SON DIECI ANNI! (Il blog ragazzino – di un io in declino – stretti tra il forse e il magari)

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“…in lui una sola attitudine certissima:
consumare [ogni cosa] e odiare qualsiasi cosa gli impedisca
uno smodato consumo di qualche cosa”
[A.M. Ortese]

Dieci anni sono passati, giusto oggi, dal primo articolo pubblicato su questo mio diario filosofico un po’ anomalo. Fin dall’inizio ho rilevato la stranezza del filosofare in rete: venendo dal secolo della carta, dal mondo dei libri, degli appunti presi a mano, della lenta fatica del pensiero – ho subito avvertito la contraddizione di riversare in un ambito così liquido, anzi aereo, tentativi di riflessione che tradizionalmente si servivano di altri canali comunicativi, e di consolidati linguaggi millenari.
Oggi mi fa un po’ sorridere questa considerazione, alla luce di quel che è avvenuto nel decennio trascorso con l’avvento dei social media, e a conti fatti quel che un tempo mi pareva uno strumento fin troppo veloce e “consumistico” (sia nei ritmi di pubblicazione che in quelli della discussione), mi appare oggi un angolo tranquillo e quasi paradisiaco. I guastatori e i narcisisti si sono nel frattempo spostati armi e bagagli su facebook, liberando così i blog da quell’insopportabile ansia di protagonismo, che se ne ha ridimensionato la portata webepocale ha anche restituito loro un ritmo più pacato e una dimensione più intima, che non mi dispiace affatto.
Vero è che la pretesa di questo “sedicente” blog filosofico era un po’ alta fin dall’inizio: letture, scritture, critiche, prassi politico-filosofica, riflessioni (bio)epocali su un mondo in disfacimento (quello del Novecento, un secolo fin troppo lungo che non sembrava voler finire) in attesa di un mondo di cui ancora non si avvertivano contorni, senso e definizioni. Un po’ come avviene, secondo l’immagine hegeliana,  quando lo spirito sta partorendo qualcosa di nuovo e “lo sgretolamento che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici”, mentre ancora non si intravvede nulla dietro il lento sbocconcellarsi del vecchio ordine.
E così, quel che dieci anni fa appariva urgente – ridefinire un ambito teorico alto e complessivo che non fosse solo contemplazione narcisistica del mondo (e del proprio ombelico), ma rilancio di una prassi pensante di trasformazione sociale ed antropologica – oggi è urgentissimo e però tanto arduo da apparire quasi inane.
Il blog è un ragazzino, ma io ho dieci anni di più, e mi avvio al declino della vecchiaia (dello spirito prima che del corpo); ma anche il pianeta non è che se la passi molto bene: le prospettive ecosofiche non sono per nulla rosee, le ingiustizie sono, se possibile, aumentate, il ritorno di nazionalismi, razzismi e nuove forme di fascismo, non lasciano ben sperare (che poi, a sentir Spinoza, essendo la speranza una “gioia incostante”, finisce per essere fin troppo simile al timore, tristezza a sua volta incostante).
Il pòlemos di Eraclito – ma non il conflitto progressivo, bensì la guerra distruttiva – torna ad essere il padre-padrone di tutte le cose. Ma forse è proprio questa mia decadenza incipiente a farmi veder grigio su grigio là dove magari c’è della verditudine che non so più riconoscere.
Di certo c’è che dopo questo decennio di riflessione filosofica a tutto campo (su un possibile neocomunismo – libertario e destatalizzato -, sulla bioepoca e sull’etica, su Spinoza, sull’alterità e la diversità, sull’immaginario collettivo, sul narcisismo imperante, sulla guerra, sulle nuove frontiere della metafisica), la mia “coscienza filosofica” corre il rischio di vedere amplificati i suoi aspetti stranianti-perturbanti (giusto il titolo di un progetto teatrale e di scrittura su cui sto lavorando), mettendo in secondo piano le energie utopiche di un tempo. Nerezza, distopie e disastri storico-naturali all’orizzonte – e nemmeno uno straccio di rivoluzione, giusto poi nell’anno in cui si celebra il centenario di quella che s’annunciava decisiva per le sorti del ‘900.
Un pessimismo che non posso permettermi, se non altro per non darla vinta ai disseminatori di morte e di nichilismo. Ma da qui occorre sempre ripartire – dalla coscienza che brucia, dalla ferita della conoscenza (chi ignora non soffre forse di meno?), da questa strana natura negatrice di se stessa che della negazione ha fatto il motore dialettico della vita e della storia: una discesa nel maelstrom del pessimismo cosmico per poi, forse, risalire tramite un ostentato ottimismo della volontà. A conti fatti due maschere che mettiamo e togliamo – ma sotto, che cosa rimane?

