Il volto e il corpo dell’altro – 6. Altre filosofie: l’Oriente

Chi è l’Oriente?
È l’uomo in giallo
che vestirebbe in rosso se potesse
e porta in scena il sole

Chi è l’Occidente?
È l’uomo in rosso
che se potesse vestirebbe in giallo
e che di nuovo lo conduce via.
[E. Dickinson]

Ovviamente quando parliamo di Oriente indichiamo un termine o un concetto che ha il suo proprio reciproco in Occidente, senza il quale non starebbe nemmeno in piedi – con tutte le difficoltà che ciò comporta: chi designa cos’è Oriente e cos’è Occidente? In teoria dovrebbe esserci un terzo soggetto a dire cos’è l’uno e cos’è l’altro, altrimenti si corre il rischio di una inevitabile relatività della definizione (Oriente è ciò che Occidente considera Oriente – e viceversa, ma per come storicamente è andata è un viceversa debole).
Qui tratteremo Oriente – un po’ come fa l’intellettuale palestinese Edwad Said in Orientalismo, che ne critica il carattere “essenzialistico”, naturale e geografico-culturale – come frutto di una proiezione e di una mentalità: che cosa c’è dietro la categoria (occidentale) di Oriente? Non è forse quella parte di mondo che l’Occidente reputa Oriente, ma che è soprattutto marcata da una presa di distanza, da una negazione e, insieme, dall’attribuzione unilaterale di connotati immaginari?
Ecco che subito appare il meccanismo tipico dell’alterità: l’altro è ciò che identifica l’io, io sono qualcosa perché mi rapporto (od oppongo) ad un altro. Si è qualcosa o qualcuno innanzitutto negando (distanziandosi, differenziandosi da) l’altro: io non sono l’altro, sono io, sono diverso, e l’altro è diverso da me.
Che cosa sarebbe l’Occidente, allora, senza l’Oriente?
Grosso modo è il medesimo meccanismo che vediamo sorgere anche con la coppia civili/selvaggi, ovvero con una serie di significati e di mentalità costitutivi della modernità, da Montaigne all’antropologia degli ultimi due secoli, in particolare nella relazione col Nuovo Mondo e con le culture “primitive” d’America: gli europei sono civili proprio perché dall’altra parte dell’oceano ci sono dei selvaggi, proprio nel credere fermamente in questa primitività (ed inferiorità) dell’altro si attribuisce alla propria cultura il tratto della civiltà e della superiorità. [Che è poi, a ben vedere, lo schema ricorrente dell’etnocentrismo: io, e la mia tribù, siamo migliori di ogni altra tribù].
Così come i selvaggi furono una proiezione e una costruzione della mentalità europea (e i barbari di quella greca), altrettanto possiamo dire degli orientali, cui si sovrappone sempre un modo di rappresentarli, spesso indipendente dalla loro realtà concreta: “Non possono rappresentare se stessi, devono essere rappresentati” – è un’espressione che Said prende in prestito da Marx, e che descrive in maniera molto efficace tutte le relazioni di dominio e di cancellazione dell’altro (fin nell’espropriazione del nome e del modo di definirsi).
Naturalmente potremmo estendere pirandellianamente questa modalità di conoscenza dell’altro (ma anche di se stessi): ogni volta che ho di fronte un altro è un altro-per-me, prima ancora di ciò che l’altro è per se stesso, ma anch’io dovrei sapere che appaio a lui diversamente da come appaio a me stesso. Insomma, un gioco infinito di specchi che si rifrange fino all’impazzimento e all’annullamento di ogni identità. Possiamo così presumere che anche l’Oriente abbia una concezione schermata dai propri pre-giudizi dell’Occidente. Il rischio è di non uscire mai da questo gioco reciproco di maschere, e di non capire cosa c’è al di là del nostro ombelico.
Da ultimo, occorre anche rilevare un errore di fondo, di tipo epistemologico: com’è possibile ridurre ad una categoria unificante ed omologante una molteplicità di culture, popoli, storie, concezioni? E ciò vale non solo per l’Oriente, di cui parleremo stasera, ma anche per il suo reciproco – l’Occidente. Siamo cioè sicuri di dirci “occidentali” in un senso davvero diverso da come diciamo “orientali” quelli che stanno dall’altra parte?

