VITA, SIGNIFICATO DELLA

sagazan

«Ogni altra creatura del mondo è insensibile al significato. Ma quelli come noi, sul più alto gradino dell’evoluzione, sono saturi di questa brama innaturale, che ogni esauriente enciclopedia filosofica riporta alla voce VITA, SIGNIFICATO DELLA.»

«La natura procede per errori, è così che funziona. E così funzioniamo anche noi. Quindi, se anche avessimo errato nel considerare la coscienza un errore, perché fare tante storie? La nostra autorimozione dal pianeta sarebbe comunque una splendida mossa, un’impresa così radiosa da offuscare il sole. Cosa abbiamo da perdere? Nessun male accompagnerà la nostra dipartita dal mondo, e molti dei mali che conosciamo si estinguerebbero con noi. Perché allora posticipare il più meritevole capolavoro della nostra esistenza, e forse l’unico?»

Ora, il Thomas numero 1 (Ligotti, autore dei brani sopra riportati e tratti da La cospirazione contro la razza umana), fa a pugni con il Thomas numero 2 (Nagel, filosofo della scienza che non si capacita che la mente e la coscienza siano riducibili a fenomeni chimico-meccanici per lo più casuali).  Lo scontro tra i due Thomas avviene qui sul mio scrittoio, e le loro teorie si affrontano a spada tratta pure nella mia mente, la quale, eccitata ed insieme smarrita, non sa più se sia meglio non saperne nulla (e soffrire) o sapere tutto (e soffrire lo stesso). Un dolore sordo e inconscio contro uno pungente e consapevole.
Con questo amletico dubbio si conclude l’anno, nel quale come sempre traklianamente sono stati apparecchiati un bene e un male – ma per alcuni solo mali.
Tanto l’anno nuovo sarà radioso e traboccante di gioia, no?

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10 Risposte to “VITA, SIGNIFICATO DELLA”

  1. sergio Says:

    caro MD,
    la coscienza non è riducibile ai fenomeni chimico-meccanici della rete neurale (eguaglianza perfetta) ma è un epifenomeno dei medesimi. Lo sforzo cognitivo del primate uomo ha potenziato le strutture fisiche del cervello, che ora ci consentono di accedere ai significati.
    Noi stessi siamo un epifenomeno della natura, che non siamo in grado di controllare.

  2. md Says:

    rimane però piuttosto indeterminato il significato di “epifenomeno”: siccome risulta piuttosto complicato definire “mente” e “coscienza”, per lo meno nei termini con cui definiamo, ad esempio, “cervello”, allora proviamo a identificare una categoria intermedia, non riducibile a natura ma nemmeno riconducibile a qualcosa di extra-naturale, e che dunque afferisca alla “cosa” senza esserlo.
    Ma tutto questo ha una storia lunga 2500 anni, e i filosofi lo hanno designato con termini quali idee, significati, concetti, linguaggio, ecc. – correndo sempre il rischio di essere autoreferenziali e tautologici, visto che non abbiamo altro modo di designare le cose, siano esse fenomeni o piuttosto noumeni. Sto insomma dicendo che la filosofia non può, per sua natura, uscire dal terreno idealista, così come l’umanità non può pensarsi al di fuori del linguaggio e del significato – senza peraltro sapere bene che cosa siano (non essendo definibili se non tramite se stessi), ma conoscendo perfettamente come essi funzionano, e non potendo non utilizzarli in nessun caso.

  3. sergio Says:

    Per epifenomeno intendevo l’evento che si manifesta nell’interiorità psichica dell’homo sapiens durante il processo di individuazione.
    Stante che il corpo fisico del primate precede temporalmente la produzione di “pensieri”, se ne può ragionevolmente dedurre che questi ultimi siano il risultato (epifenomeno) dell’azione del primo nell’ambiente.
    Questa è una ipotesi scientifica che la filosofia prima non può confutare. Ma solo prenderne atto.
    Uscire dal terreno idealista, cioè dalle narrazioni, è possibile solo se si accetta che la realtà sia indipendente dai nostri schemi concettuali, come sostiene Maurizio Ferraris (Manifesto del nuovo Realismo).

  4. md Says:

    Ho letto il Manifesto di Ferraris, e non mi pare aggiunga niente di nuovo alla vexata quaestio tra nominalisti e realisti. Qualche neorealista può portare acqua al suo mulino dai territori della scienza, ma dovrebbe prima inconfutabilmente dimostrare che la scienza, a differenza della filosofia o della teologia, non utilizza (magari surrettiziamente) idee o narrazioni.
    Dire che “la realtà è indipendente dai nostri schemi concettuali” è, in ultima analisi, nient’altro che una teoria, un’idea, un concetto che non può avere alcuna base empirica incontrovertibile.

  5. sergio Says:

    Caro Md,
    tu sostieni che “Dire che “la realtà è indipendente dai nostri schemi concettuali” è, in ultima analisi, nient’altro che una teoria, un’idea, un concetto che non può avere alcuna base empirica incontrovertibile.
    Sottopongo al tuo giudizio una rappresentazione simpatica ed esplicativa. La titolerei: Le teorie e i fatti, un uomo e la sua conchiglia.
    Un soggetto, magari della Magna Grecia, è seduto su uno scoglio assai puntuto e avverte un certo indolenzimento ai glutei (riscontro empirico che è dotato di un corpo).
    Vede una conchiglia accanto a sè, la raccoglie, la annusa perchè emana un forte odore sgradevole (riscontro empirico della sua esistenza/consistenza).
    Poi, nella mente di lui , si affollano pensieri diversi sulla malcapitata conchiglia, dei quali è ben consapevole (riscontro empirico/Cartesio).
    Più tardi sui tre fatti, dolore ai glutei, conchiglia puzzolente, frullato di pensieri in libertà, si ferma a riflettere ed arriva a formulare una sua rappresentazione “teorica” che così recita: “le cose esistono indipendentemente dai pensieri su di esse”.
    Conclusione: senza fatti autoevidenti, senza oggetti empirici, senza riscontri incontrovertibili non possono porsi “teorie” ovvero ci sono solo teorie “vuote” (Kant).
    In filosofia, a maggior ragione, le idee a priori hanno bisogno di fatti a posteriori.
    Quindi idealismo e realismo si compenetrano, non possono sussistere indipendentemente l’uno dall’altro.
    Buona giornata

  6. md Says:

    Ergo, la realtà non è indipendente dai nostri schemi concettuali. Si compenetrano, appunto

  7. sergio Says:

    Caro MD,
    La compenetrazione attesta semplicemente che le idee hanno bisogno dei fatti ma che i fatti non hanno bisogno delle idee. Sussistono e basta. La luna esisteva, indipendentemente dalla narrazione leopardiana. Solo se percepita poteva essere invocata.
    Se non si esce dal terreno idealista per andare incontro alle cose, non avresti nulla da raccontare. La filosofia sarebbe muta.
    Buona befana.

  8. md Says:

    Caro Sergio,
    temo sia impossibile uscire dal terreno idealista per andare incontro alle cose: le “cose” sono sempre (da sempre, ontologicamente) ciò che viene evocato dal pensiero.
    Che cos’è una cosa, che cos’è la concretezza di una cosa è questione quantomai metafisica, ed è forse la cosa (di nuovo) più difficile a cui rispondere.
    Fatti e cose sono già da sempre concetti: è vero che sto digitando su questa tastiera, che la esperisco, così come ho appena fatto esperienza del vento sulla mia pelle e ho riempito la vista della bellezza del tramonto, ma se non avessi parole e concetti sarebbero quelle esperienze a rimanere mute.
    È il pensiero ad evocare ciò che esso pensa ed anche ciò che – in sua assenza – esso non potrebbe pensare.
    Se non ci fosse la filosofia (o la mente o il linguaggio o il pensiero) semplicemente non discuteremmo nemmeno dei fatti che sussisterebbero senza di essi – di quei fatti non sapremmo nulla, li esperiremmo senza averne coscienza, e non sapremmo nemmeno come nominarli.
    Dire che il corpo (o la materia) viene prima della mente che li pensa, e che sussisterebbe anche senza la mente che li pensa è una contraddizione in termini: il corpo esiste solo perché c’è una mente che se ne è straniata, diversamente non parleremmo né di corpo né di mente. La coscienza è una scissione violenta ed irricucibile entro la muta indeterminatezza dell’essere – la sua nascita è, insieme, la nascita di un corpo e di qualcosa che non si riconosce nella corporeità.
    L’epoca in cui la luna esisteva indipendentemente dalla sua rappresentazione è tramontata. Forse solo la poesia è in grado di rievocare-immaginare qualcosa che assomigli, anche se vagamente, all’immediatezza naturale.

  9. md Says:

    (ciò non toglie nulla alla singolare bellezza di un tramonto, contemplato magari scomodamente da uno scoglio ben poco teoretico)

  10. sergio Says:

    Caro Md,
    grazie per l’articolata risposta. Richiederebbe molto tempo replicare in modo appropriato. E, come tu ben sai, questo medium che utilizziamo non può sostituire il vero dialogo socratico. Ci provo in pillole.
    Tu dici: “Che cos’è una cosa, che cos’è la concretezza di una cosa è questione quantomai metafisica.” Infatti è una questione prettamente epistemologica (riguarda ciò che noi possiamo sapere dell’ente, tramite la scienza), Se non siamo in accordo su questo (metafisica = scienza), diventa arduo proseguire e disquisire sul tuo assunto successivo che recita: “Fatti e cose sono già da sempre concetti”. Accenno: Le esperienze mute esistono, eccome! I concetti non le possono creare, ma solo caricarle di “significati”. Una esperienza non è il suo significato: se un gatto si brucia una zampa nell’acqua bollente, la dolorosa esperienza sussiste, anche se il malcapitato non può concettualizzarla.
    Qui mi fermo e aspetto una tua assai gradita risposta.
    Ciao

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