Boriosi provinciali del tempo

Già solo avere riacceso il desiderio di leggere o rileggere o approfondire i testi dei classici, magari non solo quelli dei filosofi (per lo più greci), ma anche degli autori latini, andando a cercare i più reconditi ed impolverati delle librerie di casa – già questo costituisce un merito che da solo basterebbe e avanzerebbe; ma il saggio A che servono i Greci e i Romani? del classicista Maurizio Bettini fa di più: apre lo sguardo e la riflessione a tutto campo sul significato di termini come cultura, memoria, classicità, testo, linguaggio, scrittura, traduzione (e tradizione), beni e istituzioni culturali. Per non parlare di paidèia, insegnamento e scuola – altri fronti essenziali e vitali, specie in questo frangente epocale. Ma non punterò l’attenzione nemmeno su questi temi pur così importanti, e per i quali rimando senz’altro al testo – basti solo un accenno all’apertura critica sul riduzionismo linguistico (e concettuale), ovvero l’imperante dogma ideologico secondo cui tutto deve servire e servire, soprattutto, il dio denaro.
Quel che ho però trovato più intrigante e produttivo di pensiero ha a che fare con altre due suggestioni, la prima soltanto accennata, l’altra invece discussa ampiamente nei capitoli finali: la crisi del testo e il concetto di alterità.
Il Thomas Eliot che nel 1944 agitava lo spettro di un “provincialismo non dello spazio, ma del tempo” era, a parere di Bettini, un profeta: oggi, nell’epoca in cui la globalizzazione anche culturale trionfa, la deificazione del presente annulla in prima istanza proprio lo spessore, la stratificazione, la complessità diacroniche. Il tempo si sottilizza in un’immediatezza in cui tutte le vacche sono grigie, mentre la profondità temporale rischia di perdere di senso: boriosi provinciali del tempo, ecco che cosa noi contemporanei assoluti rischiamo di diventare. Questa riduzione ai minimi termini della complessità temporale ha inevitabilmente portato con sé la crisi del testo, da non confondere con quella del libro: anzi, possiamo dire che il libro – quale oggetto di consumo (sia fisico che virtuale) – gode di ottima salute; per non parlare della lettura (e della scrittura): altro non fanno gli umani digitalizzati dell’epoca corrente che leggere e scrivere di continuo. Credo che mai si sia scritto e letto così tanto come in quest’epoca, e non solo per ragioni demografiche.
Ma proprio grazie a questo incessante ed inarrestabile fluire di letture e di scritture, si viene consumando la nullificazione del testo: esso non ha più senso in sé, e si frange e rifrange in una proliferazione di vane chiacchiere dette-scritte-lette di continuo, come in un gigantesco loop insensato, che appaiono e scompaiono simultaneamente sulla superficie della comunicazione culturale odierna – schiuma destinata a non permanere (e per fortuna, possiamo dire). Senonché, in questa schiuma generata dal mare di stoltezze annega anche il testo, muore la complessità culturale, vanno a picco il rigore della ricerca, la profondità dell’intelletto – un’intera epoca geologico-culturale che smotta nel presente, anziché farsene, così come è stato per millenni, arché e sostegno.
Strettamente connesso a questo, vi è poi il tema dell’alterità con cui Bettini chiude il suo saggio (che è poi il medesimo motivo sotteso alla domanda del titolo): a che servono i classici? a nulla – di utile o di specifico, a tutto – di umano e di universale. Greci e romani sono l’alterità, la memoria culturale che in parte ci sorregge e però è anche il monstrum che ci sorprende (e può e deve continuare a meravigliarci): inassimilabili, nonostante siano i maestri della lingua, della cultura, del pensiero, dell’etica – ma anche, alteri e disdegnosi (come direbbe Dante), non riducibili al presente, all’oggi, all’immediato; non spalmabili come una marmellata dolciastra e adatta a tutti gli appetiti, non consumabili nei nostri fast-food culturali: insomma, non utilizzabili, non monetizzabili, non valorizzabili.
Bettini sottolinea semmai un tutt’altro uso indiretto dei classici, di carattere antropologico: essi ci insegnano proprio l’importanza del concetto di alterità, e a diffidare di un’eccessiva infatuazione per quello di identità (anche la metafora delle radici culturali va presa con le pinze, e guardata con sospetto: dopotutto abbiamo sui vegetali proprio il vantaggio di poterci muovere e, all’occorrenza, sradicare per far crescere qualcosa di nuovo e inusitato. Perché mai dovremmo arboricolizzarci?).
La grandezza dei classici – e delle complesse costruzioni socio-culturali di cui quei testi sono testimonianza – sta insomma nel loro brillare da lontano di luce propria, come meravigliose stelle estinte di cui ancora – non si sa per quanto – siamo in grado di percepire il bagliore.
(Al che mi viene da chiedermi, seccamente: sapremo noi essere i classici – un’alterità densa di misteriosi significati – per qualcuno a venire?)

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Una Risposta to “Boriosi provinciali del tempo”

  1. Sergio Says:

    Caro MD,

    ti chiedi seccamente: sapremo noi essere i classici – un’alterità densa di misteriosi significati – per qualcuno a venire?.
    Provo a rispondere, ma non vedo nell’oggi tanti misteri: al contrario
    tanta imbecillità (“L’imbecillità è una cosa seria” di M. Ferraris) e basta.
    L’Umanità è prigioniera di sè stessa, della propria ignoranza. Pane e filosofia di massa ? Ma quando mai?
    Osservo il “Χάος” primigenio. Cognitivo. valoriale, ermeneutico.
    Il Logos ha sempre cercato di rappresentare sul palcoscenico delle idee il mondo come un Kosmos rassicurante, ma che, alla prova dei fatti, si rivela, oggi come ieri, velleitario, ipnotico.
    Tornare alla grecità, questo dovrebbe essere il compito del pensiero. Quando il coro, nella tragedia greca, commentava le gesta dell’eroe, denunciava l’insensatezza delle vicende umane: ” meglio per te non essere mai nato!”, gridava Sileno al re Mida interrogante.
    E’ la vita che ci destabilizza quando assumiamo su di noi il compito innaturale di imbrigliarla in un “ordine fittizio” (Platone, Cartesio, Hegel), a tutela dei nostri cuori bambini.
    Nietzsche sosteneva, a ragione, che dobbiamo rimanere fedeli alla terra (madre) che ci ha partorito, in base al caso e alla necessità.
    Ribellarci ad essa (cifra dell’umano) significa demolire il terreno su cui i nostri piedi incerti poggiano. Siamo schiavi di una Volontà di potenza che ci porterà alla rovina. Segnali inequivocabili si scorgono ovunque, ma i nostri occhi non li vedono, accecati dalla tecnica prometeica.
    Chi verrà dopo di noi? Uomini migliori, superuomini o forse nostre fotocopie sbiadite? Certamente perdenti e perduti. Quindi non preoccupiamoci del loro giudizio. Stiamo quieti. Quel che resta del giorno è ormai poca cosa. Laggiù il vecchio sole, che ne ha viste tante, sta tramontando sul nostro orizzonte di senso e ci saluta beffardo.

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