Le carcasse della metafisica

 

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Ho provato a fare ordine nella mia mente sul tema dell’animalità – su cui medito da tempo e che sto affrontando in vista del prossimo incontro del gruppo di discussione filosofica. Già questo “fare ordine nella mente” è indice di qualcosa di cruciale che accade in homo sapiens e che è essenziale per il processo dell’antropogenesi, proprio in relazione all’animalità. Ma, appunto, proviamo a procedere con un minimo di ordine.
Ho sempre trovato del tutto insufficiente l’approccio animalista o antispecista alla questione animale (ovvero: stabilire un minimo di regole etiche circa il nostro modo di trattare gli animali), proprio perché si fonda su un’inaggirabile posizione antropocentrica, ovvero sull’evidenza che il soggetto che pone il problema e che propone la soluzione è il medesimo, giudice e carnefice ad un tempo, razza padrona e dominante che per lenire il senso di colpa si inventa forme morali di risarcimento [a meno che non si voglia estinguere il problema con l’auspicio dell’estinzione della medesima razza umana, idea che conta un crescente numero di adepti e che si prospetta come una delle possibili configurazioni del nichilismo].
Ma ancora di più – ancora più radicalmente – non trovo neppure affrontabile la questione, se non si comincia con il lacerare il velo, dissolvere la cortina fumogena che avvolge l’essenza della cosa stessa, ovvero la macchina antropogenica, cioè tutta quella serie di dispositivi bioevolutivi, ma ancor più storici, che ci fanno essere quel che siamo, ovvero natura umana che si costituisce come negazione dell’animalità. Mi pare molto illuminante, a tal proposito, Filosofia dell’animalità di Felice Cimatti – un testo che letteralmente scortica l’humanitas per revocarne in dubbio la legittimità ontologica, etica e politico-sociale, e lo fa sulla scorta di molte sollecitazioni novecentesche, insieme filosofiche, psicologiche, poetiche e letterarie.
Provo a mettere in fila qui i termini, i concetti e le questioni, in parte evocati dal testo in parte frutto di mie riflessioni sparse (alcune già pubblicate su questo blog), al fine di delineare le tracce per un quadro sintetico e complessivo, da scrivere successivamente, in linea con la mia biografia filosofico-esistenziale (a che mai servirebbe una astratta filosofia dell’animalità che non si cali nel corpo e nel sangue della vita? nel suo perenne e dialettico fluire?)

