Terza passeggiata filosofica

Dopo lo straniamento e il silenzio, facciamo un passo più in là.
Proviamo a far fare al nostro pensiero un passo filosofico più deciso.
Abbiamo sgombrato la mente. Abbiamo provato a fare silenzio, vuoto, a rallentare, a liberarci dalla saturazione, a svuotare e a sgravare i pensieri. A non avere assilli dovuti ai bisogni o all’utilità. Ci troviamo in una disposizione decisamente favorevole alla filosofia. Possiamo così avventurarci, con passi felpati, in un sentiero impervio, che non sappiamo dove porterà.
Proviamo ora a fare un esperimento più propriamente filosofico.

Siamo in una situazione di sospensione – i greci la chiamavano epoché, sospensione del giudizio. Un filosofo del ‘900, Edmund Husserl, ha provato a farne una condizione preliminare del proprio pensiero filosofico, definendo questa tecnica epoché fenomenologica – sospensione e messa tra parentesi del mondo dato, “naturale”, se si vuole delle abitudini, delle percezioni, delle conoscenze, delle tradizioni, delle forme tramite cui il mondo ci si presenta. Tutto ciò che definiamo “realtà”.
Questa camminata filosofica sospesa ci consentirà di affacciarci ad un mondo senza forme, o meglio, ad un mondo in cui ciò che conta sono le forme in quanto tali.
Per forme intendiamo le cose nella loro originarietà ed immediatezza, per come esse si presentano immediatamente alla coscienza (anche se è difficile concepirle scrostandole da tutte le precedenti percezioni, significati, ecc.).
Proviamoci.
Proviamo, cioè, a contemplare le cose al di là del loro consueto significato.
Forme pure. Vi è la possibilità di giocare liberamente con le forme. Questa è la tipica esperienza estetica: l’arte non fa altro che giocare liberamente con le forme, ricreare la natura, trasfigurarla – liberandosi dal suo peso, dalla sua gravità o dal bisogno che ci lega ad essa. Persino dall’incombente pericolo del disfacimento. L’arte consegna le forme alla durata, all’eternità.
Qui però faremo un’esperienza ancora più pura ed originaria. Noi non vogliamo nemmeno giocare con le forme così come fa un artista, non ci interessa, qui, concepire un’opera d’arte. Proviamo ad andare ancora più all’origine di questo processo.
Le forme – sia visive che sonore che tattili, qualsiasi senso percettivo è qui in azione, non solo la vista – si danno di fronte a noi nella loro pura espressione, e noi le contempliamo senza alcuno scopo preciso.
Ci troviamo in uno stato che va al di là delle consuete forme di conoscenza. Al di là della percezione sensoriale – quella che ci serve per orientarci nel mondo, sapere cosa evitare, dove andare, quali cibi cercare, ecc. Al di là della conoscenza razionale – quella che ci consente di organizzare un’intera nicchia ecologica, un ambiente umano, culturale, una sorta di mondo parallelo a quello naturale.
Alcuni filosofi hanno notato come ci sia un’ulteriore forma di conoscenza, del tutto disinteressata, che non ha più a che fare con la percezione sensibile e nemmeno con la ragione o con l’intelletto. Spinoza, ad esempio, ha concepito tre forme di conoscenza, tre livelli del nostro modo di rapportarci al mondo. I primi due sono quelli consueti – percezione e ragione. C’è poi il terzo, che di solito viene ignorato, e che è appannaggio soltanto di coloro che si estraniano da ciò che è consueto, che viene visto dai folli, dai visionari, forse dai fanciulli. Qualche volta dai filosofi.
Il terzo modo di conoscenza ci conduce senza preavviso, di colpo, in modo immediato ed intuitivo, alle forme pure ed originarie del mondo: è una vera e propria intuizione del mondo e delle sue forme senza alcuna intermediazione, senza scopo, senza significato.
Io contemplo il mondo – o meglio, c’è una mente pura che contempla le forme pure, e i confini consueti si sfrangiano. Sia io che il mondo non siamo più definiti.
Detto così sembra un’esperienza di tipo mistico – e in effetti ci troviamo in quella zona.
Proviamo ad esemplificarla o ad immaginarla – anche se sarebbe contraddittorio darle una definizione.
Il nostro sguardo, la nostra immaginazione, i nostri sensi viaggiano liberamente lungo le forme delle cose – la natura, gli alberi, i comignoli, i tetti, le nuvole, i fili d’erba, i voli degli uccelli, i rombi lontani delle automobili, lo scricchiolare dei nostri passi sul sentiero, i colori autunnali, l’intrico dei rami sui tramonti accesi e gelidi dell’inverno, gli sbocci primaverili…
Noi scopriamo che in tutto questo c’è un’inspiegabile forma di piacere estetico, puro, originario che ha a che fare semplicemente con la pura sensazione di esistere: noi siamo, come tutte le cose che sono – coesistiamo, siamo con, con-essere. C’è una strana pace, un vento calmo che spira in questo modo di intendere le cose, la vita, l’essere, l’esistenza. E ogni forma è la medesima onda del mar dell’essere, non c’è un piano alto, non ci sono gerarchie, né vertici; non si danno né guerra né pace né conflitto né dialettica – esiste un unico orizzonte, un unico piano, in cui tutti gli esseri coesistono pacificamente. E sono modi del medesimo essere metamorfico.
Pure forme dell’essere.
E tutte quelle forme di vita, le variegate espressioni di un unico essere, non sono nomi, non sono idee, non sono astrazioni, ma vita pulsante nella quale si è da sempre ricompresi.
E se attraverso i sensi e la ragione noi conosciamo in un modo pressoché uniforme, che si ripete negli individui secondo schemi precostituiti, questo terzo sfuggente modo di conoscere ha l’aspetto della singolarità: ciascuna e ciascuno vi accede in un modo che è proprio e che non è riconducibile ad uno schema o ad una categoria.
Forse non è nemmeno comunicabile.
Lo si può soltanto vivere e sperimentare in prima persona. È la filosofia che si fa corpo. E che gioisce insieme ad altri corpi.

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