Tertium datur?

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La vita, la mente, la coscienza sono spiegabili solo con la fisica e la chimica delle particelle elementari? E l’unica alternativa possibile è quella del disegno divino?
Ridotto all’osso, il programma di ricerca del filosofo Thomas Nagel (quello che nel 1974 aveva scritto il celeberrimo articolo What is it like to be a bat? – Che cosa si prova ad essere un pipistrello?) si riduce a questa duplice domanda, discussa nel saggio Mente e cosmo: perché la concezione neodarwiniana della natura è quasi certamente falsa, pubblicato di recente in Italia da Cortina editore.
La scommessa di Nagel è di non accettare la prospettiva riduzionistica come l’unica e totalizzante spiegazione delle cose: vi sono alcuni fenomeni – la vita e in particolare la mente, la coscienza e il mondo dei significati e dei valori – che non sono riconducibili e men che meno riducibili alla spiegazione fisico-chimica degli elementi. D’altro canto Nagel suggerisce una prospettiva anti-riduzionistica a sua volta non riducibile al partito avverso dei materialisti, ovvero i fautori del disegno intelligente (creazionisti, anti-darwiniani, spiritualisti e teologi vari). Vi è secondo lui una terza via possibile – e fondabile razionalmente – che pur inscrivendosi nella tradizione idealistica (non soggettiva ma oggettiva, e dunque platonico-hegeliana) non disdegna affatto di dialogare con le scienze. Semplicemente sostiene che la fisica-chimica non è in grado di spiegare tutto: la realtà e molteplicità dell’essere è più varia e più ricca di quanto le leggi fisiche possano ricomprendere. La mente non è riducibile alla materia, che non è così in grado di assorbirla integralmente.
Nel brano riportato qui sotto, in breve, il programma nageliano (o la speranza-progetto che vi sta dietro):

«Per riassumere: le rispettive inadeguatezze di materialismo e teismo come concezioni trascendenti e l’impossibilità di abbandonare la ricerca di una visione trascendente del nostro posto nell’universo conducono alla speranza di una comprensione estesa, e tuttavia naturalistica, che eviti il riduzionismo psicofisico. Il carattere essenziale di tale comprensione sarebbe spiegare la comparsa della vita, della coscienza, della ragione e della conoscenza non come effetti collaterali accidentali delle leggi fisiche della natura [leggi: tesi contingentiste alla Gould o alla Pievani] né come risultato di un intervento intenzionale nella natura dall’esterno [leggi: Dio], ma come conseguenza non sorprendente, se non addirittura inevitabile, dell’ordine che governa il mondo naturale dall’interno. Tale ordine dovrebbe includere le leggi fisiche, ma, se la vita non è solo un fenomeno fisico, l’origine e l’evoluzione della vita e della mente non potranno essere spiegate solo dalla fisica e dalla chimica. Una forma di spiegazione estesa, e tuttavia unificata, sarà necessaria e sospetto che dovrà includere elementi teleologici».

In definitiva: la mente, nonostante la grande ondata regressiva (ridurre ogni cosa ai suoi primi elementi – in ultima analisi agli atomi democritei – per poi ricostruirne l’ordine materiale) non si lascia ricomprendere in quel movimento così integralista e totalizzante  – la riduzione dello “spirito” all’osso censurata da Hegel. Se così fosse, tertium datur, ovvero: nessun aut-aut tra materialismo e creazionismo, scienziati e teologi potrà far fuori la funzione essenziale della ricerca filosofica – e la filosofia della contingenza (un po’ ancillare nei confronti della scienza) finirebbe per avere un temibile concorrente. E di fatti, secondo Nagel «la coscienza è l’ostacolo più evidente a un naturalismo globale che si affidi solo alle risorse della fisica», che è come dire che c’è sempre un elemento residuale – ovvero il fenomeno mentale, che è poi quel prodotto evolutivo che paradossalmente finisce per produrre teorie volte a normalizzarlo e inglobarlo in un materialismo integrale che non ne prevede l’eccezionalità – che sfugge alla comprensione totalizzante. Addirittura il naturalismo evoluzionistico che dalla materia conduce dritto dritto alla mente, in un misto di causalità e casualità, sarebbe quasi una forma di autoconfutazione, che indebolisce proprio la ragione che lo ha teorizzato e sistematizzato.
Vediamo un po’ dove ci conduce questo filo di pensiero…

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11 Risposte to “Tertium datur?”

