Il volto e il corpo dell’altro – 5. Il mondo vegetale, tra forme e giardini

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Il romanzo post-apocalittico La strada di Cormac McCarthy, ci fornisce l’immagine di una terra senza colori, grigia, morta, desolata, umbratile, in dissolvenza; non c’è nulla di vivente, tranne umani raminghi alla ricerca di una improbabile sopravvivenza. C’è una cosa che colpisce nella desolazione del contesto: non c’è vegetazione, non una foglia, un virgulto, un filo d’erba, un fiore, niente di niente. Solo rami secchi e tronchi morti e torti. Ma, soprattutto, nessun colore, nessun profumo – solo tonalità grigie e marroni che denotano l’assenza della vita cui siamo abituati. Ecco, probabilmente la natura era similmente grigia, monotona e incolore prima dell’avvento delle angiosperme – ovvero quel tipo di piante più complesse i cui semi vengono avvolti dal frutto (angiosperme vuol proprio dire “seme protetto”) e che riempiono il mondo di fiori – e che sono attualmente le più diffuse sul pianeta.

Il mondo vegetale è lo snodo essenziale del sistema vivente: è nota la sua funzione produttiva di energia tramite la luce solare e la fotosintesi (ne avevamo parlato lo scorso anno a proposito di Tiezzi), caratterizzata dal meccanismo nutritivo dell’autotrofia, in contrapposizione all’eterotrofia tipica degli animali (ovvero la necessità di ricorrere ad altri – etero – viventi per nutrirsi: le piante donano carboidrati e cibo ai non-vegetali, che altrimenti non potrebbero sussistere).
Il mondo dei vegetali, oltre ad avere un enorme fascino, è ricco di implicazioni simboliche, tanto che potremmo definire il vegetale come una sorta di metafora integrale del vivente. Basti pensare alla figura dell’albero, con la sua conformazione (radici, rizomi, foglie, ecc.), al seme, alla luce, alla morfologia (come vedremo in Goethe); per non parlare della figura del giardino, che riveste un significato essenziale per tutta la storia umana, e in tutte le culture.

Parleremo qui nella prima parte della figura filosofica della natura vegetale e, nella seconda parte, della figura del giardino.

1. Botanica e filosofia
L’interesse per il mondo delle piante caratterizza la filosofia fin dalle origini, anche se con modalità differenti.
Avevamo già parlato dell’interesse di Aristotele per quella che lui chiama “anima nutritiva”, tipica dei vegetali e che gli altri viventi condividono con le piante. È soprattutto Teofrasto, un suo allievo, ad occuparsi di botanica in modo sistematico: catalogando oltre 500 piante (grazie ai viaggi scientifici alessandrini), e soprattutto osservando la morfologia delle piante.

Ma sarà Goethe – il poeta-scienziato-pittore-filosofo-alchimista – in epoca moderna a scrivere un testo fondamentale a proposito di “morfologia”, ovvero La metamorfosi delle piante, dove il tentativo è di cogliere il vivente in quanto vivente nella sua concreta dinamicità, nel mutare continuo delle forme (metamorfosi) – evitando di ridurlo ad una morta ed astratta classificazione.
La visione goethiana è olistica, panteistica, totale: gli umani fanno parte di un flusso metamorfico che non ha scale o gerarchie; è questa una concezione “rizomatica” della vita (sarà il filosofo francese Deleuze ad immaginare un pensiero plurale ed orizzontale, simile al rizoma, ovvero quella radice di riserva che si sviluppa in modo alternativo alla verticalità dell’albero). Tanto è vero che Goethe preferisce il termine Bildung (formazione) a Gestalt (forma), proprio per descrivere la processualità ed inafferrabilità del vivente come un tutt’uno.
Ciò non toglie che sia anche alla ricerca della “forma originaria” (da qui il suo interesse per le piante e per la Urplantz, forma originaria del vegetale, individuata nella foglia), ovvero quell’unico principio che nel flusso metamorfico darà poi origine alla moltitudine di forme viventi.
In tutte queste intuizioni riveste un ruolo fondamentale il suo celebre viaggio in Italia.

