Parlar di filosofia mangiucchiando ceci

ceci

“Bisogna parlare di tali cose nella stagione d’inverno
vicino al fuoco, distesi sopra un molle divano
sazi di cibo, con un dolce vino da bere e mangiucchiando ceci”
– questa l’allettante immagine consegnataci da Senofane, il girovago cantore della Magna Grecia, in uno dei suoi frammenti, a proposito di una delle modalità possibili del filosofare.
Meglio, insomma, mettersi comodi e darsi tempo, visto che di cose molto importanti si tratta – nientemeno che di far fuori una mentalità millenaria e di fondarne una moderna (Carlo Sini ha detto a tal proposito che il moderno umanesimo trova la sua antica fondazione proprio in questo strano e poco considerato pensatore presocratico).
Ho riletto di recente i frammenti di Senofane, e me ne sono fatto un’immagine diversa che nel passato, un po’ più incerta e sfumata, ma molto più intrigante per la sfida che pare abbia lanciato: non v’è dubbio che il punto di partenza sia la critica all’antropomorfismo, una critica irridente e corrosiva, tesa a mettere alla berlina persino i grandi padri della grecità, Omero ed Esiodo, rei a suo dire di avere a loro volta amplificato quell’insopportabile propensione a rappresentare e mettere sulla scena gli dèi a nostra immagine e somiglianza – soprattutto esaltandone i vizi, anziché le virtù.
E allora ecco Senofane presentare una tesi apparentemente relativistica: ciascun popolo si crea divinità a sua immagine e somiglianza – gli dèi etiopi neri e col naso schiacciato, quelli dei Traci biondi e con gli occhi celesti. Ma va oltre, fino a spingersi ad un sarcastico zoomorfismo: se buoi, cavalli e leoni avessero mani e sapessero dipingere, non v’è alcun dubbio su come essi rappresenterebbero le rispettive divinità.
Ma il relativismo finisce qui, perché Senofane, in realtà, cerca un tutt’uno, una sorta di unità esplicativa astratta, “un unico sommo dio ai mortali simile in nulla, né figura o pensiero” – e allora, se si esclude (come pare di dover fare) che non siamo in presenza di un’istanza monoteistica, non resta che una strada: quella che “tutto intero vede, tutto intero pensa, tutto intero ascolta”. Alcuni avrebbero equivocato un’assonanza parmenidea di questi pensieri (ma non ci sono prove né di una discendenza né di un’ascendenza).
Quel che credo si possa ricavare in maniera abbastanza certa è che Senofane crea una cesura ulteriore col mythos (ed anche con l’atteggiamento aristocratico e sacerdotale di certi pensatori) introducendo una grande novità: l’opinabilità e lo scetticismo riguardo a tutte le credenze prestabilite (Sesto Empirico ne farà infatti un suo antesignano, non sappiamo però se a ragione), e il mettersi sulla strada della ricerca razionale della verità.
Sembra dunque porsi in uno spazio intermedio – e mobile – tra la teologia tradizionale e la teologia razionale di stampo eleatico.
Cioè: se è vero che il “dio” logico e panteistico di cui Senofane pare alla ricerca “agita tutte le cose con l’intimo del suo pensiero” e “saldo rimane nel medesimo stato, in nulla mosso, né gli si addice trascorrere nello spazio e nel tempo” (ed effettivamente appaiono qui degli echi parmenidei, a proposito del “cuore non tremante della verità”), d’altro canto Senofane si pone soggettivamente quale viandante alla ricerca della verità, e non come colui che ne ha afferrato il senso logico profondo. Magnifico e decisivo, a tal proposito, il frammento 16 (secondo l’edizione dei frammenti tradotti da Trabattoni, per l’edizione Marcos y Marcos, che sto qui utilizzando):

Non mostrarono certo gli dèi ai mortali tutte le cose
fin dall’inizio, ma essi scoprono il meglio
con una ricerca che dura nel tempo

– che ci dice molto chiaramente che il filosofo, o meglio gli umani di cui vorrebbe rappresentare la condizione generale più profonda, deve disporsi ad una ricerca di lungo corso, se vogliono ricavarne cose buone (il “meglio” parrebbe persino alludere ad una anacronistica idea di progresso).
Destino del filosofo è dunque girovagare (che è poi quello che Senofane fece davvero, in lungo e in largo, con la sua attività di rapsodo per tutta la vita, dopo aver lasciato Colofone): “sono trascorsi ormai sessantasette anni da che il mio pensiero si agita per tutta la terra di Grecia”.
Ma si tratta di un’attività costante e faticosa, ai limiti dell’impossibilità (Senofane sa bene come siano duri a morire i pregiudizi e le false credenze): “la chiarezza non vide mai nessun uomo”, e se pure egli dovesse, con la sua infinita facoltà di linguaggio “compiere con la parola quanto possibile”, dunque dire tutte le cose, compreso il vero, difficilmente si accorgerebbe di averlo detto – che è come dire che si può camminare per tutte le strade della vita e, se pure si fosse incontrata la verità in un certo sentiero, non è detto che si sia in grado di riconoscerla, né tanto meno di ritrovarne le tracce: e del resto quali dèi o cantori ci possono in tal senso assicurare?
Oltretutto non pare nemmeno così remunerativo questo lavoro di ricerca (né in termini materiali né tanto meno spirituali), visto che gli umani preferiscono distribuire la stima con ben poco criterio, preferendo i forti (gli atleti) ai sapienti – i giocatori di calcio agli scienziati, verrebbe oggi da dire. Ma, assicura Senofane con grande acume e preveggenza “di sicuro non sono queste le cose che ingrassano i granai dello stato”.

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