  1. Arnaldo Colombo Says:

    In sintesi, se non ho capito male, Dio non sarebbe il creatore di tutte le cose, quindi la loro origine, ma il loro fine ultimo ……. preordinato e intrinseco nell’ordine di tutto. Mi par già di vedere che la terza via finirà in un tentativo di by-pass della seconda via (materialismo) per ritornare sulla prima (retta secondo loro) via del creazionismo.

  2. md Says:

    mmm, è vero che Nagel parla di teleologia, ma mi pare escluda l’ipotesi divina perché non suffragata da sufficienti elementi probanti (empirici o razionali che siano); comunque sono in attesa di capire dove voglia andare a parare; ho scritto quest post prima di finire la lettura del testo, perché mi sembrava interessante la premessa teoretica, quasi si trattasse di un progetto alternativo di ricerca alle due vie fin qui per lo più battute

  3. sergio Says:

    Gli atomi e le strutture chimiche nulla hanno a che fare con la mente.
    La cosa si chiarisce appena si entra in ambito biologico. Qui l’evoluzione è la vera protagonista: la volontà di vivere emerge chiaramente ed è inscritta nel DNA.
    La mente diviene lo strumento con cui la natura inconsapevolmente potenzia le sue creature (primati), che lottano per la sopravvivenza.
    Nell’uomo la volontà di vivere diviene volontà di potenza (l’idea platonica, il cogito cartesiano, l’assoluto hegeliano).
    La terza via è solo una aporia. L’unica via è dunque quella biologica\materiale che si è imposta in tutto il pianeta.
    Rileggiano con attenzione Schopenauer, Nietzsche e Marx, senza però pretendere alcunchè dalla natura umana, che persegue fini inconfessabili e anti-idealistici.
    Altro non riesco a scorgere nel panorama universale. Tutto il resto è depistaggio culturale. Così almeno credo.

  4. isidoromartinelli Says:

    La tematica si svolge ad un livello ben più alto delle mie modeste letture filosofiche.
    Quindi mi taccio e leggo con interesse quanto nel merito scrive chi ha piu competenza di me.
    Per quanto mi riguarda, resterò sul banale : mi affido fin dove è possibile alla comprensione di quanto è razionale,quindi intelligibile secondo la mia limitata dotazione cerebrale.
    Per il resto,riconoscendo i miei limiti fisico-chimici, mi affidò, mi fido,e chiedo a Dio la grazia della fede.
    Un saluto

  5. md Says:

    @sergio
    rilevo un’inconseguenza nel tuo ragionamento: se “gli atomi e le strutture chimiche nulla hanno a che fare con la mente”, allora non si capisce la conclusione del tuo ragionamento, ovvero che “l’unica via è dunque quella biologica\materiale che si è imposta in tutto il pianeta”. Ovvero: o la mente è semplicemente un prodotto dell’evoluzione della materia (e dunque riconducibile al quadro esplicativo chimico-fisico, come tutto ciò che esiste), oppure ha ragione Nagel, che sostiene proprio che la mente non sia spiegabile semplicemente attraverso quelle strutture (che è poi l’apertura del tuo commento), ma che ha bisogno di un fondamento teoretico più ampio.
    E tale fondamento non può essere quello teologico, che ricorre ad argomenti extrarazionali (a meno che non si intenda dio in termini puramente razionali, ovvero come lo intende ad esempio Spinoza, che però esclude alla radice ogni tipo di spiegazione creazionistica, finalistica, antropocentrica).