Il pianeta. Già, il pianeta! Uno su sette miliardi e quattrocento milioni – cosa conta un miserrimo io di fronte a tali moltitudini; e cosa contano queste di fronte al cosmo gelido e indifferente? Esiste un io? Ha ancora senso parlarne? E il cosmopolitismo che s’annunciava che fine ha fatto?
Entro il 2017 ben 5 miliardi di umani saranno connessi tramite un dispositivo mobile (per lo più smartphone: la metafisica dello smartphone si conferma uno degli orizzonti del nostro tempo); 8 miliardi di apparecchi sono collegati già alla rete (più degli umani!). Indonesia, Cina e India – le zone più popolose – sono quelle che crescono di più in quantità connettive (ma l’Occidente la fa da padrone in termini di intensità e qualità connettiva). La crescita maggiore sarà però quella degli oggetti connessi alla rete – una Internet delle cose crescente e piuttosto impressionante.
Insomma tutto si muove, dopo la mercificazione globale, verso la tecnicizzazione ed interconnessione totalizzanti: un potentissimo general intellect fatto di tante marionette comunicanti che si illudono di contare qualcosa, e che può generare due scenari: un devastante pensiero unico, ancora più unico e monolitico del presente; oppure un improbabile fiorire di possibilità rivoluzionarie.
Però. Detto questo.
Non è forse giunto il tempo di deporre le ansie titaniche, di moderare i desideri (quelli più terribili che ci fanno simili all’orcio platonico bucato, in guisa di deliranti tossici) e di fare pace con noi stessi e la natura?
Possiamo, per una volta, immaginare di avanzare in libertà moltitudinaria ed interconnessione di anime e corpi (un sentire comune in cui le cose arretrino) e destituire di significato la (folle) produzione e consumo di cose, suolo, natura, vegetazione, animali, umani?
Tra dieci anni, forse e se ancora ci sarò, magari ne riparleremo. Mentre tra quel forse e quel magari si consuma la filosofia della nostra epoca.

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14 Risposte to “SON DIECI ANNI! (Il blog ragazzino – di un io in declino – stretti tra il forse e il magari)”

  1. isidoromartinelli Says:

    Auguri per il decennale del tuo blog.
    Isidoro

  2. md Says:

    Grazie!!!

  3. rozmilla Says:

