L’utopia visionaria degli eptopodi

heptapodb

Come già mi era successo con Interstellar di Nolan, anche con Arrival di Villeneuve ho provato la sensazione fortissima di venire integralmente assorbito in una visione altra (aliena in senso lato) del mondo, e di trovarmi poi a fluttuare a lungo con la mente (e persino con il corpo) entro questa dimensione sospesa e rarefatta, come se il pianeta mi stesse stretto e fosse ormai così asfittico da dovermi apprestare a lasciarlo. Per poter proseguire così il viaggio della visione in un più articolato viaggio cosmico ed esistenziale.
La potenza visionaria di questo genere di film e di storie – che sfidano addirittura i massimi sistemi fisici, filosofici, etici, estetici e semiotici, e che alzano sempre più il livello insieme emotivo ed intellettuale – non si limita più a scaraventarci addosso domande da far tremare i polsi (che cos’è il tempo? che cos’è l’alterità? che cos’è umano? siamo liberi o predeterminati? siamo tutt’uno col cosmo? esistono limiti nella nostra capacità percettiva? e via ontologizzando), ma va oltre: ci scava la terra sotto i piedi, ci pone in una situazione straniante-perturbante, perché non sono più la mente o la coscienza ad esserne avvinte o affascinate, ma la radice stessa della nostra esistenza, quel tutt’uno passionale e razionale (ed altro ancora) che noi siamo, o che crediamo di essere, o che ci raccontiamo di essere.
Vi è uno sradicamento minore ed uno maggiore in tutto ciò: non siamo per nulla soddisfatti del quotidiano (precarietà, infelicità, paura e angoscia diffusa, fragilità, incertezza – nonostante gli indubbi progressi tecnologici e quantitativi, che sono tra l’altro le medesime radici che generano fantascienza, tecnoincubi e distopie, al momento il genere letterario più diffuso, dopo il ciclo fantasy); ma non lo siamo nemmeno sul fronte della storia, che non sappiamo più come modificare o far virare al meglio, essendo sempre più capillarmente convinti che nulla possiamo di fronte a processi ineluttabili che ci sovrastano: Marx è morto nella nostra mentalità, più ancora che nell’arena storica.
E allora perché non gettarci anima e corpo in potenti evasioni immaginifiche? – il cui ruolo pare peraltro essere quel che un tempo ricoprivano i sogni (ad occhi aperti) e le utopie (in campo politico).
La fantascienza esistenziale risponde a tali bisogni sia in termini di forma che di sostanza: corrisponde ad un bisogno estetico (il terrore sublime dell’ignoto), ma anche ad un bisogno etico-politico, che però non sembra avere più esiti pratici convincenti. Prendiamo Arrival: il tema della comunicazione con altre forme di vita (e con l’alterità) è la questione delle questioni, senza la cui risoluzione la specie umana non andrà da nessuna parte. Di più: la scelta di far nascere qualcuno in un mondo che immaginiamo in disfacimento – senza così cospirare contro la razza umana, contribuendo alla sua estinzione (come auspica il pessimismo à la Ligotti) – è un atto insieme libero e folle. Perché Hannah dovrà nascere se è destinata alla malattia e alla morte? La risposta sta in un salto ontologico, in grado di generare una mentalità totalmente aliena alla nostra: perché la morte (e il tempo) non esistono, sono pure illusioni prodotte da un irriducibile narcisismo individuale destinato ad accelerare la nostra estinzione. Ma questo sì che richiederebbe un cambio radicale di paradigma: occorrerebbe lasciare questo pianeta – questa valle di lacrime – attraversare il meraviglioso cerchio della conoscenza aliena ed affidarci alla saggezza di un altro pianeta, quello abitato dagli eptopodi, per i quali ogni nostro atto è pura immanenza, processo e necessità.
Un dono (non un’arma) che non abbiamo nessuna intenzione di accettare, se non in qualcuno dei nostri più reconditi sogni.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

3 pensieri riguardo “L’utopia visionaria degli eptopodi”

  1. Ciao Mario, premetto che il film è meraviglioso, intendendo con questo che nel suo genere supera qualsiasi altro film. Riuscendo ad essere spettacolare senza tirare in campo le solite menate del tipo “la minaccia che viene da fuori” per cui i nostri eroi americani sono come sempre costretti a combattere per difendere la libertà e la democrazia dell’universo intero. Un film importante dunque.

    Devo dire però che dopo averlo rivisto al cinema, ho apprezzato meno il risvoltino antiabortista.

    ATTENZIONE SPOILER
    La protagonista chiede al co-protagonista “se potessi cambiare qualcosa della tua vita cosa cambieresti?” E lui “nulla, forse amerei solo più intensamente”. Da qui in poi lei comincia ad amarlo e si sente legittimata a concepire con lui una figlia che sa dovrà morire di una malattia atroce ed incurabile (soffrendo e facendo soffrire i genitori).
    Domanda: Ma perché?
    Perché il tempo e lo spazio sono una cosa sola e blah blah blah
    ma non diciamo menate per favore, se a qualcosa dovesse servire il progresso sia sociale che tecnologico, eliminare sofferenze fisiche di quella entità, è una delle prime cose che mi verrebbe in mente.
    Alla fine del film lei risulta la vera eroina in quanto oltre ad avere salvato il mondo e decifrato un linguaggio alieno che ci permetterà di vedere il futuro…sceglie anche di concepire una figlia che morirà malamente!!!

    Come diceva Bene Carmelo: “Qui c’è puzza di Dio”.

  2. Beh certo, però sta anche qui la forza del film: il dono è un’arma a doppio taglio, e non è detto che venga utilizzato in maniera razionale (ammesso poi che “razionale” sia un solo modo dell’agire). Il libero arbitrio – sempre che non sia illusorio – è contaminato di irrazionalità, casualità, emotività. E poi ci vedo dell’altro: la segreta speranza, ineliminabile dalla conoscenza, che il determinismo non sia infallibile. Insomma, credo rimanga un grande margine di incertezza – e che il regista e l’autore del racconto ce lo abbiano voluto comunicare.

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