Fuga di solo a solo

Ribana Szutor - Fuga verso l'alto
Ribana Szutor – Fuga verso l’alto

Le Enneadi di Plotino si concludono con un grande inno all’ascesa dell’uomo divino, in fuga dal mondo, verso le altezze irraggiungibili della metafisica forse più potente dell’antichità. Si va, cioè, ben oltre le costruzioni aristoteliche o platoniche, oltre il nous, il mondo delle idee, le sfere celesti o il motore immobile, oltre l’anima del mondo – oltre addirittura lo stesso Essere: l’Uno li trascende tutti, e si erge alla distanza abissale della lontananza e dell’alterità assoluta. Quell’Uno che non è persona, non è creatore, non è emanazione, non è ragione, non è sostanza, non è principio – insomma, innanzitutto non è, o è al di là dell’essere e del non essere – confine estremo (ed opposto) di questa landa materiale da cui siamo afflitti che, qui in basso, confina con la notte del non essere, della materia in perenne disfacimento e dell’insensatezza.
E allora noi umani, che abbiamo evidentemente una scheggia di quell’Uno conficcata nelle carni, pur essendo innanzitutto corpo, possiamo eventualmente abbandonare questa valle di lacrime, e scegliere la via dell’elevazione, della contemplazione, dell’ascesi trascendente che, anziché al nulla delle tenebre, conduce al nulla della luce. Ma forse nemmeno questa opposizione è calzante, visto che Plotino evoca, forse per primo, un’ulteriorità che se non è irrazionale è sicuramente metarazionale: il filosofo-monaco, l’uomo divino, viene «quasi rapito o ispirato» per entrare «silenziosamente nella solitudine e in uno stato che non conosce turbamenti, e non si allontana più dall’essere di Lui, né più si aggira intorno a se stesso, essendo ormai assolutamente fermo, identico alla stessa immobilità».
Ma il termine che più mi interessa qui, accanto a quello (nominato una sola volta) di ekstasis, è aplosis (semplificazione; aplòos è ciò che è semplice, puro, schietto, ingenuo, sincero, assoluto, non mescolato; ma anche evidente, facile a comprendersi, persino grossolano e rozzo): Plotino descrive questa ascesa massima cui l’anima può arrivare come l’approdo al non-essere assoluto (di contro all’alternativa del non-essere sul lato opposto, quello del male e della materia): poiché così essa «giunge non ad un altro ma a se stessa», mentre il contemplante e il contemplato si fondono in un’unità che non patisce scissione, diversità, alterità – una vera e propria singolarità; non c’è qui alcuna essenza da raggiungere con la ragione, qui si è oltre la ragione e il mondo delle essenze. Il termine del viaggio è una vera e propria forma di alleggerimento, di trasparenza, di distacco (non solo dalle cose, ma anche dalla contemplazione delle cose), di silenzio radicale – si tratta, appunto, di una estrema semplificazione e della scoperta di essere, in ciò, radicalmente unici e solitari – nel cosmo, anzi al di là di esso.
Fuga di solo a solopònou pròs pònon – la chiusa del testo che lascia esterrefatti, ammutoliti, immobili: ridotti alla semplicità che si spoglia di tutto e di tutti, che abbandona ogni cosa e ogni umano per ricongiungersi all’unico principio che può dare la pace definitiva – una pace che, però, assomiglia troppo al gelo della morte, spoglia e disadorna com’è, persino di ogni bellezza contemplativa, per essere desiderabile. Ma, appunto, ogni desiderio è qui annullato, e si è come delle monadi svuotate. Soprattutto si è richiamati all’autoevidenza della verità: siamo forme emerse dal nulla che al nulla tornano, un’onda subitanea dell’essere, un punto nell’infinito, una presunzione di senso nel mare dell’insensatezza. Plotino pare dirci che non è il caso di darsi pena, complicando le nostre vite, meglio la strada della semplificazione, dell’alleggerimento, dell’annullamento: «Spogliati di tutto; elimina tutto; sottraiti da tutto».
Eppure il sogno di Platonopoli – la città-monastero abitata dai filosofi, che non ha più nulla a che fare con la Repubblica ideale di Platone – insinua il dubbio che questa fuga verso l’alto (o meglio, in se stessi), non sia poi tanto da attribuire all’orrore per la materia, le passioni, il lato notturno dell’essere, quanto piuttosto al caos umano, alle guerre, al disordine sociale. Fuga dal male della storia, più che dal male della natura. Semplificazione di una complessità ritenuta indomabile. Meglio allora la raggelante pace dell’Uno, che l’infuocato conflitto dei Molti. In ogni caso, l’esito sarà il medesimo: la semplificazione calerà dall’alto come una mannaia, anziché essere (difficilmente) raggiunta tramite l’illuminazione interiore.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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