-Partiamo dalle parole che meglio descrivono il rapporto con gli animali: mancanza, vergogna, imbarazzo, rimozione, ma soprattutto alterità. Il mondo animale è in verità “l’inferno animale”, così come ricordatoci da Horkheimer, il culo in ombra, la cantina-macello della splendida cattedrale che svetta tra le stelle – la sanguinolenta montagna di carcasse su cui si erge la metafisica.
-Già il termine “animale” è problematico, visto che raccoglie in sé un’intera categoria di moltitudini di viventi, in maniera indistinta ed astratta: l’animale è essenzialmente ciò da cui si astrae quando si pensa all’umano. L’animale è l’altro dell’essere umano.
-In tal senso la vera macchina antropogenica è ossessivamente identitaria, ovvero si costituisce ontologicamente come ciò che non è l’animale. L’umano è, dal tal punto di vista, un non-essere più di quanto non sia un essere.
-Ma il vero nodo sta nella nostra radicale non aderenza al corpo, ovvero il dispositivo che ci fa dire che abbiamo, e non che siamo un corpo.
-Dal che si ricava la parallela scissione mente/corpo, animalità/umanità: “io” è ciò che non è corpo, animale, sensibilità. Homo sapiens è l’animale metafisico per antonomasia – certificato anche dalle religioni (soprattutto le monoteistiche: il Dio cristiano crea l’uomo a sua immagine e somiglianza – e a radicale dissomiglianza di tutti gli altri viventi).
-Questo processo è evidente nell’opera di domesticazione, che non è solo (non tanto) l’addomesticamento dell’animale fuori di sé, ma dell’animale in sé.
-Tale auto-addomesticamento avviene attraverso il linguaggio e il comando sul corpo: quando diciamo che homo sapiens, a differenza dell’animale, è la specie dotata di linguaggio, diciamo non tanto che gli animali sono incapaci di comunicare, ma che il linguaggio è la prigione entro cui abbiamo irretito la corporeità e l’animalità.
-Il vero rovello è la morte: qualche filosofo ha sostenuto che l’animale cessa di vivere, mentre solo l’uomo muore – espressione traducibile con: solo l’uomo ha fatto della morte la propria sostanza (e dannazione) metafisica.
-I prezzi che homo sapiens paga con il violento distacco dalla propria animalità-corporeità sono altissimi: in primis l’angoscia esistenziale, la radicale non-aderenza al mondo – mondo che è pure ciò che egli costituisce replicando e duplicando – ma insieme negando – la natura (contrapposizione mondo/ambiente – quest’ultimo proprio dell’animale, cui esso si schiaccia e riduce).
-Risentimento nei confronti dell’immediatezza animale, nudità e sguardo animale: il silenzio degli animali – la cui voce è prestata solo dai poeti (e, forse, dai bambini).
-L’animale esiste solo per rassicurare “io” che lui no, lui è l’eccezione del mondo naturale, lui non è un animale. È speciale, il mondo è stato apparecchiato per lui, costituisce addirittura il suo fine. E Homo sapiens conduce la sua vita speciale entro una bolla narcisistico-metafisica.
-Ecco l’animalità ideale per l’essere umano autoelettosi re: uno schiavo che ci è grato per averlo trasformato in schiavo.
-È evidente che l’antropogenesi così come si è dispiegata è gerarchica non sono nei confronti degli enti e di tutti i viventi, ma anche nei confronti degli altri umani: proprio la costituzione originaria dell’alterità si riflette nelle 10, 100, 1000 alterità del mondo umano. Non è un caso che i peggiori massacri della storia si siano svolti sotto il crisma dell’animalizzazione/inferiorizzazione: gli ebrei-parassiti, i tutsi-scarafaggi, gli africani-scimmie, e così via.
-Un’accelerazione di tutti i processi di sfruttamento umano-animale, e di ulteriori costruzioni dell’alterità, è dovuta al capitale, che costruisce un vero e proprio capolavoro di eterotrofia generalizzata e dissimulata: l’autofagocitamento consumistico mostra solo il lato luccicante di sé, mettendo in ombra il mattatoio dei suoi misfatti.
-La coscienza è l’elemento ancipite, paradossale e contraddittorio del processo di antropogenesi, perché insieme produce e riproduce la scissione dell’unità naturale originaria, la divaricazione dai regni naturali (minerali, vegetali, animali, secondo un preciso ordine gerarchico), e nel contempo ne è (o può esserne) la critica che rivela l’orrore.

Se non si affrontano preliminarmente le suddette questioni, qualsiasi discorso sui diritti animali, sulla scelta vegetariana o vegana, la vivisezione, i macelli, la sperimentazione medica, e così via – rimarrà inevitabilmente un discorso monco che produce una prassi inane. Sarà solo l’ennesima umanissima manifestazione di ipocrisia e dissimulazione. Un’altra divaricazione senza ritorno dell’alterità. Il trionfo del male e dell’irrelatezza.

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4 Risposte to “Le carcasse della metafisica”

  1. sergio Says:

    Caro MD,
    hai presente l’urlo di Munch? Spesso mi sorprendo a pensare che l’effetto di quello sgomento sia dovuto allo sguardo disincantato dell’uomo che si osserva allo specchio. Perchè, così facendo, scopre la propria sconcertante animalità, con la sua specificità antropologica: la crudeltà gratuita (guerre, campi di concentramento, torture, ghettizzazióne sociale, femminicidio, pedofilia, ecc.), rispetto alla crudeltà innocente della natura (il leone che cattura la gazzella).
    L’Es freudiano privo di ragione, che, senza preavviso, si impadronisce di noi, guidandoci nella terra incognita della “banalità del male”, ci condanna inesorabilmente all’insignificanza etica.(nichilismo conclamato, volontà di potenza “bruta”).
    Non abbiamo, noi umani, alcun titolo nobile che ci autorizzi a pontificare ex cathedra sugli animali.
    Il monoteismo biblico li ha sottoposti al nostro dominio, rendendosi così complice delle nefandezze perpetrate dall’homo sapiens nei confronti dei suoi con-fratelli naturali.
    Purifichiamo l’aria nelle nostre menti, liberiamooci dalle folli catene del “sacro” e, lasciando il cielo vuoto della metafisica, ritorniamo con umiltà e senso del limite sulla terra che ci ospita con contratto a termine. Un tipo di contratto che, nel caso specifico, ci meritiamo ampiamente.
    Ciao