Tuttavia, dobbiamo anche mettere un punto fermo, di carattere storico e non soltanto teorico-astratto, sulla questione: l’Occidente non è l’Oriente, proprio perché si è pensato che la “civiltà” stesse da questa parte, mentre oltre c’erano la barbarie, l’arretratezza, il dispotismo, il fanatismo (ma anche: il mistero e il suo fascino, l’esotismo, persino una certa forma di erotismo).
Esiste dunque una specificità storica da cui partire, che emerge in diversi campi (oltre alle relazioni materiali ed economiche, che da sempre ci hanno legato al mondo asiatico, talvolta in modo orizzontale, altre volte verticale) – campi che hanno a che fare con la cultura, l’immaginario, le concezioni e mentalità del mondo e della vita, con la religione, e, non ultimo, con la filosofia.

È, quella tra oriente-occidente, una sorta di vicinanza-lontananza, fin dalle origini: taluni pensano ad esempio che non poche concezioni della filosofia greca (in particolare dei presocratici) derivino dall’Oriente. Qualcuno si è spinto più in là, ritenendo la filosofia greca di ascendenza diretta da quella asiatica, ma senza solide basi fattuali. Di sicuro le concezioni matematiche egiziane e quelle astronomiche assiro-babilonesi erano note ai primi filosofi greci. La concezione della metempsicosi orfico-pitagorica è diffusa in Oriente, e la concezione taoistica non è poi molto diversa da quella eraclitea del divenire. Esistono senz’altro delle analogie molto suggestive. E che dire della vicinanza tra epicureismo e buddismo, a proposito delle pratiche volte a liberarsi dal dolore e dal desiderio?
Tuttavia si è soprattutto provveduto a tratteggiare linee divisorie, volte a tenere separati i mondi e le mentalità, dimenticando che le culture sono invece porose e che i pensieri viaggiano sulle ali del vento, gonfio dei semi che si spargeranno ovunque – e non c’è muro (fisico o mentale) che li possa fermare.

Un caso molto particolare, che è insieme un muro e un ponte, è quello dell’Islam (anche in questo caso si tende a ridurre indebitamente ad una categoria unitaria ciò che invece rappresenta 1500 anni di storia quantomai complessa e stratificata).
Molto interessante, a tal proposito, la storia della filosofia araba dal IX al XII secolo, da al-Kindi ad Averroè, con città fiorenti e culturalmente vivaci (Damasco, Baghdad, Cordova), la scienza e la medicina arabe, le traduzioni delle opere greche e il commento ad Aristotele – tema centrale della riflessione filosofica in questo felice periodo della cultura araba è il rapporto tra fede e ragione (da Averroè risolto con una giustapposizione, un’impossibilità di sintesi interna).

***

Ci limiteremo a citare un paio di esempi – esemplari a loro modo – di come la categoria di “Oriente” sia stata utilizzata da due grandi filosofi, ovvero Hegel e Schopenhauer – tra di loro avversari, ma curiosi di tutto ciò che il mondo della cultura, dell’arte e della religione ha prodotto in giro per il pianeta.

Partiamo da Hegel, che ha una visione solidamente eurocentrica e che intende l’Oriente come luogo di nascita, epoca bambina dello spirito: il sole sorge a Oriente (questa è una suggestione simbolica che diventa anche una precisa costruzione concettuale) e tramonta ad Occidente, e il suo arco designa il percorso di una evoluzione che va da Est a Ovest, da culture più vicine alla natura e più “primitive” a culture più raffinate e spiritualizzate.
La filosofia di Hegel sottopone ad una categorizzazione di tipo unitario ed evolutivo tutti gli elementi della diversità culturale: è cioè il primo pensatore ad ammirare la grande varietà di produzione nelle varie epoche, ma al contempo ad interpretare questa diversità come dotata di una direzione precisa, quasi necessaria – dalla semplicità alla complessità, dalla tirannia alla libertà, dalla sostanzialità all’individualità, ecc.ecc. Una vera e propria filosofia della storia che finisce per spiegare e costringere in sé ogni cosa.
Tale arco di sviluppo viene ripetuto nei diversi campi dell’espressione culturale (la religione, l’arte, la storia, il diritto, l’etica) – e sintetizzata nella celebre sintesi politica secondo cui in Oriente è libero uno solo (il tiranno), nel mondo Greco alcuni (i capifamiglia benestanti della pòlis), mentre è solo nell’Europa cristiana e moderna che tutti i cittadini sono liberi ed autocoscienti: anche in questo caso la storia procede dal dispotismo alla libertà, dalla sostanza all’individualizzazione.

