Apologia (sonora) della notte

Mi ha sempre affascinato (e un po’ inquietato) la chiusura della Settima Sinfonia di Mahler: una poderosa, talvolta chiassosa e triviale ascesa verso la gioia più luminosa, che prima di assestare il colpo finale dell’orchestra evoca un’ombra sonora su tutte le cose, come a dire: non illudetevi, c’è luce e gioia, ma le tenebre e il dolore incombono, e con ogni probabilità saranno loro a dire l’ultima parola!
Del resto questa è la sinfonia mahleriana più “notturna”: sono ben tre le sezioni dedicate alla notte – le due Nachtmusiken (secondo e quarto movimento) che circondano lo Scherzo centrale, una danza macabra e grottesca, un vero e proprio sabba nel cuore della notte – che per certi aspetti è il vertice della sinfonia. Il primo movimento era stato un crescendo funesto e funebre (connesso senz’altro all’andamento emotivo della precedente sinfonia, la “Tragica”). Poi la lunga notte. Ed infine l’incedere della luce, che però richiama inevitabilmente l’ombra sul finale.
Nulla di nuovo nella concezione sinfonica mahleriana, che è essenzialmente dialettica, e che intreccia vita e morte e tutte le contrastanti e divenienti forme dell’essere: dalla Terza – sinfonia della creazione e della metamorfosi, dove la Natura sta ancora al centro della scena – fino alla Nona e a Das Lied von der Erde, i grandi canti del cigno, del congedo e della dissolvenza.
Ma torniamo alla notte: proprio mentre mi preparavo ad un nuovo ascolto della Settima sinfonia all’Auditorium di Milano, diretta dalla bravissima Zhang Xian, mi è capitato tra le mani un piccolo libro intitolato Elogio alla notte, un “inno a occhi socchiusi” di Claudio Marucchi.
La tesi fondamentale dell’autore, esperto di simbologia, esoterismo e culture orientali, è che la nostra cultura sta operando una sistematica rimozione della notte, illuminando tutto a giorno, sia fisicamente che concettualmente. Le metropoli sono perennemente illuminate, la luce ferisce ed omologa ogni cosa – non c’è più spazio per il buio, le tenebre, la calma, l’interiorità e il mistero della notte. Ogni cosa è illuminata – come recitava il bel titolo di un bel romanzo di qualche anno fa: l’illuminismo e il razionalismo imperano ovunque.
Intendiamoci: nel mio dna c’è sempre stato un alto tasso di illuminismo, dal quale non intendo recedere. Eppure… l’argomento che gli elementi notturni (ed anche sensuali, misteriosi, erotici che la notte porta con sé: éros in alternativa a lògos, alterità anziché identità) vengano sempre più espunti dalla cultura imperante, mi trova insieme molto d’accordo e preoccupato.
Del resto il narcisismo richiede che si sia sempre sotto la luce di un riflettore; la società dei consumi è un ciclo perenne – produci consuma crepa! – che prevede il medesimo ritmo sia di giorno che di notte. Anche quando siamo circondati dall’oscurità, abbiamo gli occhi sempre puntati su qualche schermo. Ai molti inquinamenti dei suoli, dell’aria e delle acque si aggiunge quello luminoso (e sonoro: non solo la notte, anche il silenzio è ormai compromesso): una dimensione notturna e silenziosa è in conflitto insanabile con le logiche imperanti dell’iperstimolazione e della prestazione.
Una società così iperattiva e diurna è sempre più incapace di concedersi ritmi lenti e naturali, ozio, vuoto e persino noia. Tutto dev’essere pieno, netto, chiassoso e solare. La notte, in tal senso – la vera notte, non quella dei locali, delle feste, delle metropoli – ci fa terrore. Eppure, come ci suggerisce Mahler, essa contiene un’infinita molteplicità di cose, a partire dal mistero e dalla dissolvenza dei confini delle cose: una rilassatezza e una Gelassenheit – una tregua dai rigori del giorno, dalla troppa luce – che non può non ritemprarci. Come se fosse un ritorno all’alveo naturale, all’innocenza originaria.