  2. sergio Says:

    Caro MD,
    mi permetto di inviarti un articolo del giornale La Stampa che più di mille discorsi ci illumina sul perché questo Blog, di altissimo livello, sia così poco frequentato. E, più in generale, perché la cultura in questo disgraziato paese, ma anche a livello globale, sia ridotta a riserva indiana.
    Forse l’esperimento della natura,definibile paradossalmente “homo sapiens”, è arrivato al capolinea.
    Un caro saluto.

    Ecco il testo.

    (Questo testo é un omaggio a Tullio De Mauro, morto nei giorni scorsi, che ha portato la linguistica fuori dalle aule dell’accademia, e l’ha resa uno degli strumenti fondamentali di analisi di una società)

    Il 70 per cento degli italiani è analfabeta (legge, guarda, ascolta, ma non capisce)
    A cura di Mimmo Càndito

    Non è affatto un titolo sparato, per impressionare; anzi, è un titolo riduttivo rispetto alla realtà, che avvicina la cifra autentica all’80 per cento. E questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, più di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano “normali” anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti difficoltà, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di loro che non è analfabeta, e però sono “diversi”.
    Qual é questa loro diversità? Che sono incapaci di ricostruire ciò che hanno appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer. Sono incapaci! La (relativa) complessità della realtà gli sfugge, colgono soltanto barlumi, segni netti ma semplici, lampi di parole e di significati privi tuttavia di organizzazione logica, razionale, riflessiva. Non sono certamente analfabeti “strumentali”, bene o male sanno leggere anch’essi e – più o meno – sanno tuttora far di conto (comunque c’è un 5 per cento della popolazione italiana che ancora oggi è analfabeta strutturale, “incapace di decifrare qualsivoglia lettera o cifra”); ma essi sono analfabeti “funzionali”, si trovano cioè in un’area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura o nell’ascolto di un testo di media difficoltà. Hanno perduto la funzione del comprendere, e spesso – quasi sempre – non se ne rendono nemmeno conto.
    Quando si dice che quella di oggi non è più la civiltà della ragione ma la civiltà della emozione, si dice anche di questo. E quando Bauman (morto ieri, grazie a lui per ciò che ci ha dato) diceva che, indipendentemente da qualsiasi nostro comportamento, ogni cosa é intessuta in un discorso, anche l’”analfabetismo” sta nel “discorso”. Cioè disegna un profilo di società nella quale la competenza minima per individuare una capacità di articolazione del proprio ruolo di “cittadino” – di soggetto consapevole del proprio ruolo sociale, disponibile a usare questo ruolo nel pieno controllo della interrelazione con ogni atto pubblico e privato – questa competenza appartiene soltanto al 20 per cento dei nostri connazionali.
    E’ sconcertante, e facciamo fatica ad accettarlo. Ma gli strumenti scientifici di cui la linguistica si serve per analizzare il rapporto tra “messaggio” e “comprensione” hanno una evidenza drammatica.
    Non é un problema soltanto italiano. L’evoluzione delle tecnologie elettroniche e la sostituzione del messaggio letterale con quello iconico stanno modificando un po’ dovunque il livello di comprensione; ma se le percentuali attribuibili ad altre societá (anche Francia, Germania, Inghilterra, o anche gli Usa, che non sono affatto il modello metropolitano del nostro immaginario ma piuttosto un’ampia America profonda, incolta, ignorante, estremamente provinciale) se anche quelle societá denunciano incoerenze e ritardi, mai si avvicinano a queste angosciose latitudini, che appartengono soltanto all’Italia, e alla Spagna.

