Il nocciolo di quanto abbiamo da dire

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(Ho quasi paura di quello che sto per scrivere. Ma sento che Auschwitz – e altri con me lo sentono – è di nuovo alle porte. È accaduto e sta accadendo di nuovo)

***

Nicht sein kann, was nicht sein darf

Il problema della shoah è la sua irrappresentabilità.
Già lo aveva scritto Primo Levi a chiare lettere ne I sommersi e i salvati, quando sosteneva come fosse pressoché impossibile testimoniare, perché i testimoni integrali – i “mussulmani” del campo, i non-morti, i definitivamente “sommersi”, gli “uomini stremati”, coloro che hanno visto la Gorgone – rimangono irrimediabilmente muti. I superstiti parlano in loro vece, ma per delega. Ed oggi che i superstiti vanno scomparendo, chi parlerà in vece dei supplenti? Le voci si fanno sempre più esili, fantasmatiche, la memoria s’assottiglia, l’ignoranza di ciò che fu dilaga.
Ciò nonostante la pubblicistica sull’argomento – memoriale o di “fiction” che sia – brulica ogni anno di nuovi titoli, in verità non sempre sinceri o degni di attenzione, con qualche fondato sospetto (commerciale) di voler pescare nel torbido. E non so se ciò sia meno peggio di certe inqualificabili operazioni negazioniste.
Nel frattempo qualche cineasta coraggioso prova, ancora, ad affacciarsi in punta di piedi là dove è quasi impossibile immaginare quel che è stato, ovvero sulle soglie percettive dei campi di sterminio. Lo ha fatto ad esempio, di recente, il regista ungherese Làszlò Nemes, con il film Il figlio di Saul. Un’opera, com’è giusto che sia, ai limiti della tollerabilità visiva, terribile, atroce, che forza lo spettatore a guardare da un punto di vista ancor più estremo, visto che il protagonista è un appartenente al Sonderkommando, ovvero quel “corpo speciale” su cui Levi, giustamente, sospende il giudizio. Ebrei-becchini (i “corvi neri” del campo) facenti parte di quella “zona grigia” – la manovalanza dell’orrore – che costituisce per certi aspetti la definitiva vittoria delle SS e del nazismo nel processo di sistematica disumanizzazione (peraltro annunciata fin dal Mein Kampf): “aver concepito ed organizzato le Squadre – scrive Levi – è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo”, un “abisso di malvagità” nel quale il carnefice ha voluto far sprofondare insieme a sé anche le vittime.
(Rammento, a tal proposito, la surreale partita di calcio avvenuta a Birkenau fra SS e SK raccontata dal “medico-corvo” Nyiszli, uno dei pochissimi Sonderkommando sopravvissuti che ha testimoniato: qui l’irrappresentabilità dell’assurdo raggiunge confini mai raggiunti prima).
Ho trovato giusta e necessaria la visione impossibile di Nemes – che ci mostra quasi soltanto il protagonista, Saul, spesso di schiena, con quella terribile croce rossa sulla giacca, mentre tutto attorno i corpi delle vittime sono sfuocati e in perenne disfacimento (apocalisse annunciata dai fotogrammi con cui si apre il film). L’orrore del campo ha un solo suono, un’unica colonna sonora – quella delle voci straziate e del lavoro quotidiano di “smaltimento dei rifiuti umani”, dove ogni corpo è solo uno Stück, un pezzo (il lager è innanzitutto una fabbrica, una catena di montaggio, un macello ben organizzato): nulla è concesso al piacere estetico della visione o della percezione, perché sarebbe immorale ed insopportabile se lo fosse.
Di nuovo: l’unico modo per rappresentare Auschwitz è rappresentarne l’impossibilità estetica, oltre che etica.
Il film è così totalmente in linea con l’antropologia (negativa) di Primo Levi: e ciò è rinvenibile anche nell’unico motivo della trama all’interno dell’insensatezza in cui tutte le trame sprofondano – ovvero nell’ossessione del protagonista per il cadavere di un ragazzo (il “figlio”) cui cerca di dare a tutti i costi sepoltura. Si ritrova qui l’unica possibilità di riscatto data nel campo, l’unico gesto possibile di pietà: riumanizzare la morte (siamo a questo!), tornare a dividere i vivi dai morti (e dai morenti o non morti) – forse l’unica uscita di sicurezza possibile dalla scena di insensatezza nella quale il mondo si è ridotto. Ed è anche l’unico modo per tornare a distinguere nettamente le vittime dai carnefici e, soprattutto, per rimettere – oggi – il dito sulla purulenta piaga: oggi, poiché tutti quei dispositivi da cui sorgono le varie disumanizzazioni (e produzioni di alterità mortifera) sono ancora attivi, tutti senza eccezione, nessun dispositivo di morte del campo di sterminio è stato disinnescato per sempre. Ecco perché è ancora e più che mai urgente denunciare che non solo è stato e può essere ancora, ma che sta per essere ancora. È ancora. È non solo incombente ma imminente.
I muri e il filo spinato ovunque risorgenti, i fondamentalismi guerrafondai trans-civili (o meglio, in-civili), le paure e le ossessioni identitarie che tornano a soffiare con forza in molti luoghi del pianeta, il crescente e diffuso desiderio di “uomini forti al potere” – tutto ciò ci dice che i nuovi campi – le nuove Auschwitz – sono già stati abbondantemente seminati e che le prossime industrie della morte e dell’annichilimento stanno per sorgere.
“È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.

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