Una quasi misantropia

Non è propriamente odio per il genere umano e nemmeno il nichilistico cupio dissolvi lingottiano del cos’aspettate ad estinguervi tutti quanti? No, non si tratta di questo, anche se non posso nemmeno dire di amare incondizionatamente il genere umano come lo amavo un tempo (potrei dire, dunque, che si tratta sempre più di un amore condizionato). È solo che dopo mezzo secolo abbondante (55 anni meno 48 giorni, per la precisione) di frequentazione assidua – e di attività e lavori che mi hanno costantemente esposto ad avere platee pubbliche – sono diventato intollerante nei confronti di folle, masse, fiumi di gente, popoli e moltitudini. Pure di slogan e cortei (dopo averne frequentati parecchi).
Diciamo che più che misantropia registro una vera e propria dissociazione dal genere umano nella sua attuale versione antropologica, forma che un tempo pensavo potesse essere facilmente trasformabile e riplasmata, del che sono ormai costretto in gran parte a ricredermi.
Ovviamente so di correre il rischio di commettere una sorta di sineddoche (o sarà una metonimia?), ovvero una generalizzazione dei vizi contemporanei e in ispecie di quelli occidentali e in ispecie ulteriore di quelli italici. Ma la grande omologazione che da alcuni decenni plasma le coscienze e i desideri umani è già andata oltre ogni più nefasta previsione.
Devo però dire quali sono gli elementi di questa dissociazione – in che cosa, cioè, io non mi riconosco più, pur partecipandone (per ora sono ancora in una posizione di animalità sociale dalla quale non posso uscire, così come non posso levarmi la pelle), e dunque risultando dissociato nella mia stessa mente – me da me stesso.
È la maledetta doxa prima di tutto, l’opinione, l’antico chiacchiericcio elevato a potere assoluto (in)formativo, amplificato a dismisura dalle web-potenze. L’abitudine, il per-lo-più, il mimetismo infingardo, il così-fan-pensan-tutti. Il trionfo dell’inautentico, della dabbenaggine, dell’improvvisazione, del piacismo facebookiano (terribile anche il suono di questa espressione).
In secondo luogo il narcisismo – vero grande male dell’epoca. Il guardare esclusivo al proprio ombelico che si accompagna ad un guardare (spesso malevolo) all’ombelico altrui – come se non esistessero altro che ombelichi. E proprio questo modo di guardare gli altri mi infastidisce parecchio (chissà, forse è un riflesso condizionato della pornografia digitale imperante): come un sentirsi addosso in continuazione lo sguardo altrui, che non è però lo sguardo dell’intelligenza e della condivisione, o dello stupore per la diversità, ma quello di una curiosità morbosa, di una volontà di sapere a tutti i costi, irrispettosa e beffarda, a sua volta narcisista, fagocitante e autoreferenziale. Non ti guardo, ma ti tengo d’occhio – anzi: ti teniamo d’occhio!
E da ultimo, tutto ciò raggiunge il parossismo nei non-luoghi o nei luoghi affollati (supermercati, piazze, locali, metropolitane, ma ormai anche mostre, eventi culturali, concerti). Qui gli atomi-narcisi si fanno massa – ciò che opacizza la luce, che è contagio, che rifiuta l’attesa e il mistero, che tutto distrugge e disperde, inerzia, corto circuito, immobile orgia del rito… come oltre 30 anni fa cantava Gaber.
Io non ho mai avuto paura della solitudine, che è anzi sempre stata dialetticamente funzionale alla mia socialità ed esposizione pubblica: entrare in me per poter uscire autenticamente nel sociale – una forma tutta mia di anarco-comunismo. Ma è proprio questa dialettica, questa relazione conflittuale – e però creativa – ad esser venuta meno: con quale dimensione sociale mi posso dialettizzare e confrontare? Con quali comunità, con quali idee?
In assenza di prospettive comunitarie soddisfacenti (tolte forse alcune piccole cerchie amicali, nicchie da coltivare come rari giardini epicurei), il mio solipsismo cresce così a dismisura. Non sono un misantropo ma tendo sempre più a dissociarmi, ad appartarmi, ad immalinconirmi.
In attesa di.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

2 pensieri riguardo “Una quasi misantropia”

  1. Condivido ogni cm della tua riflessione, e vorrei essere capace di analisi come te. Dire grazie mi sembra in questo caso doveroso ma soprattutto bello. La malinconia è spesso la sottotraccia della bellezza. la condizione che ci aiuta, che insegna a pensare anche a me. Armando.

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