Corpi biochemiomeccanici – e dissociati

Userò la condizione esistenziale di mio padre – violando così la sua privacy o velatezza, del resto lo avevo già fatto alcuni anni fa – senza alcun trasporto emotivo (nella misura in cui ci riuscirò), nella maniera più oggettiva e lucida possibile. Anche perché credo sia, almeno in parte, il suo stesso modo di guardarla. Come se cercasse parole per dirlo e concetti per descriverla – che proverò a prestargli con gli strumenti della filosofia.
Non che la filosofia non debba o non possa essere emotiva (noi siamo sempre in una condizione esistenziale connotata da una certa tonalità emotiva, come direbbe Heidegger) – ma qui occorre innanzitutto fingere l’espunzione dei sentimenti (e del sentimentalismo), prosciugare e ridurre all’osso, cercare l’essenziale. Impietosirsi non serve a capire, anzi sarebbe persino fuorviante.
Parliamo, cioè, della condizione esistenziale di una moltitudine crescente di anziani (ma non solo) integralmente medicalizzati. Un tempo “si moriva” dopo essere vissuti. Oggi si muore vivendo, o si vive morendo. I confini netti (e dialettici, dunque coessenziali) di morte e vita son più sfumati – ma, soprattutto, si sono andate costituendo nuove forme di vita, in una crescente commistione di biologia, chimica e meccanica. Corpi biochemiomeccanici hanno preso il posto degli antichi corpi naturali.
Ciò è sicuramente un progresso – non “si muore” più per caso, o si muore meno – si vive più a lungo, ci si conserva meglio – la quantità è salvaguardata. Ma che ne è della qualità?
L’alchimia farmacologica tiene in equilibrio (pur precario) un corpo – che passa gran parte del proprio tempo ad autosomministrarsi sostanze chimiche. La giornata (e la vita) viene così scandita da quei tempi: puff per la respirazione, cerotti ipotensivi, misurazione della glicemia e puntura di insulina 4 volte al dì, misurazione della pressione arteriosa e del ritmo cardiaco, pastiglie gastoprotettive, diuretiche, antitachicardiche, anticolagulanti, anti-tutti-i-mali, e così via…
Ora mio padre, che veleggia verso i 90 anni, dopo la sostituzione alcuni anni fa di una valvola cardiaca (con una biologica in verità, non meccanica), è stato sottoposto, a causa di un carcinoma alla gola, ad una laringectomia totale. La fonazione è al momento compromessa – ma credo lo sarà per il suo rimanente tempo di vita – e del resto bisognerà vedere se avrà davvero delle cose da dire, che non siano i quotidiani cahiers de doléances, o qualche invettiva nei confronti della sorte o di noi familiari.
Ma, ancora peggio, respira da un buco in gola, un tracheostoma nel quale occorrerà con una certa frequenza infilare lunghe ed impressionanti cannule per tenerlo libero dal muco – e ciò costituirà un ulteriore pratica sanitaria della sua giornata, l’ultimo tassello della pressoché totale medicalizzazione della sua vita.
In sostanza: vivrà riempiendo il proprio tempo degli strumenti innaturali che gli consentono di vivere. Quasi un corto circuito esistenziale. Intendiamoci: so bene che la sua condizione non è rara, e che ci sono corpi-macchine o patologie ancora più gravi e invalidanti, ma qui non si vuole istituire una gerarchia di mali o bandire una gara di disgrazie (e forse nemmeno disquisire di etica, che semmai discenderà dall’ontologia, dal che cosa più che dal deve) – qui si parla semmai della condizione esistenziale nella quale ad un certo punto si è costretti da una serie convergente di pressioni:
-medico-scientifiche
-tecniche
-farmacologiche
-sociali
-affettive e familiari
ovvero i protocolli che decidono quale “forma di vita” si è – indipendentemente dalla volontà annichilita del “paziente” che è, appunto, innanzitutto un paziente-passivo, prima che un essere umano autodeterminantesi.
Non sto dicendo che ciò sia male e che era meglio quando si crepava di tifo o di polmonite o di peste o di lebbra (e comunque in alcune aree del pianeta succede ancora); non si tratta di bene o male né di dare giudizi di valore, si tratta però di essere coscienti fino in fondo di quel che si è e delle modalità attraverso le quali si è (o si diventa) quel che si è.
Perché tra le pieghe di tutte queste pressioni occorrerà forse riprendersi un certo margine di autonomia e di libertà – che non può però essere un assenso ad un anestesista o una firma in calce ad un programma di prevenzione o il semplice rifiuto di una cura invasiva e più nociva del male che si vuol curare – ovvero, di nuovo, la continua negoziazione con un potere medico onnipervasivo. Dev’essere la libertà che discende dall’essere un corpo – una forma di vita, appunto – che si autoplasma fin dalla propria nascita. È quel corpo a dover decidere, non perché deve ma perché (spinozianamente) può, e sta nelle sue facoltà ontologiche farlo.