Come se“: Mahler ci suggerisce però che ormai non c’è ritorno possibile dall’alienazione, il rapporto armonico con la natura è compromesso per sempre. Lo scherzo centrale – Shattenhaft (indistinto, umbratile, fantomatico) – ci consegna alla danza di una natura spettrale, grottesca, deforme, dove sembra di zoppicare e di sincopare più che di armonizzare – e dove si sente fin troppo l’odore di zolfo. Vero che subito dopo fa capolino lo spazio lirico dell’amore: le note della chitarra e del mandolino inteneriscono ed illanguidiscono la seconda Nachtmusik, facendone uno dei quadri più accorati e sentimentali di tutta la produzione mahleriana – un canto notturno pieno d’incanto. Eppure, se la prima Nachtumusik aveva un afflato bucolico, pastorale, rilassato, la seconda mi pare piuttosto insidiata da un’atmosfera cupa, almeno per 3/4 della durata del movimento, rasserenandosi solo al termine (per lo meno il riascolto attento della versione di Sinopoli mi ha dato questa precisa sensazione).
Ciò non toglie che l’evocazione sonora della notte ci viene a ricordare che esiste anche l’incanto, che non tutto deve essere chiarito e chiarificato (e denaturalizzato), piegato alle logiche del senso e della ragione, pronto ad essere sfruttato per la nostra gloria e potenza – per l’eroico e titanico essere umano. Esiste anche la sfera dell’indefinito, della con-fusione con gli esseri e – vivaddio! – della mancanza di senso.
Ma il Finale in forma di Rondò con cui si chiude la sinfonia non lascia molto spazio all’incanto naturale, è anzi un sonoro risveglio a suon di fanfare e colpi ben assestati di timpano, musiche da fiera un po’ triviali, campane a festa – la vita è una festa, o almeno fingiamo che lo sia;  eppure, mano a mano che il motivo trionfale della luce torna ossessivamente a scaturire dalle pieghe della notte (succede almeno otto volte, se non ho sbagliato a contare), si apre piuttosto uno scenario angoscioso: il mio giovane amico Marci, che ha ascoltato con me per la prima volta la sinfonia dal vivo, senza conoscere Mahler se non dai miei discorsi, ha utilizzato il termine “caricatura” per descrivere questa apparente galoppata verso la gioia. Che infatti si chiude sotto lo scacco umbratile di una tragedia sempre in agguato (i passaggi dialettici maggiore-minore, gli ossimori timbrici, la quasi atonalità e le dissonanze si fanno sempre più ricorrenti in questa fase della produzione mahleriana).
Ma allora ben venga l’ombra, piuttosto che le fanfare del giorno, a ricordarci che l’incertezza, la fragilità, la finitezza sono la sostanza delle cose, ben più della luminosa ed infrangibile Verità. E d’altro canto, come ci ricorda Marucchi in apertura del suo elogio, “in principio era la notte”. Il poeta statunitense Stephen Dunn la celebra così:

Lascia arrivare la notte
con la sua austera grandezza,
le sue antiche superstizioni e paure.
Non può farci alcun male.
Metteremo un po’ di musica,
apriremo le tende,
lasceremo le cose scurirsi come vorranno.

[Per una guida all’ascolto della sinfonia, si leggano le ottime e puntuali schede dell’Orchestra virtuale del Flaminio]

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Una Risposta to “Apologia (sonora) della notte”

  1. Omissis Says:

    In effetti la volontà di sapere, almeno per me, è sempre stata ricerca dello svelamento di tutto quello che, per il momento, è avvolto dall’oscurità. Se l’oscurità cessa tout court che cosa rimane? La fine della mia stessa vita. Tutti i grandi uomini che ho avuto la ventura di leggere sembravano, all’approssimarsi della loro dipartita, estremamente “sicuri”. Con la sicurezza cessa il pensiero, che diventa ripetizione stanca. Io non solo ho imparato a impormi tentennamenti nel pensare, ma ho anche sviluppato, nel corso del tempo, una specie di repulsione fisica verso la certezza: la certezza è l’inizio della fine.

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