Schopenhauer è invece interessato alla filosofia indiana, in particolare alle Upanishad e alla visione buddista della vita – tanto da ritenere che la propria filosofia e quella indiana convergano. Velo di Maya e Nirvana sono due concetti chiave per capire il suo pensiero, ovvero una sostanziale integrazione concettuale di categorie occidentali ed orientali, una vera e propria confluenza di idee e mentalità – in nome di una visione pessimistica dell’esistenza.
Il giovane Schopenhauer ebbe un’illuminazione pari a quella del Buddha, e la sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione ripercorre un movimento che dall’illusorietà del mondo (la vita è sogno, il mondo è ricoperto da un velo che ce ne occulta la verità), porta al suo disvelamento: la vita è sofferenza, guerra, dolore, e occorre liberarsene, come fanno ad esempio gli antichi saggi brahmani o buddisti, attraverso un percorso di abbandono dei desideri, della corporeità, della volontà, di ogni pulsione vitale che approdi infine al nirvana, all’annullamento.
Si opera qui un duplice rovesciamento della prospettiva hegeliana: l’Oriente diventa addirittura più saggio, superiore all’Occidente (Schopenhauer sembra non avere una visione eurocentrica, anche se non v’è dubbio che prenda dalla filosofia indiana ciò che occorre alla sua visione del mondo, tralasciando o mettendo in ombra altri aspetti); il principium individuationis esaltato da Hegel diventa in Schopenhauer ciò che deve essere negato e superato – e però, nello stesso tempo, ribadito come marchio identificatore della cultura orientale: ovvero, gli occidentali amano (e abusano della) libertà individuale, mentre in Oriente sono prioritarie categorie come la massa, la comunità, l’autorità.

***

Oltre all’attribuzione (credo indebita) di fanatismo e autoritarismo (che dire dei regimi totalitari europei nel ‘900?), ve n’è un’altra molto tipica e persistente, ovvero quella attinente alla spiritualità: siccome l’Occidente è diventato irreversibilmente venale, utilitarista e materialista, si guarda all’Oriente come al luogo dove le fonti dello spirito e dell’umanità sono ancora rigogliose: Siddharta di Herman Hesse (un romanzo del 1922) è senz’altro il testo-simbolo di questo modo di guardare alle grandi tradizioni (religiose? filosofiche? spirituali? esoteriche?) d’Oriente.
In particolare con gli anni ’60, questa particolare forma dell’orientalismo si è andata sempre più diffondendo in Europa e negli Stati Uniti: dai viaggi in India dei Beatles alla New Age, dal buddhismo allo yoga, dai santoni alle medicine orientali – è tutto un pullulare di pratiche e stili di vita, chiari sintomi di una diffusa insoddisfazione dovuta al logorìo della vita moderna, con la parallela ricerca di ambiti alternativi dove l’interiorità, il silenzio, la meditazione – e la spiritualità – abbiano ancora spazio e senso.
Ma siamo davvero sicuri che l’Oriente (ammesso che dietro questa categoria così fumosa esista qualcosa di reale) sia un giacimento pronto all’uso dei desiderata derivanti dall’alienazione occidentale?
Il paradosso è che proprio le società orientali, che tanto hanno introiettato negli ultimi decenni le categorie occidentali legate al mito della produzione e del consumo, finiranno per smarrire ciò che i non-orientali credevano di poter trovare nelle loro supposte ed infinite praterie dello spirito.
Poco importa dove la rivoluzione industriale (capitalistica e omologante) abbia attecchito: il suo fuoco, a partire dall’Inghilterra ottocentesca, divampa ormai ovunque sul pianeta (un po’ come era successo con l’agricoltura in epoca neolitica) – ma è forse il caso che le culture tutte (inevitabilmente diverse e divenienti) volgano lo sguardo anche a sé stesse, alle proprie radici, ai propri giacimenti sotterranei, magari potrebbero stupirsi nel trovare tesori inesplorati che immaginano esistere solo altrove…

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5 Risposte to “Il volto e il corpo dell’altro – 6. Altre filosofie: l’Oriente”

  1. rozmilla Says:

    Oriente e Occidente sono categorie vaghe, e così vanno trattate. Se ci chiediamo cosa, esattamente, intendiamo quando diciamo “Oriente” e “Occidente”, ad esempio, trovo abbastanza ragionevole la definizione che leggiamo Wikipedia. (Detto in parole povere: potrebbe trattarsi come dell’etichetta IGP = indicazione geografica tipica. Come l’etichetta sulla bottiglia del vino: consapevoli però che il vino in ogni bottiglia avrà caratteristiche organolettiche diverse a seconda dell’anno, del vitigno e della zona di produzione).
    Del resto anche se mi chiedessi cosa intendo esattamente quando parlo di “svizzeri” e/o di “napoletani” – e via dicendo – avrei più o meno lo stesso problema.
    Però non credo nemmeno che tutto ciò che gli occidentali sanno, o credono di sapere, dell’oriente sia soltanto immaginario. Così come non credo che ciò che gli orientali sanno dell’occidente sia altrettanto soltanto immaginario. Al di là delle “categorie” vaghe, esistono dati di fatto storici per lo più incontestabili, sia su ognuno per sé, sia nel rapporto/confronto fra gli uni e gli altri.
    Purtroppo categorie di questo tipo sono come enormi scatoloni in cui si sono depositate e stratificate in anni e anni una miriade di informazioni: alcune vere, altre erronee, altre false. E in realtà non è nemmeno molto utile: la categoria è così vaga, e vasta, che può contenere qualsiasi cosa. Quindi trovo abbastanza assurdo ragionare da un tale dato di partenza.
    Per poter dire qualcosa di certo, dovremmo entrare nel particolare, quindi distinguere nell’immensa vaghezza i tratti distintivi, se esistono, che accomuna una regione così vasta e dai confini incerti, sia per quanto riguarda “Oriente”, che per quanto riguarda “Occidente”.
    Ma vediamo subito che per distinguere siamo costretti a parcellizzare, suddividere le regioni, gli stati, la storia e le culture. Per accorgerci che magari alcune hanno tratti in comune fra loro, e anche no, come tratti in comune con altre culture che potremmo definire occidentali, e anche no.
    In fondo la materia prima su cui si sono sviluppate è sempre la stessa, ossia l’uomo, l’essere umano. Anche se è abbastanza ovvio che la componente geografica (clima, risorse, ecc.) ha per forza di cose variato i modi di affrontare e risolvere i problemi. Per semplificare: se al polo nord hanno imparato a costruire le abitazioni con i blocchi di ghiaccio, nel deserto costruiscono le tende con le pelli dei cammelli, eccetera.

    Ma mi chiedo anche se quel “meccanismo tipico dell’alterità” sia sempre e comunque plausibile. A me sembra che ogni forma di vita possa esistere indipendentemente dal fatto di opporsi o distanziarsi dall’altro. Difatti le culture che si sono sviluppate in “oriente”, come quelle che si sono sviluppate in “occidente”, per lungo tempo non sono entrate in rapporto/contatto e hanno potuto svilupparsi al di là della reciproca conoscenza, e/o contrasto.
    Per questo ritengo che non sia una legge indiscutibile che le culture debbano a tutti i costi opporsi, contrastarsi, poiché esiste pur sempre l’opzione “convergere” – che trovo preferibile.

  2. md Says:

    Non è una legge indiscutibile, ma le identificazioni/costruzioni culturali non hanno bisogno necessariamente di un “altro” umano, anzi direi che si sono costituite originariamente dalla diversificazione dagli altri viventi, soprattutto dall’altro animale. E, per quanto ne sappiamo dagli studi antropologici, è un fenomeno piuttosto ricorrente nelle culture, così come quello dell’etnocentrismo. Ciò non toglie che l’altro non è solo ciò cui ci si oppone, ma anche ciò dal quale si apprende (talvolta ciò nel quale ci si vorrebbe trasformare, a ben guardare certi riti metamorfici): le culture umane sono, appunto, essenzialmente porose, vere e proprie spugne, sia nei confronti di altri umani sia nei confronti degli ambienti naturali.
    Il caso poi di culture totalmente isolate, a sentire Lévi-Strauss, pare sia un’eccezione piuttosto che la regola.

  3. md Says:

    La domanda sottesa al perché si costituiscono categorie-scatoloni come quelle di oriente/occidente (o di vecchio/nuovo mondo), ha poi a che fare con la storia e la geografia (ovviamente quelle studiate a scuola sono solo le propaggini di una lunghissima storia di rappresentazioni): solo quando si è cominciato a misurare il mondo in termini cartografici lo si è anche potuto ridurre/ricondurre a categorie più o meno ampie. Immaginare mondi al di là dell’orizzonte e rappresentarli oggettivamente: credo che in questa dialettica di lungo corso si nasconda il segreto della categorizzazione di cui sopra.

  4. rozmilla Says:

    Il “diversificarsi dagli altri viventi” sembra essere una caratteristica che l’animale uomo condivide con gli altri animali. Per chiarire: il leone “sa” di essere diverso dalla gazzella; e la gazzella lo “sa” altrettanto. Se questo ci può consolare, l’animale uomo non è diverso dagli altri animali.

    Ma mi sembra di capire a cosa ti riferisci: che gli uomini hanno sfruttato gli altri animali, e continuano a farlo, nonostante (forse) potrebbero farne a meno; e mi sembra di capire che ne fai un problema “etico”, nel senso che giudichi questo fatto come “non buono” o “non-giusto”. E allora l’uomo è cattivo, eccetera eccetera, soprattutto perché ha una “coscienza”, come si dice (ma non è sicuro).

