Prima passeggiata filosofica

24-R.Guttuso-Passeggiata-in-giardino-a-Velate

Ogni giorno è raccomandabile iniettarsi in vena o inalare o masticare una dose modica di bellezza – unica sostanza stupefacente e psicotropa che non abbia danni collaterali.
Camminare è una di queste sostanze, e non deve mancare mai. Ma il passeggiare di cui facciamo esperienza oggi è piuttosto diverso dal camminare, dal marciare, dal correre, dal ritmico procedere della quotidianità. È più svagato, e, soprattutto, privo di scopo.
È inutile.
Ogni movimento della nostra giornata corrisponde ad una funzione, ha uno scopo predeterminato, pre-scritto (quasi sempre da altri). Sarebbe interessante mappare questi movimenti – da quelli automatici che facciamo al mattino appena svegli, a quelli della routine, lavoro-ufficio-scuola-università-spesa-incombenze varie, a quelli del tempo libero. Per quanto crediamo di essere liberi, la mappa corrisponde in massima parte (se non totalmente) a binari e fini precostituiti. Ogni movimento è utile, serve a qualcosa, risponde ad un bisogno o necessità o desiderio per lo più indotti.
Questo passeggiare, per contro, deve fuoriuscire dagli schemi, deve essere senza meta, privo di un fine. Non deve servire a nulla – non deve essere servo di nessuno.
Nella mappa della nostra giornata deve corrispondere allo scarabocchio insensato.

Ma perché ho avvicinato il camminare alla filosofia?
Molti sono gli esempi di camminatori-filosofi: da Aristotele ad Epicuro (con i loro giardini e peripati), per giungere fino a Rousseau o a Nietzsche (con la loro passione per l’aria aperta – pensieri en plein air, cui far prendere aria, evitando le stanze asfittiche dove i filosofi-culi di pietra filano teorie stantie).
Ma qui non si vuole nemmeno filosofare, o meglio non vi è nessuna predeterminazione in tal senso. Prima ancora di camminare e pensare con le menti dei filosofi e delle correnti filosofiche (corrente implica movimento, non a caso), la filosofia nasce come atto di rottura dei meccanismi dell’abitudine: Aristotele dice che è figlia della meraviglia, ma per meravigliarsi occorre avere lasciato alle spalle i crucci e le ansie del bisogno e dell’utilità. Solo l’ozio e il lusso (non certo lo pseudolusso dell’iperconsumo) possono generare meraviglia, stupore, novità. Di nuovo: stupefacente bellezza.
Ma ancora di più mi interessa l’elemento straniante e svagante che cova dietro tutto ciò. Ed è proprio alle origini della filosofia che ci viene fornita l’immagine plastica di questa esperienza radicale di straniamento: Talete che cammina guardando gli astri e che non vede di fronte a sé il pozzo (o il fosso) e vi finisce dentro, tra le risate della serva tracia (o della vecchia che gli aveva teso la trappola invitandolo ad osservare il cielo, a seconda delle versioni). Il filosofo non può permettersi di tenere i piedi per terra, deve deviare lo sguardo, straniarsi, uscire dal seminato, rompere con le abitudini – pur correndo il rischio di rompersi il collo.
Ma qui, in questo bellissimo parco, affetto dai primi segni dell’autunno, non corriamo certo questo rischio.
C’è una serie di espressioni della lingua italiana molto significativa – avere mille pensieri, darsi pensiero, essere in pensiero – che allude alle preoccupazioni, all’ansia, alla pesantezza dell’esistenza, a ciò che ci assilla ogni giorno. Ecco, paradossalmente in questo passeggiare filosofico ci si sgraverà dei pensieri, cercheremo di liberarcene. Il mio invito è a fare silenzio, svuotare la mente, azzerare ogni pensiero. Cammineremo il più possibile leggeri. Senza che c’importi del percorso o della meta…

[questa è, all’incirca, la mia introduzione alla prima passeggiata filosofica svoltasi domenica 1 ottobre al parco di Legnano, con la collaborazione di Radicetimbrica Teatro; ve ne saranno altre due, il 15 e il 29 ottobre – info http://www.teatrinofontana.it/prossimieventi/# ]

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Una Risposta to “Prima passeggiata filosofica”

  1. davide vincitorio Says:

    Credo sia simile alla meditazione.

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