    ciao Mario. Scusa se riprendo dopo qualche giorno, in questo spazio, la discussione della scorsa settimana.
    Ricordi, quella faccenda della vita in sé? Magari è solo un modo di dire, però, ripensandoci, non sono sicura sia opportuno domandarsi se la vita sia un bene o un male “in sé”.
    È quel “in sé” che trovo ridondante o superfluo. Cosa vuol dire quel “in sé”? Che senso ha?
    Secondo me, la vita può essere (e basta che sia) un bene o (eventualmente) un male “per noi” (in senso collettivo) o “per me” (in senso personale).
    Infatti, se eravamo d’accordo che la vita “in sé” può essere sia bene che male – ossia sembra un giudizio che resta tranquillamente nell’indifferenziato, come il punto di vista di dio – per noi (come per me) non può essere l’una e l’altra cosa insieme. O decido/decidiamo che sia un bene, o decido/decidiamo che sia un male. È questa la scelta da fare, che possiamo fare.
    In genere non arriviamo nemmeno a deciderlo, perché è istintivo sentire che la vita è un bene, per me, per noi, e non viceversa – anche se a volte la vita fa male. Certamente, può fare molto male, al punto che ti uccide, ti fa morire. Ed è un fatto che il massimo del male che si può sopportare, non può che farci morire.
    Però, se “per me” la vita è un bene, se sento che la vita è un bene, allora sono portata a credere che sia un bene anche la vita altrui. Se invece credo che la vita sia un male, allora ne consegue che penserò sia un male anche quella altrui, o persino la vita “in sé”. Quindi mi accorgo che sostenere che sia un male porterebbe ad invalidare, in pratica, la necessità (ad esempio) di salvare vite umane, o di prendersi cura. Perciò, come si può sostenere (collettivamente) che la vita sia un male? È praticamente impossibile. Che la vita possa far male, includere o procurare del male, è un dato di fatto. Ma se avvenisse un’inversione di tendenza, collettiva, allora saremmo esonerati e giustificati a non proteggere la vita, bensì a promuovere, o persino procurare la morte. Questa è una forma di nichilismo. Ne convieni? (“Noi non abbiamo principi, non crediamo in nulla, non facciamo nulla: noi distruggiamo e distruggiamo perché siamo una forza”, dice Bazarov, il protagonista del romanzo di Turgenev, “Padri e figli”, 1862). E a me non pare che il nichilismo sia stato del tutto innocuo. Sull’altro lato della galleria degli orrori metterei l’avidità, ossia il “volere il bene solo per me”, e contro gli altri. Come se il bene fosse l’oggetto della contesa. Come se per ottenere “più bene” per me (o per noi) fossimo costretti a consegnare il male a qualcun altro. Cosa che succede, ovviamente. Ma se accade non significa però che sia giusto, o che non si possa fare diversamente. Se accade è perché non sappiamo ancora evitarlo, fare in modo che non accada.
    Inoltre è evidente che, data la tragicità dell’esistenza, nelle nostre azioni siamo sempre in bilico fra bene e male; e non sappiamo sempre con certezza se le nostre azioni provocheranno produrranno bene o male; che, anzi, gli effetti collaterali a volte riescono a superare di gran lunga il male che si voleva curare, od evitare. Vita difficile… felicità a momenti…
    Ma, se già le cose non sono affatto rosee dacché pensiamo che la vita sia un bene, figuriamoci le conseguenze se partissimo dal presupposto che la vita è un male in sé.
    Io direi che potremmo abbandonare quest’idea, almeno a livello teorico. È una contraddizione in termini.
    Ovviamente ciò non significa che in certi casi la vita, in certe condizioni psicofisiche e/o materiali, possa diventare così difficile e dolorosa da farmi desiderare la cessazione.
    Ma è anche vero che a volte amplifichiamo il male, e costruiamo il male: nel senso che a volte può capitare che il male sia più una costruzione mentale che un fatto reale. Voglio dire che, ad esempio, nelle nostre costruzioni mentali, riusciamo a vedere il male anche dove non c’è, e lo ingigantiamo o lo proiettiamo, eccetera. O perdiamo il senso della “realtà”, della misura e delle proporzioni.
    Obiezione: anche una costruzione mentale, ossia il modo in cui interpreto le cose, è un fatto reale. Certo, però potrebbe essere un’interpretazione fallace, soprattutto poco adeguata alla conservazione della vita stessa.
    C’è un qualche motivo per cui noi tutti preferiremmo andare a Megara piuttosto che buttarci in un pozzo? Era l’obiezione di Aristotele agli scettici radicali che sostenevano che niente è vero. Ma è chiaro che se non ci buttiamo nel pozzo è perché sappiamo benissimo che “è vero” che è meglio non buttarsi nel pozzo.