Cito ora Hegel perché è interessante notare come il filosofo dello spirito per eccellenza (dove la natura è sempre l’alterità da superare, il negativo, la materia su cui far leva – da consumare – ai fini dell’elevazione spirituale, etica ed artistica degli umani, natura che è dunque poco significativa e interessante, noiosa e ripetitiva se confrontata con la ben più ricca storia umana) indugi poi in una visione poetica del mondo vegetale, quasi a sua insaputa. Basti leggere alcune frasi ispirate delle sue Lezioni sulla filosofia della natura, tenute all’università di Berlino:

“Questo sé esterno fisico della pianta è la luce verso la quale essa tende, come l’uomo cerca l’uomo”;
“Alla sera, quando si entra da oriente in un campo […] dal lato dove si trova il sole è tutto un risplendere di fiori”;
la crescita delle piante, seguendo la lezione goethiana, è “un fuggevole alito spirituale di forme”:
“La fruttificazione è lo sviluppo supremo della luce nella pianta”;
“Questo nascondere il seme nella terra è perciò un’azione mistica, magica, che allude al fatto che nel seme vi sono ancora forze segrete che sonnecchiano, che in verità c’è ancora qualcos’altro […] come il bambino […] il seme è la potenza che scongiura la terra a porre la sua forza al suo servizio”;
“Questo tremolìo della vitalità in se stessa appartiene alla pianta, poiché essa è vivente – è il tempo irrequieto”;
“La pianta […] in sé prende dalla luce lo specifico riscaldamento e vigore, l’aromaticità, la spiritualità dell’odore e del sapore, lo splendore e la profondità del colore, la solidità e la forza della figura”;
“Un’isola di piante aromatiche manda il suo profumo per molte miglia nel mare e dispiega una grande magnificenza di fiori”;
“Il fiore è la vita vegetale che si avvolge in sé, che genera una corona intorno al germe, come prodotto interno, mentre prima andava soltanto verso l’esterno”.
– non c’è male per un filosofo austero che raccomandava di non divinizzare la natura a discapito della storia umana.

Vorrei concludere in maniera poco convenzionale questo excursus, prima di dedicarci alla figura del giardino filosofico, con Vandana Shiva e la sua battaglia per la difesa degli alberi: l’albero abbracciato – il movimento indiano delle donne Chipko – è insieme prassi e teoria di questa dimensione unitaria, che non stabilisce gerarchie o scissioni col mondo naturale, e che soprattutto non lo reifica e mercifica. Così come le sue storiche battaglie contro l’appropriazione dei semi da parte delle multinazionali (come la Monsanto) o per l’accesso all’acqua, quale bene comune non privatizzabile.
Ma anche il grande progetto di riforestazione della Mata atlantica in Brasile del grande fotografo Sebastiao Salgado e della moglie, raccontato nel film di Wim Wenders Il sale della terra, è testimonianza di una simile concezione ecosofica.

***

2. Il giardino
La figura del giardino è molto complessa e densa di significati: basti pensare che tutta la teologia ebraico-cristiana parte dalla figura del giardino dell’Eden, dall’evento traumatico della cacciata, e che ogni azione e desiderio umano è intriso di profonda nostalgia per quell’età dell’oro a cui pare non poter tornare – e in generale questa figura del giardino, di un’età dell’oro, di un’epoca felice originaria in pace con la natura, è trasversale a tutte le culture.
Sia Jean Jacques Rousseau che il suo avversario Voltaire utilizzano la figura del giardino, anche se con significati profondamente diversi. Rousseau in più punti della sua opera (egli stesso è botanico ed erborista), costruendo il simbolo del “verziere metamorfosato”, ovvero quella sorta di giardino ibrido, un po’ selvaggio un po’ addomesticato, dove la mano del giardiniere è però invisibile, quasi si fosse fatto da sé: un vero e proprio artificio per un impossibile (ma sempre desiderato) ritorno alla natura. Il tentativo di Rousseau è così quello di addomesticare la natura senza però depotenziarne o sminuirne l’essenza. Emilio –  che dà il nome alla sua celebre opera pedagogica – è il bambino naturale, che non vive in città e che esperisce la natura in tutte le sue forme, essendo egli tutt’uno con gli elementi, pianta e insieme animale.
Voltaire conclude il suo celebre racconto filosofico Candido, critico nei confronti della tesi del “migliore dei mondi possibili”, con tutt’altra tipologia di giardino: l’orto che a fatica deve essere ogni giorno lavorato e riconquistato, perché l’Eden (o l’Eldorado) è ormai solo un sogno impossibile.

