La mafia è una montagna di merda, il capitale pure

Giovanni Impastato è passato qualche sera fa da Rescaldina, fortemente voluto dall’amministrazione comunale che della legalità e della battaglia contro le infiltrazioni mafiose ha fatto una delle sue bandiere e priorità.
È stato generoso e rigoroso, di fronte ad una sala piena e attentissima. Indicherei nei seguenti quattro punti la sostanza della sua visione delle cose italiane, in relazione alla mafia e alla vicenda del fratello Peppino – eroe civile di questo paese:

1. La storia di Peppino Impastato va inquadrata all’interno della storia italiana, per lo meno a partire dagli anni ’40, in particolare dalla prima strage di stato, avvenuta a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947: fu quello il primo atto di guerra (preferirei chiamarlo così, più che strategia della tensione) contro le battaglie sociali dei contadini che dal basso dei movimenti chiedevano terre, diritti, partecipazione concreta alla vita nazionale.
Dopo Portella, la risposta violenta dello stato ad ogni tentativo di allargamento della democrazia non solo in termini formali ma reali (sociali, economici, culturali) diventò una costante della storia italiana. Vi era cioè una parte consistente dello stato italiano che detestava e contrastava con ogni mezzo i lavoratori e le loro lotte: tale atteggiamento continuò negli anni ’60, passando per Piazza Fontana, e ancora per tutti gli anni ’70. Le lotte di Peppino Impastato si inseriscono in questo quadro (Giovanni ci ha ricordato come quelle lotte fossero in continuità con i precedenti movimenti contadini, ma si inserissero al contempo all’interno dei nuovi linguaggi politici – io direi del ’77 – anche in anticipo coi tempi: basti pensare alla coscienza ecologica e di difesa del territorio).

2. La questione mafiosa non è soltanto una questione di legalità. Giovanni Impastato non ha avuto timore di dire che di “legalità” non se ne può più – nel senso che tutti si riempiono la bocca di questa parola, senza però riempirla di contenuti. E i contenuti non possono non riguardare i diritti (sociali, economici, giuridici, esistenziali) di tutte e di tutti: prima ancora delle leggi ci sono la costituzione e i diritti universali – ma io direi la costituzione materiale e i corpi di ciascuno e di ciascuna – e se una legge contrasta coi diritti fondamentali è giusto disobbedire. La disobbedienza civile è una pratica che va sempre rivendicata. Il problema, in Italia, è che la mafia non è mai stata un corpo estraneo – un anti-stato – quanto piuttosto un corpus consustanziale allo stato. Esiste cioè una commistione di interessi, un intreccio di gruppi di potere (sia politico che economico) che difficilmente può essere battuto dalle sole forze istituzionali “pulite”, e che richiede il concorso della società civile, le lotte e i movimenti.

3. E veniamo così a uno dei nodi essenziali, sollecitati da una domanda del pubblico: se è vero che la mafia non è più identificabile in persone fisiche con nomi e cognomi (quelli che Peppino aveva davanti a sé, e denunciava coi suoi ciclostilati, giornali e trasmissioni radiofoniche), ma è diventata un’entità liquida e inafferrabile, parte di un sistema generale fatto di flussi di denaro e di convergenze di interessi – allora occorre riesumare il pensiero di un barbuto di qualche secolo fa, e dire forte e chiaro che il capitale (che mercifica individui, vita, risorse) non è riformabile, ma può solo essere criticato e abbattuto. La mafia è la medesima montagna di merda che è il capitale – questo lo aggiungo io, forte e chiaro – e l’una e l’altro si tengono.

4. Se quindi la battaglia contro la mafia si inquadra nella più generale lotta per la trasformazione sociale (che pare essere stata per lo più abbandonata, e rimossa in favore di un generalizzato rincoglionimento fatto di social network e tv e defilippi), è vero però che qualcosa possiamo fare qui e ora (senza aspettare un nuovo corso ed un nuovo sol dell’avvenire), attivando tutte le strategie possibili di controllo del territorio: non cazzate securitarie e fobie che ingrassano politicanti da strapazzo, ma visione e preservazione del territorio, del paesaggio, della bellezza, che sono insieme umani e naturali. Resistere con ogni mezzo al totale asservimento dei territori alle logiche del profitto – NoPonte, NoTav, NoIkea, No, No, e No!

Ecco, credo che questo possa essere considerato il lascito più importante di Peppino Impastato, che Giovanni ha rievocato e che condivido pienamente. Troppo comunista per i gusti e le mode del presente? libertario (e per nulla liberista)? indigesto al potere? Sì, certo – fiero di far parte della storia dei movimenti che non disgiungono individui e bene comune, libertà e giustizia. L’una non ha senso senza l’altra.

***

Vi sarebbe poi da raccontare il capitolo della storia familiare e della biografia emotiva della famiglia Impastato – lo scorticamento affettivo e la lacerazione dei rapporti tra il padre mafioso – a sua volta giustiziato – e i figli, il ruolo della madre Felicia (a tal proposito Giovanni ha raccontato di una visita di alti papaveri di Stato recatisi col capo chino di fronte ad una donna dignitosissima, ma priva di ogni sentimento di vendetta, libera da passioni negative), e più in generale il ruolo della famiglia e del familismo all’interno del contesto mafioso (e, di nuovo, capitalistico). Ma il discorso si farebbe lungo e complicato.
Ad ogni modo è bene fermarsi, non oltrepassare la soglia del dolore, e avere rispetto per quelle cicatrici che – ci ha confessato Giovanni – non si sono mai del tutto rimarginate.

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