    Secondo me, invece, se questi sono stati i fatti, ossia se le cose sono state o stanno così, non è detto che si possano cambiare; e soprattutto non si può cambiare ciò che è stato. Mentre per il modo in cui stanno ora, una scelta o decisione etica ognuno la prende solo per sé, e non può imporla ad altri. Né si può pretendere che altri giungano alla nostra stessa decisione, anche se “a noi” sembra migliore, “più giusta”, o preferibile. La politica, certo, potrebbe favorire il diffondersi di alcune realtà e limitarne altre, ma per come va l’andazzo, ora, non mi pare emergano gli illuminati, in tal senso.

    Gli animali, poi, non solo l’uomo li ha sfruttati: li ha addomesticati. Sembra infatti che il maggior sviluppo della “zona occidentale” del mondo, sia da attribuirsi al fatto che le popolazioni stanziali disponevano di un maggior numero di animali da poter addomesticare e quindi utilizzare per la loro sopravvivenza; nonché dallo sviluppo dell’agricoltura, grazie anche alle condizioni ambientali delle zone a clima moderato. Mentre le popolazioni di altre zone che non disponevano di tali risorse sono state più a lungo (o sono rimaste) cacciatori-raccoglitori e non si sono trasformate o “evolute”.

    La prima forma di capitalismo si è verificata proprio quando, con lo sviluppo dell’agricoltura, alcune popolazioni hanno avuto un surplus di risorse alimentari non deperibili, cosa che ha potuto modificare/trasformare il modus vivendi delle comunità in cui questo accadeva. Dal momento in cui in alcune tribù alcuni potevano essere esentati dal lavoro di cacciare-raccogliere il cibo, poiché, appunto, disponevano di surplus alimentari, ciò ha permesso la formazione di “caste” che potevano occupare ruoli di comando e di difesa, nonché ruoli “religiosi”. E così si sono costituiti i ruoli gerarchici. Del resto le “tribù” avevano sia necessità di guerrieri per difendersi dalle altre tribù nemiche, sia di capitribù per governare, prendere decisioni, ma anche per dirimere o risolvere le liti fra i singoli, le famiglie e le altre tribù.

    Questo per dire che i motivi per cui le cose sono (sono diventate) come sono ha origini antichissime, e in un certo senso ci costituiscono come fossero un’ossatura. Forse non è neanche una costruzione culturale, o mentale o intellettuale: è qualcosa molto più simile ad una necessità naturale, lo zoccolo duro nei confronti del quale anche le nostre migliori intenzioni vanno a sbattere e si squagliano.

    Comunque, quando dicevo che il meccanismo tipico dell’alterità non è sempre plausibile, intendevo più che altro sperare e auguraci che sia superabile: ossia che culture apparentemente “diverse” possano riuscire a trovare punti d’accordo e, come dici anche tu, imparare le une dalle altre.
    Ma è anche vero che basta studiare un po’ d’antropologia, per rendersi conto che lo zoccolo duro non è facile da oltrepassare.

  5. rozmilla Says:

    Molto interessante, tra l’altro, il volo mistico di Schopenhauer, con la noluntas o la pseudo-voluntas di annientare il principio individuationis, che lo conduce molto vicino alle religioni buddhiste.
    A tal proposito, un’osservazione: dappertutto, nel mondo, coloro che potevano dedicarsi a simili pratiche mistiche, e/o filosofie trascendentali, lo potevano fare soltanto perché erano esentati dal dover lavorare per sopravvivere, e per lo stesso motivo volenti o nolenti sceglievano al celibato. Brahmani, yogin, monaci di tutti i tipi, appartenevano a quelle caste di eletti che si era svincolate dalla dura vita del popolo, e che, di solito, era in qualche misura sostentata dal popolo abietto. E poi, ovviamente, queste pratiche erano quasi esclusivamente, o quasi per la maggior parte, destinate agli esseri umani di sesso maschile. Tranne in rari casi, ma con “mansioni” – diciamo – inferiori. Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare che alle donne non era concessa la possibilità di “illuminarsi”, a meno di reincarnarsi come uomo (anche se ora le cose saranno un po’ cambiate, almeno nel buddhismo, o almeno “nominalmente”).
    Però, una cosa che accomuna e compare trasversalmente in tutte le culture, appena dopo lo sfruttamento degli animali, al secondo posto troviamo lo sfruttamento del sesso “debole” – si dice, o sembra così.

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