***

[Ad ogni modo, mentre comparirà questo post starò volando da quel corpo sofferente, debilitato, angosciato, e per qualche giorno farò in modo di partecipare al lenimento tramite “balsami dell’Ibla e madide rugiade di Tessaglia”, come suggerito dalla mia Emily Dickinson; nel frattempo ricorderò quel che mi disse un mese fa un’infermiera al suo capezzale dopo l’intervento: “suo padre è dissociato, è normale esserlo per questi pazienti a questa età e dopo un intervento di questo tipo”. In realtà – avrei voluto replicarle – la dissociazione è tra il corpo che lei e l’intera struttura medico-ospedialiera stavano (peraltro con successo) cercando di curare, e la psiche, l’anima, la mente che invece non sapevano nemmeno come cominciare a curare. Scissione che anche noi – nei dintorni affettivi – non sappiamo come affrontare.
Dai tempi di Cartesio e di Spinoza, quel processo dissociativo si è inasprito, nonostante l’incremento della potenza tecnica, l’incedere trionfante della medicalizzazione, i progressi delle scienze psichiche e (più recentemente) delle neuroscienze. Ma forse dovremmo dire proprio a causa di tutto questo].

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2 Risposte to “Corpi biochemiomeccanici – e dissociati”

  1. Paolo Reale Says:

    Ciao, Mario. Come sempre un piacere più intenso leggerti quando vai “a braccio” quando le citazioni non ingoiano i concetti e la creatività ne produce di nuovi e scintillanti.
    O magari, io ignorante come sempre, non riconosco neanche le piante nuove e appena germogliate da quelle più eleganti e da anni trattate con così tanta cura.
    A tal proposito ti chiederei (volendola col tuo permesso postare sul mio blog) se la frase “vivrà riempiendo il proprio tempo degli strumenti innaturali che gli consentono di vivere” è tua o una citazione.

    Considerazioni personali.
    La società di oggi non riesce ad accogliere i corpi cosiddetti
    “normali”, figuriamoci gli altri. Il nostro è ancora un paese dove è quasi impossibile essere curati definitivamente, ma perché?
    Dove si viene tenuti in vita con accanimento anche quando non lo
    vorremmo, ma perché?
    Tutto questo a chi giova?
    Forse anche all’enorme numero di strutture professionali o semi-professionali, pubbliche o semi-private, che senza malati o persone problematiche non esisterebbero.
    Quindi si fa di tutto, si creano malati, si fa finta di curarli, si prolunga la loro malattia o la si esacerba, li si trattiene quando la struttura è vuota, o li si butta fuori quando è troppo piena.
    Intanto da qualche parte, un dentista che ha appena finito di curare il suo paziente (e sa che non lo vedrà più) pensa alla rata della sua mercedes e cancella un po’ di smalto dal dente vicino, così che
    tra due mesi il paziente si ripresenterà con un’altra carie e un’altro bisogno imprescindibile.
    Qui colpisce più duro il capitalismo, qui si fa più impietoso, qui si alzano i prezzi e si abbandonano i corpi senza mezzi, nel momento dove i bisogni si fanno imprescindibili.

    Perché questo sono i malati, la ricchezza di qualcun’altro e quando smettono di esserlo o finiscono il denaro vengono semplicemente abbandonati a se stessi.
    Ero certo che fosse il parlamento (a livello statistico) la sede dove viene rubata la maggior parte del denaro pubblico. Mi ha lasciato sgomento scoprire qualche anno fa che invece è la sanità l’ambiente che reca maggior danno alle finanze dello stato.

    P.S. Mi sento partecipe di quel po’ di dolore che traspare da quello che scrivi, spero che le pagine lette e le esperienze positive, come anche questo blog, possano essere di qualche conforto.
    Buon cammino

  2. md Says:

    Grazie Paolo, è proprio come dici, e sì quella frase è mia, ed è il cuore di quel che intendevo dire, e che troppo somiglia all’autovalorizzazione del capitale, che usa i corpi, li spreme fino all’ultima goccia di vita e poi li getta.

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