  6. sergio Says:

    @Md
    Preciso meglio: se il “divenire” sul nostro pianeta si fosse stabilizzato a livello fisico-chimico (senza procedere oltre), non saremmo qui a porci il problema dell’origine della mente.
    Quindi la madre del fenomeno in questione non può essere ravvisata a quel livello (tesi riduzionistica da respingere).
    Il salto ontologico (non una semplice evoluzione della materia inorganica) è avvenuto con l’emergere, dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto (si parla di un miliardo di anni), del materiale organico, che ha, a sua volta, reso possibile la comparsa dei primi esseri viventi dotati di una certa complessità e caratterizzati da una sconvolgente volontà di esistere (conatus spinoziano).
    A quel punto la selezione naturale ha favorito quei prototipi viventi che mettevano in campo gli strumenti più adeguati per la loro permanenza nell’ambiente dato.
    In estrema sintesi la mente del primate homo non è altro che il risultato di quel processo di adattamento.
    La mente (il pensiero astratto che pro-getta) è dunque un fenomeno assolutamente naturale che ha consentito alla nostra specie di dominare il mondo, come del resto ci racconta la Bibbia.
    Ma il dominio, così instaurato, si è rivelato alla fine “pura volontà di potenza”, così efficacemente descritto da quel pazzo di Nietzsche.
    Dobbiamo avere una fottuta paura di quella volontà proterva che abita in ognuno di noi, nessuno escluso, e che facilmente dilacera il sottile strato razionale che ci protegge a fatica da improvvisi salti nel buio (notte della ragione).
    Siamo una specie a rischio, che, da sveglia, rivendica una libertà di agire assoluta, ma per proprio per questo folle, e che, quando dorme, sogna un mondo migliore per tutti. Ma al mattino ….
    Spero di essere stato abbastanza chiaro, comunque mi farebbe molto piacere proseguire il discorso.
    Altrimenti mi rassegnerò al solipsismo imperante sulla rete.
    Ciao

  7. md Says:

    In estrema sintesi: anch’io, tendenzialmente, mi sono fatto un’idea simile alla tua sul fenomeno mentale-materiale, tuttavia non posso non chiedermi, attraverso il demone cartesiano (che è poi un demone mentale) se possiamo considerarla l’unica spiegazione plausibile, o se qualcosa(o ancora molto) ci sfugge. Dopotutto è pur sempre la mente che ha prodotto la medesima teoria che ha portato a dare di sé quella spiegazione – e a qualcuno può venire il dubbio del circolo vizioso o dell’autoincartamento, se così si può dire.
    Comunque, caro Sergio, ti terrò senz’altro aggiornato sul prosieguo della riflessione.

  8. md Says:

    Certo Isidoro, anche la tua è una posizione rispettabilissima, e, se si vuole, molto classica. Ma sai bene che homo sapiens ha furia di conoscenza, e soprattutto non conosce limiti…

  9. sergio Says:

    @md
    Ti ringrazio per la tua disponibilità che mi conforta e mi incoraggia a pensare.
    Certamente la tesi da me esposta non può essere considerata la soluzione definitiva al problema ontologico della mente, ma solo un buon punto di partenza.
    Aspetto fiducioso un tuo prossimo intervento sulla questione con nuovo materiale da valutare.
    Grazie ancora. Ciao

  10. isidoromartinelli Says:

    Ti ringrazio, Mario per la tua risposta che mi dà lo spunto per una ulteriore riflessione.
    E’ vero: l’homo sapiens è portato, “naturaliter”, ad esplorare illimitatamente nuovi orizzonti ( lo dico retoricamente),
    Ma da questi restano forse escluse categorie morali come la virtù.?
    Dante ammonisce : ” Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza ”
    Per il Poeta, l’obbiettivo della conoscenza (delle verità, non della Verità che rimane lontana dalla nostra portata, aggiungo io) non dovrebbe essere disgiunto dalla ricerca della virtù.
    Hai ragione nel rilevare che sull’argomento assumo una posizione “molto classica ” anche alla luce di quanto Egli ha scritto sulle caratteristiche del Veltro ( sapienza, amore e virtute ).
    Quì però Dante usa il termine “Sapienza” che non può essere sinonimo di “conoscenza” avendo, la Sapienza caratteristiche ben più alte..
    Se inoltre si considera l’amore, la via che porta alla fede non è molto lontana.
    Ma questo è un altro argomento e rischio di uscire fuori tema
    Alla prossima
    Un saluto

  11. md Says:

    Caro Isidoro, sono molto d’accordo con te, anch’io non credo possano essere disgiunte le due cose. A proposito, poi, del tuo riferimento al concetto di sapienza, ricordo di sfuggita la distinzione di Giorgio Colli tra sapienza originaria e filosofia, nell’ambito del pensiero greco. E l’amore, da Platone a Spinoza, non ci porta certo fuori tema… A presto!

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