  4. md Says:

    Mi sento di dire semplicemente questo:
    che da verificare (ed eventualmente smontare) è proprio il costrutto di partenza, ovvero che “la vita è comunque un bene”, o meglio che è sempre meglio esserci che non esserci, e che questa sia di per sé (dunque “in sé”) una buona cosa. La vita, la natura, l’essere, ecc. – al netto del fatto che sono categorie nostre – sono per lo più indifferenti. Sono lì e non sappiamo bene perché siano lì, a che scopo e quale recondito significato nascondano.
    Si impegna diffusamente in tale opera decostruttiva, ai limiti del cinismo e dell’intollerabilità, Thomas Ligotti nella Cospirazione contro la razza umana, che riprende tesi di pessimisti poco noti (come Zapffe) o più celebri, come Schopenhauer.
    La tesi di fondo (peraltro non nuova) è che sia tutta colpa della “coscienza”, questa orribile escrescenza umana fonte di tutta l’infelicità: la “coscienza” è esattamente il dato anti-naturale (la negazione della natura) che ci porterà dritti verso l’estinzione (metterei nella coscienza desiderio e narcisismo come pulsioni autodistruttive massime).
    Dunque la colpa non è della vita (o lo è indirettamente), bensì di quella produzione imprevista che siamo noi.
    A proposito del rapporto nichilismo-male (o meglio pessimismo-male) è poco dimostrabile, o per lo meno pessimisti e nichilisti non fanno il “male” più di quanto lo facciano gli ottimisti a tutti i costi (che, comunque, essendo la stragrande maggioranza sono di default i più massicci edificatori del male in termini storici e pratici – e del resto il male è banale, no?).
    La possibilità che viene accampata è quella dell’estinzione per non propagazione: in sostanza, asteniamoci dal far figli e dall’espandere ulteriormente il cancro umano sul pianeta.
    (Che mi ricorda un po’ la tesi di un anti-specista americano radicale, che sostiene la necessità di eliminare tutti gli animali addomesticati/allevati tramite non-riproduzione, ma che nel frattempo occorrerà essere massimamente pietosi e anzi fraterni con tutti i superstiti – che, d’altra parte, sono i nostri ex-servi, produzioni di cui siamo responsabili).
    Personalmente non so cosa pensare delle tesi di Ligotti, un tempo lo avrei bollato lukacsianamente di “pessimismo al servizio (diretto o indiretto) del capitale” – tesi ormai difficilmente sostenibile; ma sono ancor meno convinto dalla maggioranza che sostiene (senza addurre ragioni) che “la vita è di per sé un bene” e che “esserci è sempre meglio che non esserci”. Probabilmente sono insensate entrambe le cose.
    Ecco, si potrebbe anche concludere che la vita non è né bene né male, è semmai assurda e grottesca. E che gli umani, per rendere tollerabile questa cosa assurda e grottesca (di cui hanno potenzialmente la più estesa coscienza) si sono inventati parecchi dispositivi, maschere, dipendenze, menzogne (tra cui dèi e religioni) e armi di distrazione di massa. Tutto pur di tenere lontano il male assoluto, ovvero la morte (o il non essere).

  5. md Says:

    (naturalmente annovero in questi dispositivi anche l’ascolto della Quarta di Mahler, che mi ha deliziato come non mai ieri pomeriggio; o il piccolo giardino di amicizie epicuree che vado coltivando da tempo – allontanando da me, per quanto possibile, il calice amaro dell’insensatezza – o il pozzo scettico)

  6. rozmilla Says:

    contesto fermamente l’“in sé”. Non ha senso per noi umani giudicare le cose “in sé”. Ribadisco: quello è un punto di vista al quale non abbiamo accesso. È un’usurpazione. È un punto di vista assoluto e dogmatico che non ci è dato: è una ulteriore costruzione della stessa “coscienza” che qualcuno sembra denigrare.
    È un ragionamento circolare: qualcuno disprezza la coscienza, e con la stessa coscienza decide che la vita è da disprezzare a causa della coscienza. Come se solo ciò che è “naturale” o natura fosse giusto buono o innocente. Balle.
    Quando in realtà non ci è possibile andare al di là di ciò che siamo. Animali con una coscienza un po’ sviluppata – ma forse non abbastanza. Soprattutto non abbastanza integrata.
    Che poi anche la coscienza è un elemento evolutivo, niente è completamente al di fuori dalla natura, nemmeno la coscienza.
    Diciamo che c’è coscienza e coscienza e modo e modo di usarla. Può essere anche un giardino di delizie. E a volte lo è.
    E poi parli di coscienza come fosse l’unico dato e slegato da tutto il resto. Non è così: prima di essere coscienza, siamo un corpo. E siamo un corpo vivo, finché siamo vivi, appunto. E nella stragrande maggioranza dei casi, non può esserci l’uno (il corpo) senza l’altra (la coscienza). E che solo insieme sono quella cosa che chiamiamo “vita”.
    E se forse ancora non lo sai, prima ancora della coscienza è il corpo che vuole vivere. Non dovrebbe, forse? Hai qualche dubbio in proposito?
    Anche gli animali superiori hanno, seppure in modo diverso, la coscienza di esistere. Come esiste il pensiero senza linguaggio, il linguaggio come lo conosciamo noi.
    Oh, sì. Se ti riferisci al fatto che il genere umano ha fatto un sacco di danni, capisco. Quindi, dal momento che ha provocato un sacco di danni, allora andrebbe annientato? Potremmo cominciare a non salvare più nessuno, a non curare più nessuno. Eliminare i vaccini, gli antibiotici, gli ospedali. Ti pare? Oppure dovremmo lasciarci morire d’inedia, và

  7. md Says:

    Veramente, se non lo sai, sono svariati anni che mi occupo proprio della scissione tra corpo e coscienza: è il proliferare della coscienza (e dell’immaginazione e del desiderio) al di là del corpo il problema della specie. E, sì, se la specie mette a repentaglio le altre specie, parteggio per l’autoestinzione. (Io ho fatto la mia parte non contribuendo alla riproduzione).

    Puoi contestare quanto vuoi l’in-sé, ma è proprio elemento imprescindibile della riflessione filosofica da 2500 anni a questa parte. Senza in sé, nisba filosofia.

  8. md Says:

    Ah, comunque qui nessuno ha detto che “natura=buono”, “coscienza=cattivo”. Anzi, son proprio da espungere le categorie etiche, qui. L’etica riguarda le relazioni intraumane (quando va bene di tutti gli umani, ma direi che va male sotto questa aspetto). Al di fuori c’è, appunto, l’in sé. Terreno (nebulosissimo) dell’ontologia. Se si parla di “coscienza”, “natura”, “essere”, è la coscienza che cerca di fuoriuscire da sé e di guardare le cose fuori-di-sé (che è come dire in sé). La sua potenza immaginativa glielo consente.

  9. md Says:

    Anzi, se proprio vogliamo attribuire categorie etiche alla natura (ma, ribadisco, è al momento inopportuno) cosa dovremmo pensare di quell’orribile sistema basato essenzialmente sull’eterotrofia? Avrebbe ragione Schopenhauer: la vita è semplicemente l’autofagocitazione della volontà (che afferma se stessa per interposto massacro di miliardi di individui in guerra tra di loro). Ecco, il mondo come “rappresentazione” – ovvero la coscienza, l’io, la ragione – sarebbe, grosso modo, la glassa tollerabile su una torta velenosissima.

    Certo che la coscienza è viziosa e paradossale: siamo coscienti dell’orrore così come siamo coscienti dei dispositivi per attenuarne l’impatto (e per illuderci che, nonostante l’orrore, la vita è bella: ecco, meglio forse utilizzare categorie estetiche, piuttosto che etiche).
    Ma, evidentemente, esistono diversi livelli di coscienza, diverse forme di sonno e di veglia.

  10. rozmilla Says:

    Lo so, lo so, che ti occupi da anni della scissione tra corpo e coscienza.
    Ma so anche che ti preme che, ad esempio, gli immigrati vengano accolti e salvati. Perciò trovo che ci sia una contraddizione palese con l’affermazione “parteggio per l’autoestinzione” della specie umana. Se così fosse, allora anche le guerre non sarebbero altro una buona occasione per auto-scremarsi un po’. Ed è una cosa che non si può sentire.
    Ma ammettiamo pure che possa essere lecito affermare di parteggiare per l’autoestinzione: è però un’affermazione che viene confutata dal dato empirico.
    Di solito, per verificare o confutare affermazioni come questa, bisogna provare a portare esempi pratici in condizioni estreme.
    Se, ad esempio, ci fosse un incendio, e intrappolati nel fuoco ci fossero una persona (magari molto antipatica) e un animale (forse un cucciolo di cane molto carino) e tu avessi la possibilità di salvare o uno o l’altro, non entrambi, chi salveresti? non credo avresti dubbi al proposito. O sbaglio?
    Capisco che è solo un caso particolare, però è significativo. Anche se in teoria pensassimo che l’essere umano per varie ragioni è “peggiore” di animali di altre specie, salveremmo un nostro simile. Anche se lo facciamo soltanto perché siamo geneticamente determinati a comportarci così.

    Quindi, l’interpretazione della filosofia, o dell’ontologia, come un fatto che non riguarda anche le relazioni intraumane, mi lascia perplessa.
    Soprattutto se parlo di “vita”, (come in questo caso) è una questione che riguarda certamente anche gli umani, e le relazioni tra umani e umani, e via via allargando il cerchio, tutti gli esseri viventi. E mi è oltremodo oscuro come si possa ancora, dopo 2500 anni, parlare di cosa in sé, tralasciando gli effetti pratici del nostro (che non è mai assolutamente in sé) elucubrare. Se la realtà “in sé” non è del tutto inaccessibile, se c’è corrispondenza (se tocca i nostri sensi, fornendo i materiali del nostro giudicare e ragionare) allora l’“in sé” è anche “per noi”. Se quell’“in sé” non fosse anche “per noi”, allora a che scopo interessarcene?
    Certo, la facoltà immaginativa permette di uscire da sé, ma soltanto per poi tornare in noi, (movimento riflessivo del pensiero che esce da sé ma per tornare in sé, non per restare là fuori).
    Il fine della filosofia non è la filosofia, e nemmeno l’in sé, o qualcosa di ideale che se ne sta là nell’iperuranio. Questo sì, sarebbe qualcosa di titanico e inaccessibile. Ma in pratica, quale utilità avrebbe?
    E quale fondamenta potrebbe avere un’etica, se galleggiasse come in una nebulosa asettica senza connessione con la vita reale?

    Sull’eterotrofia, benché tu sostenga che non sia opportuno attribuire categorie etiche alla natura (bene o male, buono o cattivo), sembrerebbe che la consideri (l’eterotrofia) una cosa cattiva, o non-buona. Rispetto a cose di questo tipo, ritengo che sia indifferente crederle buone o cattive, semplicemente perché non possiamo fare alcunché per cambiarle. Questi sì, sono dati di fatto, indipendenti da noi. Che anzi, fra tutti gli esseri viventi, è quasi solo l’uomo che può talvolta (raramente) modificare qualcosa del suo essere naturale, al riguardo. E proprio grazie alla coscienza, e alla volontà di autodeterminarsi. Tutti gli altri animali sono sovradeterminati da necessità naturali, anche se alcuni di loro provano sentimenti ed emozioni.

  11. md Says:

    Quest’ultima che dici è un po’ la vulgata che per lo più si dice e si crede (la natura ripetitiva, l’uomo che spezza la ripetitività e fonda la cultura-seconda natura, un po’ meno necessaria e un po’ più libera, il clinàmen, la possibilità di autodeterminarsi, ecc.: grosso modo il condensato di 2500 anni di filosofia, e per lo più ciò che in questi dieci anni di attività del blog ho commentato e in gran parte condiviso).
    Ma: “qui” siamo in trappola (i giochi per lo più son fatti, e la nostra parte nel gioco è meno che minima – sensazione inevitabilmente crescente con l’accumularsi degli anni). “In sé” è il gioco alternativo ed immaginifico di uscire dalla trappola per chiedersi se esserci va comunque bene, ed è meglio che non esserci.
    Non ho ancora la risposta. Ma non posso eludere la domanda, non sarei onesto con me stesso (sempre ammesso che il “me stesso” che prova ad uscire da “se stesso” non faccia parte diabolicamente della trappola – come uscire all’aperto e trovarsi al chiuso).

  12. rozmilla Says:

    Ma guarda, io non me lo chiedo proprio (se esserci va comunque bene, ed è meglio che non esserci) e non mi sembra una domanda da porsi, almeno non in condizioni sopportabili, “normali”. Ciò non significa che nel corso della mia vita non abbia avuto talvolta tale l’impulso. Soprattutto quando ero giovane, è capitato, perciò so cosa significa, quando si è molto sensibili e le ferite bruciano di più, e nel tunnel non si riesce proprio a trovare una via d’uscita. Ed è un fatto che quando si è giovani si è più impulsivi e più esposti al rischio. Ma soprattutto si è “soli”, e non si sa come o a chi chiedere aiuto. In Italia non esiste una cultura del sostegno psicologico, e quando c’è è una buffonata. Sempre che uno l’accetti, ovviamente, perché non tutti sono disposti ad ammettere di aver bisogno di aiuto, o riescono a concepirlo. Ma nell’essere soli, chiusi in se stessi, spesso non facciamo che confermare le nostre proprie tesi, e non troviamo strategie o risorse alternative. Hai sentito che anche oggi un ragazzo sedicenne si è gettato dalla finestra per una caccola di hashish che gli avrebbero trovato; e ieri, una ragazza si è lanciata fuori dall’auto del padre ed è stata travolta da un tir, e persino un bambino ad Anzio, sempre ieri, si è gettato dalla finestra. È un brutto momento; le storie sono diverse e nessuna storia può essere uguale all’altra, però non li chiamo “suicidi”, ma tragedie: concatenazione di cause ed effetti che li hanno portati ad un tragico epilogo, senza intercettare un paracadute di salvataggio. Del bambino, poi, non ne parliamo; ma perlomeno non c’è riuscito. Una volta il mio fratellino di 4 anni ha portato la sedia sul balcone e stava per buttarsi giù. Il motivo? perché eravamo tutti attorno al tavolo e si era offeso perché mi ero dimenticata di dargli una fetta d’anguria. Mia mamma l’ha afferrato che era già sul parapetto.

    Comunque, dato che magari qualche lettore del tuo blog potrebbe non capire di cosa abbiamo parlato finora (anche se dubito che qualcuno si dia la pena di leggere tutte queste pappardelle), bisognerà chiarire da dove era partita la discussione. Che poi non è la prima volta che nel tuo blog si parla di “suicidio”. Ma per farlo ti giro il link ( https://beizauberei.wordpress.com/2017/02/09/crisi-sintomi-psichiatrici-gesti-politici/)
    di un articolo che ho trovato molto più pertinente di tutto quello che potrei cercare di dire io (che sono solo una piccola cimice).
    Buona giornata Mario. Oggi è uscito un po’ di sole. È bello…no? 🙂

  13. md Says:

    Assolutamente sì. Buona giornata a te, Milena!

  14. md Says:

    (mi sono accorto solo ora di non avere nemmeno modificato l’ultimo passaggio dall’ora legale a quella solare: la lascio così, come auspicio per un rapido passaggio di stagione)

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