    Il “discorso” è complesso, e ha radici profonde, sociali e politiche. Se prendiamo in mano i numeri, con il loro peso che non ammette ambiguità e approssimazioni, dobbiamo ricordare che nel nostro paese circa il 25% della popolazione non ha alcun titolo di studio o ha, al massimo, la licenza della scuola elementare. Non é che la scuola renda intelligenti, e però fornisce strumenti sempre più raffinati – quanto più avanti si vada nello studio – per realizzare pienamente le proprie qualità individuali. Vi sono anche laureati e diplomati che sono autentiche bestie, e però è molto più probabile trovare “bestie” tra coloro che laurea e diploma non sanno nemmeno che cosa siano. (La percentuale dei laureati in Italia, poi, é poco più della metà dei paesi più sviluppati.)
    Diceva Tullio De Mauro, il più noto linguista italiano, ministro anche della Pubblica Istruzione (incarico che siamo capaci di assegnare perfino a chi non ha né laurea né diploma – e questo dato rientra sempre nel “discorso”), che più del 50 per cento degli italiani si informa (o non si informa), vota (o non vota), lavora (o non lavora), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di analisi, quindi, che non solo sfugge le complessità, ma che anche davanti a un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale) é capace di una comprensione appena basilare.
    Un dato impressionante ce l’ha fatto conoscere ieri l’Istat: il 18,6 per cento degli italiani – cioè quasi uno su 5 – lo scorso anno non ha mai aperto un libro o un giornale, non é mai andato al cinema o al teatro o a un concerto, e neppure allo stadio, o a ballare. Ha vissuto prevalentemente per la televisione come strumento informativo fondamentale, e non é azzardato credere – visti i dati di riferimento della scolarizzazione – che la sua comprensione della realtà lo piazzi a pieno titolo in quel 80 per cento di analfabeti funzionali (che riguarda comunque un universo sociale drammaticamente molto più ampio di questa pur amara marginalità). E da qui, poi, il livello e il grado della partecipazione alla vita della società, le scelte e gli stili di vita, il voto elettorale, la reazione solo di pancia – mai riflessiva – ai messaggi dove la realtà si copre spesso con la passione, l’informazione e la sua contaminazione con la pubblicità e tant’altro che ben si comprende. E’ il “discorso”.
    Il “discorso” ha al centro la scuola, il sistema educativo del paese, le scelte e gli investimenti per la costruzione di un modello funzionale che superi il ritardo con cui dobbiamo misurarci in un mondo sempre più aperto e sempre più competitivo. Se noi destiniamo alla ricerca la metà di un paese come la Bulgaria, evidentemente c’è un “discorso” da riconsiderare.

  3. md Says:

    grazie Sergio, sia per l’apprezzamento che per la condivisione dell’articolo.
    Se con l’avvento della scuola di massa ci fu un tempo la speranza (e la possibilità) di allargare la platea di partecipazione e di crescita cognitiva – cos’altro era la rivoluzione se non questo? – è sotto gli occhi di tutti un grave arretramento. Con un ancora più grave paradosso: crescita della complessità del mondo (sociale, simbolico, soprattutto tecnoscientifico) e caduta parallela della capacità di decifrarlo.
    Diventeremo un popolo di cliccatori compulsivi che sapranno solo mettere dei like su immagini ed emotikon…

  4. sergio Says:

    Caro Md,
    Tu dici giustamente: “Diventeremo un popolo di cliccatori compulsivi che sapranno solo mettere dei like su immagini ed emotikon…”
    Ma questo vuol dire anche che la dimensione nichilista, dietro la maschera dell’umano in fieri (dialettica hegeliana), ha occupato tutto lo spazio dell’idealismo progressista, restituendoci un mondo totalmente insensato, degradato e alla bancarotta.
    L’attuale realtà antropologica, a livello planetario, si mostra totalmente inemendabile.
    Cosa resta al pensiero filosofico?
    Forse riconoscere che l’Essere (Φύσις) che fa si che gli enti si manifestino, fioriscano (compreso l’uomo), è esso stesso pura volontà di potenza, senza scopo ed eticità. Fattualità abissale.
    Riporto: “In La nascita della tragedia di Nietzsche, Sileno è individuato come portatore della saggezza dionisiaca, ovvero del senso tragico dell’esistenza, celato dai greci stessi attraverso l’apollineo (traduco: l’idealismo). Egli cita l’incontro di re Mida con Sileno:
    « L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.’ ».
    Ovviamente per noi è più “dolce” pensare come Orazio :“ Carpe diem, quam minimum credula postero ” Se l’orizzonte si chiude davanti a noi, solo il passato ci può sollevare dalla nostra condizione di mortali alla deriva.
    Un fraterno saluto.

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