Monadi digitali

[note a margine della lettura di questo recente testo del sociofilosofo Byung-Chul Han sul neoliberalismo e le nuove tecniche del potere]

1. La libertà come autoproduzione e autosfruttamento illimitati: la dialettica servo/padrone di hegeliana memoria è ora interna, del tutto interiorizzata: ciascuno è insieme servo e padrone di se stesso [ma cos’è “se stesso”?].
Dall’assenza conseguente di un noi politico Han ricava l’impossibilità di una rivoluzione sociale secondo lo schema marxiano.

2. Il capitale è il nuovo dio e orizzonte trascendente [questo era chiaro da tempo)]. La società digitale e i suoi dispositivi sono i luoghi di una neoreligiosità: facebook è la chiesa, il like l’amen, lo smartphone il nuovo rosario.

3. Il capitalismo emotivo: oggi non consumiamo cose, oggetti, merci, ma emozioni, illimitate emozioni. La psicopolitica neoliberale [nuova tecnica di governo globale, successiva alla società disciplinare, perché si fonda essenzialmente sulla positività dell’autosfruttamento] s’impossessa dell’emozione, penetra a livello limbico, istintuale, così da condizionare le azioni (motiv-azioni) sul piano pre-riflessivo.

4. Il vero nodo: liberazione del/dal lavoro. Lo sfruttamento del tempo libero, dell’ozio, della sfera del general intellect (linguaggio, forme di sapere, passioni, ecc.), la valorizzazione integrale. Non solo non si è marxianamente usciti dal regno della necessità, ma il regno della libertà (il tempo liberato dalla tecnologia) appare ancor più viscoso della necessità. [Sono catene agghindate di motivi floreali, come con efficace metafora chioserebbe Herder: costrizione autoinflitta]. Tutto ciò che viene apparentemente liberato è integralmente sfruttato e sottoposto alla valorizzazione, alla legge dell’utilità. La libertà [liberata dal liberismo] va allora pensata in termini improduttivi, come alterità assoluta al lavoro, inutilizzabilità – e in termini di “lusso”: Luxieren (distorsione), gioco, superfluità [categorie avvicinabili a quel che Bataille definiva dépense]. Con un’avvertenza: il capitale gioca la carta della ludicizzazione, esso si appropria anche del gioco come “altro dal lavoro”, sfruttando furbescamente le emozioni di homo ludens. L’anticapitalista dovrebbe a rigore cantare “non gioco più, me ne vado” – ma dove?

5. Dialettica vita/capitale e sua irrisolvibilità fintantoché il capitale è trascendenza. [Ma come si uccide, oggi, il dio che promette un godimento illimitato su questa terra?]

6. Il dataismo, la seduzione della trasparenza [tesi già note di Han, si veda il saggio La società della trasparenza; su questo blog ne ho parlato diffusamente, in particolare qui], il neoilluminismo digitale. L’incubo panottico realizzato: il controllo di ciascuno su ciascuno, la pornografia voyeuristica generalizzata, l’annullamento di ogni barriera tra interno ed esterno – la consegna di sé e della propria anima ai database digitali – fate di me ciò che volete. Opposizione di biga data allo spirito-concetto hegeliani: gli uni privi di forma e funzionanti per illimitata addizione [cattivo infinito], gli altri volti alla narrazione-costruzione di senso. Lo spirito del nostro tempo è privo di forma, è un’epoca senza ragione, senza causa, senza senso. [Lo spirito del nostro tempo è un tempo senza spirito – quantomai antihegeliano].

7. Figura dell’idiot savant: Deleuze e la “politica del silenzio” – ovvero di una possibile strategia di sottrazione alla coercizione comunicativa della psicopolitica. Depsicologizzarsi [non avere niente da confessare, da dire, da esprimere; i mali del nostro tempo: psicologismo, narcisismo, semiotismo – e su tutti il nichilismo – sosteneva uno dei miei cattivi maestri].
La chiusa del testo riprende il concetto deleuziano di immanenza – quale forma di vita che si sottrae al capitale e alla sua totalità-trascendenza.

Se lungo tutto il testo è chiaro lo slogan dell’andare con Marx oltre Marx, non è chiaro però (ma come può esserlo?) con quale forma politica lo si debba fare, se è vero che quella imperante è la forma psicopolitica neoliberale, che briga per azzerare ogni forma politica, che pare retroagire non tanto o non solo nel modo in cui le soggettività si formano, producono e lottano per la propria autoaffermazione, ma a livello prepolitico, emotivo, istintuale. Salta cioè la razionalità, che è il medium essenziale della politica. Il narcisismo atomistico e iperpositivo rende impossibile ogni dialettica, ogni noi, ogni reale conflitto (posto che tutte le forme di negatività vengono ingoiate dalla trascendenza del capitale e dalle sue tecniche manipolatrici e seduttive del desiderio).

Che fare di fronte ad una totalità iperpositivizzata fatta di monadi le cui uniche finestre sono sempre di più i dispositivi digitali?

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