Figure dell’ananke

È passato ormai un mese da che mio padre è morto e, oltre alla malinconica tonalità emotiva che non mi dà tregua, c’è anche un pensiero ossessivo che non vuol cessare: quello dell’ananke.
Ananke è figura terribile, e ben poco traducibile, della mentalità greca: nella lingua latina diventa la necessitas, ma il significato originario viene ad esempio reso da Empedocle come “antico decreto degli dèi” (fr. 115) che si fa “intollerabile necessità” (116). Sia Platone che Aristotele traducono l’ananke in linguaggio filosofico, ora in chiave logica ora in chiave metafisica e cosmologica, ma saranno gli stoici ad innervare più di chiunque altro il proprio sistema-mondo con quella potente fatalità (simmetrica ed opposta alla misera impotenza umana), che da Crisippo viene anche indicata come heimarmene, parola greca per indicare il fato o il destino.
Ananke è innanzitutto una figura violenta, inesorabile, che non dà tregua: la forza avversa (bia), l’impossibilità che qualcosa sia diversamente da come è (l’essere di Parmenide è avvolto da quelle stesse catene). Oltre che in forma logica (l’ananke, se si vuole, regge il principio aristotelico di non contraddizione, principio fermissimo, immobile, eterno, inscalfibile, irremovibile), ci si presenta anche nella modalità fisica e psicologica del tempo, come ciò che è irreversibile, che non può tornare indietro. Un consumarsi inesorabile delle cose.
La morte – pur nella sua sfuggevolezza e imprendibilità (si veda Epicuro) – si ammanta di tutte queste figurazioni e significati: la bocca si chiude per sempre, le mascelle si serrano, si scende nel gorgo muto, la luce si spegne e si precipita nelle tenebre, cessa ogni movimento, ci si irrigidisce, il corpo viene afferrato dal gelo dell’immobilità e dall’assenza di vita: tutto è riconducibile alla severa inesorabilità dell’ananke, contro il cui accadere nulla possono gli umani, se non arrendersi ed accettare e chinare il capo. Essa vince sempre e il suo maglio violento si abbatte sul destino individuale – come il martello di Mahler; il mare si chiude sopra il vascello che affonda – infin che ’l mar fu sovra noi richiuso, come canta Dante; il filo della vita si spezza, per sempre – le Moire hanno deciso, Lachesi ha infine operato il suo taglio netto, mai più ricucibile.

Ma perché l’ananke ci terrorizza così tanto, sia concettualmente che figurativamente?
Credo lo abbia ben capito Heidegger, quando in Essere e tempo lega la morte – l’essere per la morte – ed il suo inesorabile accadere, il suo essere “un’imminenza sovrastante” (ciò che è costitutivo, più proprio ed autentico, del Dasein, dell’esserci: si è vivi, si esiste in quanto si è destinati a morire), al concetto di possibilità. Il sospetto che la possibilità sia solo un’illusione della nostra mente, ci atterrisce: come si può essere-per-la-morte, per la più impossibile delle possibilità (che dunque non è una possibilità, ma la radicale negazione di ogni possibilità)? Noi possiamo vivere tutta la nostra esistenza con la convinzione di poter fare delle cose (di poter vivere) – si vive, ci si prende cura di sé e degli altri – ma l’unica vera certezza è il sigillo finale di tutte queste possibilità nella possibilità estrema che si rivela un’impossibilità – ovvero la morte: «La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci […] L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. Un’angoscia davanti alla morte è angoscia davanti al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile» – angoscia che è essenzialmente coscienza dell’ananke.

Eppure è proprio la possibilità-libertà, qui, a costituire l’eccezionalità della vicenda umana: la figura della simmetria dei due abissi, delle due (insopportabili) eternità che racchiudono la vita cosciente, ne fanno un’eccezione straordinaria, una contingenza improbabile, per lo meno da un punto di vista strettamente logico-scientifico: prima e dopo sono pensieri schiaccianti, terribili. Un eterno prima, che si interrompe per un attimo, l’inserzione di una figura individuale destinata a disfarsi proprio nel suo stesso costituirsi (Anassimandro lo aveva già decretato a chiare lettere in una macabra ontologia della pena: ogni essere paga al successivo il fio del suo esistere), per poi continuare in un’altra eternità – entrambe senza di noi. L’inserzione subitanea di una figura schiacciata da un eterno necessitante, ecco cosa siamo. Certo, qui c’è la nostra immagine temporale ad essere determinante, il concepirsi come una cronologia diveniente (si nasce, si muore, ci si consuma) e non come una forma o una figura (eterna) dell’essere, come pare suggerire Severino.
Ad ogni modo, in un caso come nell’altro, noi sporgiamo dal nulla (o dall’essere, è lo stesso) e vi torniamo. Siamo una sporgenza entro un abisso (o un duplice abisso). Dovrebbe forse consolarci questa radicale contingenza del nostro esserci, entro un oceano di necessità di cui non riusciamo nemmeno a sfiorare il senso? Che fine fa la libertà – una goccia in quel vasto oceano?
La sequenza – a) non c’è nessuna necessità che io venga al mondo, o comunque non ci sono indizi in tal senso, b) una volta comparso è però necessario che scompaia e mi inabissi, c) non c’è nessun elemento cui appigliarsi per credere che una traccia di me resti nel cosmo – è terribile, ma è la verità nuda e cruda. È, di nuovo, una configurazione psicologica dell’ananke. Possiamo solo consolarci con l’apparire di altre forme individuali (disperandoci però al contempo per il loro necessario disparire): Heidegger descrive questo come un vicendevole prendersi cura, volto però a tranquillizzarci, a nascondere l’angoscia, e dunque ad oscurare la verità più propria dell’esistenza umana, che è la coscienza della mortalità. Come dire che la socialità altro non è che un dispositivo per tenere lontano il pensiero della morte.

