Seconda passeggiata filosofica

Parliamo oggi di silenzio – e, per brevi accenni, di lentezza e di buio.
Le nostre società sono sature, ingombre, rumorose. Lo stile di vita moderno non può fare a meno del rumore: le macchine, i luoghi del lavoro e del consumo, il modo di muoversi – tutto prevede l’emissione di rumori, sottofondi musicali, tappeti sonori, chiacchiericcio continuo. Ma il rumore non è solo questo. Il rumore è anche l’iperstimolazione sensoriale cui siamo sottoposti.
Non c’è un solo attimo della giornata nel quale non veniamo sollecitati da qualcosa. Immagini, informazioni, opinioni, video, chat, mail, squilli, chiamate… ogni cosa richiede la nostra attenzione, il nostro consenso o (più raramente) dissenso. Viviamo perennemente immersi in quella che Platone chiamava pheme, il rumore del mito. La rete è il nuovo mito.
Siamo sempre connessi. All’affanno di un tempo – il logorìo della vita moderna – si è ora aggiunto quello dei social network, creando tra l’altro l’illusione di una grande libertà e di un illimitato movimento.
Le giornate devono essere sempre occupate, piene, dense di cose da fare. E in questa pienezza non c’è spazio per il silenzio. È diventato una merce rara. Praticamente un lusso.
Era stato Hans Magnus Enzensberger già vent’anni fa, nel saggio intitolato Zig Zag: saggi sul tempo, il potere, lo stile, a rilevare un paradosso riguardante il lusso. Quasi un rovesciamento.
Oggi il lusso non risiede più nel possedere oggetti costosi, nel consumo, nel riempimento del vuoto esistenziale, sta semmai nel poter allontanarsi dalla saturazione, dal rumore: il tempo, lo spazio, la tranquillità, l’ambiente pulito, questi sono oggi i veri articoli del lusso. Solo chi ha accesso a questi nuovi beni è davvero ricco.

Ma che cos’è il silenzio?
Il silenzio – per lo meno in termini assoluti – non esiste.
La volta scorsa avevamo citato di passaggio John Cage e il suo celebre brano 4’33”. Partendo dall’idea che la musica sia un insieme di suoni traforati di silenzi (o viceversa), il musicista americano pensò di mettere in primo piano l’elemento silenzioso, che tale non è: ci sono i rumori della sala, i ronzii delle luci, il respiro delle persone.
Il silenzio totale è un’assenza percettiva, un concetto-limite, una prossimità alla morte. Anche quando si è in campagna, e pensiamo al silenzio, in realtà esistono i suoni della natura – certo, più piacevoli di quelli della città.
Il nostro bisogno di silenzio è in realtà il bisogno di attenuare ritmi, rumori, di alleggerire il peso di quella pienezza, di quella saturazione.
Abbiamo società squilibrate, troppo piene, che ci ingombrano di continuo la mente, senza sosta e senza il contraltare degli spazi vuoti. Il mondo è fatto di opposti e della loro rotazione. Nella società del pieno non c’è spazio per il suo opposto, il vuoto, l’assenza, ciò che determina la porosità delle cose.
Ma cosa ce ne facciamo del silenzio?
Forse può servire a ritornare in sé. A ritrovare il proprio io. Ricentrarsi. Concentrarsi. Tornare all’essenziale. Pensare. Meditare.
Dove sono oggi i luoghi del pensiero, della meditazione? Un tempo c’erano almeno i chiostri, le chiese. Ormai è una chimera trovare luoghi appartati, zone silenziose, ritmi più lenti e naturali.
Il camminare svagati – nonostante il rumore di fondo, che comunque permane – ci restituisce una possibile nicchia silenziosa.
Il ritmo, il respiro, l’ansia – tutto rallenta e si fa più rarefatto.
La stessa cosa si potrebbe dire del buio. Si parla oggi di “inquinamento luminoso”: si rileva, ad esempio, come sia sempre più difficile ammirare i cieli stellati.
Vi è una sorta di illuminismo imposto: ogni cosa è illuminata!
Pure la quiete della notte (che tra l’altro è anche un rallentamento naturale, che noi abbiamo forzato trasformando la notte in una sarabanda festosa, in un continuum temporale che non prevede tregua) aiuta il pensiero.
Il silenzio non solo consente di pensare, ma anche di agire di conseguenza: siamo al paradosso di una società complessa, che dunque richiede molte competenze e decisioni, che però non lascia spazi adeguati alla ponderazione, alla riflessione.
L’agire politico necessita di silenzio, non solo di parole e di oratoria. Ma mancano i “pensatoi”.
L’ascolto – di se stessi e dell’altro, ed anche delle cose, della natura, dell’essere – si può fare solo tramite il silenzio, l’attenuazione dei rumori e dei ritmi.
Com’è possibile ascoltare le voci – soprattutto quelle più sottili ed interiori – se tutto viene sommerso dal rumore di fondo – dal pheme e dal perenne chiacchiericcio della società satura?

Annunci

Tag: , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: