L’antimilitarismo di Mel Gibson

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“Occorre qualcuno che rimetta insieme qualche pezzo del mondo,
mentre tutti sono così intenti a farlo a pezzi”.

Non so quali fossero le intenzioni etiche ed estetiche di Mel Gibson, né soprattutto se ci fosse un preciso intento ideologico nel suo nuovo film La battaglia di Hacksaw Ridge. Sicuramente c’è, anche se non credo sia riducibile al suo passato machista e reazionario (con molte sciocchezze dette in zona alcolica), e nemmeno al patriottismo hollywoodiano. Tuttavia l’effetto che fa – o per lo meno che ha fatto a me – è di un’opera fortemente antimilitarista, anzi forse del film più antimilitarista degli ultimi anni.
Così come avevo detestato l’uso eccessivo della violenza (al limite dello splatter) nella sua Passione (un film che avevo a suo tempo trovato intollerabile e disgustoso, e che mi sono rifiutato di rivedere), in questo Hacksaw Ridge la crudezza delle immagini della seconda parte – una sequela di pugni nello stomaco ben assestati – volente o nolente decide per l’intollerabilità della guerra, anche quando qualcuno la definisce giusta o necessaria. La guerra non è mai giusta, la guerra è sempre una sconfitta dell’umanità. La guerra è un concentrato di nichilismo e di autodistruzione. La guerra non risolve i conflitti ma li amplifica. La guerra perpetua le ingiustizie.
(E se una cosa la guerra mondiale – o la guerra civile europea 1914-1945 – ci dovrebbe aver insegnato è proprio questo. Ma evidentemente non ce lo ha insegnato a sufficienza).
La violenza delle immagini, in questo caso, ha una funzione insieme etica ed estetica.
Ma il portatore di questa visione etica non è il giudizio postumo, lo sguardo pacifista in lontananza, o quello imperiale e bonario, ma si trova sulla scena del macello: è il pacifista intransigente Desmond Doss – ed insieme la paradossalità, lo scandalo che la sua coscienza così pura ed assoluta (che pare venire da un altro mondo, motivo per cui è sbeffeggiata, come quella di Gesù) provoca nel normalissimo mondo in cui a dominare sono, al contrario, la violenza, la gerarchia, i codici del potere. Il semplice gesto di rifiutare il contatto con qualsiasi arma (strumento di sopraffazione, di morte, ma anche di autodifesa) da una parte, e l’eroismo della cura dall’altro (salvarne il maggior numero, a costo della propria vita, e salvare persino i nemici) – inceppano il meccanismo della guerra, e la mostrano per quella che è: una inutile, insensata ed assurda carneficina. D’altro canto Desmond Doss diffonde intorno a sé lo splendore della purezza e della fede, cieca ed assurda, idiota e kierkegaardiana, feticcio per i compagni di sventura, che solo così possono intravvedere, al di là della montagna di cadaveri, la fine dell’orrore.
Certo, la guerra non si interrompe: ma quegli umani salvati al di là di ogni ragionevolezza sembra quasi una possibilità universale di salvezza per tutti gli umani.
Sappiamo che nei 70 anni successivi non è affatto andata così, e che nei Balcani o in Afghanistan o tra Raqqa e Mossul la follia distruttiva – al di là dei congegni della tecnica e della metafisica dei droni – ha prodotto e continua a produrre scomposizione di corpi e fiumi di sangue, da cui gli occhi d’occidente volgono inorriditi lo sguardo. Salvo ritrovarli, di tanto in tanto, in qualche loro angolo di città sventrata da un corpo-bomba. Schegge dell’orrore piovute da lontano, del tutto a casaccio ed insieme in maniera implacabile e necessaria.
Bene ha fatto Mel Gibson a rivolgere di nuovo lo sguardo su quei campi di morte, ieri come oggi. Poco importano alcuni difetti retorici o ingenuità narrative o americanate stilistiche (inevitabili concessioni al grande pubblico e alla pecunia) – oltre all’irrinunciabile patriottismo: il film parla forte e chiaro, e non parla un linguaggio militarista.

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