Tuttavia, coscienti o meno, non possiamo far altro che vivere aggrappati a quell’istante emerso dagli abissi che ciascuno di noi è – maledicendo la sorte, benedicendo una bellezza fugace e possibile.
Mio padre è stato una di quelle figure, una bellezza fugace. E la malinconica tonalità emotiva che mi pervade, è una figura (anch’essa possibile) di ciò che gli umani chiamano amore.

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10 Risposte to “Figure dell’ananke”

  1. sergio Says:

    Caro Md,
    ti sono vicino in quel dolore che il pensiero (della inesorabile necessità) non mitiga.
    Per il Greco l’uomo viene definito “il mortale”, colui che è legato al suo destino di morte. Come Prometeo deve scontare l’arroganza del suo pensiero “tecnico”, con cui crede di dominare il mondo, mentre, in realtà, ne è dominato.
    Incatenato alla rupe (ananke) si arrovella (si mangia letteralmente il fegato) perché vorrebbe su tutto signoreggiare (volontà di potenza).
    Sono passati 2500 anni e quella consapevolezza antica è più valida che mai. Il Greco non sperava e quindi non poteva dis-perarsi. Accettava le leggi dell’Essere e i limiti del suo ex-sistere.
    Heidegger non ha fatto altro che copiare da quella “cultura”, (essa sì immortale), Voleva andare oltre, perché accecato dall’ὕβϱις metafisica di cogliere l’essenza del λόγος. Ma come tu ben sai fece naufragio, Come tutti noi, del resto.
    Pietà per coloro che non hanno mai chiesto di essere gettati nel mondo e che, però, sono stati chiamati all’essere dalla cieca necessità.
    Ti lascio queste righe come epitaffio, congedo necessitato dall’impossibilità di un dialogo. I tempi per tutti sono assai grami.

  2. md Says:

    Grazie Sergio, più che mai occorre tornare ai maestri, ai fondamenti. Che suona come una bestemmia in un’epoca che ha fatto delle schiume dell’inessenzialità la sua cifra.
    Né sperare, né disperare. Resistere, col cuore e con la mente.

  3. isidoromartinelli Says:

    bello l’articolo, come sempre interessante l’analisi e le conclusioni.
    Nella tristezza ti sia di consolazione “sorella” filosofia e l’abbraccio di quanti come si sentono tuoi amici.
    Ciao !

  4. md Says:

    Grazie Isidoro!

  5. Elio Says:

    Complimenti per l’articolo. Ho scoperto da poco il sito e l’apprezzo molto.
    Marco Aurelio insegna bene il sollievo che alla nostra condizione viene dal pensiero stoico.

  6. md Says:

    Grazie Elio

  7. thingsbehindthesunsite Says:

    La tua articolata analisi va davvero alla radice del “Problema”. Ci sono due cose che mi hanno colpito: la socialità come dispositivo per tenere lontano il pensiero della morte e il vedere la malinconia come una forma di amore. Quest’ultimo, in particolare, è un concetto molto interessante, commovente e profondo.

  8. md Says:

    Grazie! È una fortuna che dal dolore possano talvolta nascere anche dei fiori…

  9. hermmk Says:

    “delle due (insopportabili) eternità che racchiudono la vita cosciente, ne fanno un’eccezione straordinaria, una contingenza improbabile, per lo meno da un punto di vista strettamente logico-scientifico: prima e dopo sono pensieri schiaccianti, terribili”

    Ma no, ma suvvia.

    Si legga qualche profilo dei siti di dating. Ne prendo uno a caso

    Donna, 35 anni, USA (cinese come razza)

    Felice Ottimistica Estroversa

    Cosa faccio nella vita? Felici me e gli altri.

    Le cose di cui non potrei fare a meno?
    Il mio iPod, la crema per le mani, Dio amici e risate con loro.

    Ma no, ma no, suvvia.

    Che schiaccianti e terribili e insopportabili. Ma lei li legge i profili della gente sui siti?

    Ahahaha…

    Happy! Felice Bella Intelligente Carattere forte (è come si rappresentano il loro eccesso di testosterone e la loro mania di comando sugli altri), interesse in business arte filosofia.

    #felici2017

  10. hermmk Says:

    Alla prima sillaba che gli scrivi che abbia un senso qualsiasi, che non sia inscritta nella squallida serie TV in cui, auto-ipnotizzandosi (perché poi, eh, ci sarebbe l’inconscio e l’anima. Ma se l’Io riesce a ignorarli consistentemente per l’intera vita… il problema di ogni scomodità è risolto, no?), vivono immerse, fuggono via.

    E tu rimani single.
    Almeno di non considerare i libri di Severino e le Sonate di Schubert come amanti.

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