Vorrei ora accennare alla figura del giardino in Epicuro e alla parallela pratica del “coltivare se stessi”. Dunque a due figure di “addomesticamento” di sé e della natura che però, come vedremo, tendono a disinnescare proprio l’elemento più pericoloso dell’antropocentrismo e della conquista umana della natura – che è poi ciò che è storicamente avvenuto, per cui il giardino di Epicuro rimane un sogno e un’utopia.
Occorre premettere che quello di Epicuro è innanzitutto un giardino-rifugio: il filosofo e la comunità filosofica che egli costituisce attorno a sé, delusi dalla polis, decidono di vivere lontani dal mondo politico, dagli dèi, dai desideri, dagli affanni. “Sciogliamoci dal carcere degli affari e della politica” – questo il proclama del disimpegno epicureo.
Il programma etico alternativo è all’insegna di un materialismo soave e leggero – se così possiamo dire – che identifichi la felicità in un’assenza più che in una presenza (di cose e di passioni): si cammina leggeri nel giardino di Epicuro, si desidera l’essenziale, e si lasciano le paure, i dolori (per quanto è possibile) e le preoccupazioni fuori dal cancello.
La natura epicurea è una natura addolcita (trasfigurata appunto nel giardino), così come le passioni vengono trasfigurate nell’ataraxia, tranquillità ed imperturbabilità dell’animo.
Ma la cosa essenziale di questa comunità è l’amicizia: nel giardino si coltiva la philìa e, insieme, se stessi. Si coltiva la finitezza, la coscienza della mortalità (la sua naturalezza), il ciclo della natura e, vertice etico, la solidarietà con l’altro, la fraternità umana, la gentilezza, la soavità (una forma di generosità) – sono queste le vere virtù epicuree, come ben ci ricorda Harrison nel suo saggio Giardini: riflessioni sulla condizione umana.
L’amicizia diventa così un “giardino vivente”. Il giardiniere-filosofo coltiva se stesso, fa di se stesso un giardino, ovvero una tensione (anche se irrisolta) tra sauvagerie e addomesticamento/repressione, tra natura e cultura.

Potremmo attualizzare questa figura epicurea del giardino delineandola come un’oasi, una riserva esistenziale nella quale resistere alle pressioni della nostra epoca, in totale contrasto con i ritmi del giardino e del mondo vegetale, che prevedono lentezza, silenzio, attesa, tempi vuoti, pazienza, ciclicità. Il mondo nel quale viviamo è tutt’altro che soave e leggero, pieno com’è di cose (da possedere, da fare, da produrre, da consumare, da desiderare).
Forse anche il nostro gruppo è un piccolo giardino epicureo, una pausa nel logorìo della vita moderna.

Ovviamente c’è chi preferisce concepire un più drastico allontanamento dalla “città”, dal mondo umano, ed un ritorno ben più radicale alla natura: dai Cinici greci che pisciano come fanno i cani sui muri e sulle leggi della polis, rivendicando l’unica vera legge naturale, a Thoreau (lo scrittore americano che vive tra laghi e boschi, separato dal genere umano), vi è un florilegio di proposte in tal senso.
Una delle più recenti è stata quella di Christopher McCandless, la cui storia è stata narrata nel romanzo Nelle terre estreme da Kracauer – e poi nel film Into the wild da Sean Penn: la drastica rottura con la civiltà, o meglio con un preciso modello di civiltà, quella delle cose, delle merci, dell’alienazione, e dunque la scelta radicale dell’ascetismo, la vita on the road ed infine l’arrivo nelle terre estreme del Nord, in Alaska, dove Supertramp vivrà in modo “selvaggio” questa sua ricomposizione con l’alterità originaria – che però gli costerà la morte, proprio a causa di una bacca non commestibile.
Ma la morte è il limite della vita, è parte della vita, e va naturalmente accettata.

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