusivamente alla società. Ad esempio la vecchia costituzione dell’URSS di stampo leninista, con l’articolo 22, dichiara incompatibile con le leggi fondamentali della Repubblica la tolleranza dei privilegi e di qualsiasi genere di preferenza attribuita in base alla razza ed alla nazionalità, come pure l’oppressione delle minoranze nazionali o la limitazione della parità dei loro diritti.
    Detto questo, oggi viviamo in un mondo in cui i confini si sentono fin troppo e questo porta conseguenzialmente l’uomo ad abbandonare gradualmente quella realtà che lo definisce ‘cittadino del mondo’.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: