Dopo Homo sapiens

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Non so bene se qualificare quella di Leonardo Caffo – giovane e promettente filosofo italiano (di cui avevamo parlato qui) – una “utopia post-umana”, tanto più che questi termini avrebbero necessità di essere ridefiniti in maniera accorta. In questa Fragile umanità, ad essere senz’altro suggestive sono le immagini-anticipazioni derivanti dall’antispecismo (una tradizione di pensiero che, seppur recente, vede ormai irrobustirsi le proprie basi argomentative), sintetizzabili in un recupero dell’animalità diversa da quella propugnata da Nietzsche, ovvero una “presenza a sé” (Rousseau la chiamava “sentimento dell’esistenza”) che può però realizzarsi solo nel superamento della scissione posticcia umano/animale, e in un ritorno alla corporeità.
La tesi forte del saggio è la convinzione che la storia di Homo sapiens sia ormai giunta al termine, e che stia agendo – in contemporanea – una nuova speciazione laterale nata dalla consapevolezza di questa imminente fine: un’autoestinzione fortemente voluta ed annunciata, se è vero che la specie dominante, con le sue pratiche espansive, predatorie e colonizzatrici ha ormai consumato l’habitat necessario al suo stesso stare al mondo, e ha generato un vero e proprio sistema autoimmune, non più in grado di discernere ciò che danneggia sé e l’ambiente.
Un tramonto che vede un vero e proprio trionfo di un Mein Kampf antropocentrico – e poco importa che sia di marca nazista, fondamentalista o neoliberista: l’esito è comunque segnato, la violenza nichilista è la medesima della gioventù hitleriana, quella che avrebbe dovuto spaventare il mondo, col suo essere una specie rapace e dominatrice, ardita e terribile – operazione senz’altro riuscita.
Nella prima parte del saggio, viene discussa preliminarmente la necessaria deposizione dei tre abiti antropocentrici: lo specismo (morale), il geocentrismo (ontologico), il creazionismo (scientifico). Posso dire che collimano perfettamente con un decennio di discussioni anti-antropocentriche caratterizzanti questo blog (che nasceva espressamente con questa intenzione ecosofica, bioepocale, postumana): non c’è alcuna ragione fondata che ci consenta di dire che siamo speciali, superiori, finalizzati o al centro di alcunché. Ciò non toglie che, nonostante Copernico, Darwin e la scienza in generale ci assestino sonori schiaffoni all’insegna della contingenza da qualche secolo, noi andiamo in direzione ostinatamente contraria, sentendoci speciali, unici, vertice e fine della creazione o dell’evoluzione. Padroni strafottenti del pianeta.
Ma proprio quella che i greci chiamavo hybris, proprio la smisurata avidità che il sistema capitalistico e neoliberistico ha saputo dispiegare con inusitata potenza, insieme al sovrannumero, ci condurranno alla fine. O meglio, al passaggio ad altro. E qui ci sono due aspetti del ragionamento di Caffo da sottolineare:
1) tutte le disquisizioni anti-antropocentriche ed ecosofiche (in particolare quelle dell’ecologia profonda) sembrerebbero mostrare il fianco alla critica di ricaduta antropocentrica, da cui sarebbe impossibile uscire: anche nell’essere antispecisti (o nel definirci animalisti o, più correttamente, animali tra altri animali, specie tra le altre specie) peccheremmo di antropocentrismo. Anche nel negarci come centrali rimaniamo centrali, se non altro perché è sempre il nostro punto di vista ad essere in campo, non quello di un altro. Questa la risposta, non saprei dire se convincente, di Caffo: «l’antropocentrismo da cui si deve uscire è quello che condiziona ciò che non ci appartiene e lo piega al nostro modo di vivere e voler vivere; l’antropocentrismo in cui l’umano capisce come vivere, e ne fa progetto, è più o meno come il leopardismo o il gattismo – ogni specie pensa in quanto meccanismo specie-specifico». (94)
2) lo scenario post-umano qui anticipato non ha nulla a che fare con altre configurazioni post-umane, soprattutto con quella del transumanesimo o del superomismo nietzcheano, così come, puntualizza Caffo, nemmeno con il post-umanesimo tecnologico o l’immaginario ibrido dell’uomo-macchina.
Dunque di che speciazione o bivio evolutivo si tratterebbe? Sostiene Caffo che «la speciazione in atto è una “speciazione simpatrica”: due popolazioni si evolvono separatamente pur vivendo nello stesso territorio». E la specie post-umana parrebbe destinata a vivere in spazi interstiziali (il terzo paesaggio di Clément, l’architettura dell’abbandono) e con stili di vita cosiddetti “sostenibili” che già stanno chiaramente emergendo, su tutti il veganesimo e un nuovo modo di rapportarci all’animalità e alla natura.
Ma questo nuovo scenario etico deve basarsi su una nuova configurazione antropologico-filosofica, una nuova metafisica, una nuova concezione dell’essere: la speciazione ha cioè una sua propria ragion ontologica d’essere, che è poi quella spinoziana-deleuziana (dunque per noi nient’affatto nuova) che contempla un piano orizzontale ed immanente volto a parificare (e a pacificare, pur in un contesto eterotrofo, dunque inevitabilmente violento) tutte le forme di vita e i modi dell’essere: “le forme di vita in mezzo a noi, la legge morale intorno a noi”, per parafrasare-rovesciare Kant. Ogni creatura è al suo posto, mentre noi siamo stranieri migranti, nomadi sulla terra (zingari del cosmo, come direbbe Monod) – ma il fatto che non ci siano centri (e dunque che non debbano essercene), rende tutti noi periferici – “tutti noi” equivale a tutte le miriadi di specie, quelle che Homo sapiens mette a repentaglio ogni giorno in più della sua permanenza predatoria sul pianeta. La periferia, dice Caffo, risulta così affollatissima – ma essere periferici, sviluppare la “visione periferica” equivale ad essere – tutti – al centro. La trascendenza diventa un ferrovecchio che va lasciato alle nostre spalle: non l’uomo trascende, ma è trasceso dal mondo: questa è l’immanenza (ancora Deleuze!), farsi trascendere dal mondo, non trascenderlo.
Rimane tuttavia problematico il senso di quel “noi” – posto che occorre deporre una volta per tutte l’io narcisistico e distruttivo di homo sapiens: il postumano contemporaneo è un movimento in cui si resiste o da cui si è sommersi?
Un’ultima cosa, che mi trova molto interessato a questa prospettiva sia teoretica che pratica: la centralità del concetto di forma, non come categoria che, di nuovo, trascende il mondo, lo astrae e categorizza per dominarlo, ma che è forma tra le forme (che può benissimo essere tradotto con animale tra gli animali, se non fosse ancora così astratto-categorizzante, oppure corpo tra i corpi): l’essere è metamorfico, l’essere è uno, l’essere è la molteplice espressione di miriadi di modi e forme – e noi siamo una di queste, ben poco essenziali alla comprensione o alla tenuta dell’intero disegno. L’essere era prima di noi, sarà dopo di noi – ci prescinde, mentre noi non possiamo prescinderne.

[Ma questo è solo l’inizio di un ragionamento – o meglio, visti i precedenti lungamente discussi su questo blog, una tappa. A breve proverò a cimentarmi in uno scritto un po’ più ampio, dove cercherò di fare il punto, dopo le 19 tesi e i 18 punti, proseguendo così nei miei tentativi di indicare una direzione insieme etica ed ontologica della riflessione filosofica in piena bioepoca – una riflessione che ha quantomai bisogno di un noi, essendo l’io una forma di homo sapiens che lo sta mandando alla deriva]

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4 Risposte to “Dopo Homo sapiens”

  1. riccardograzio Says:

    Ciao Mario, sono Riccardo! Allora, ho letto il testo di Caffo e la tua analisi. Volevo scriverti di 5 punti che non mi hanno convinto. Spero di non risultare troppo prolisso. Cominciamo:
    1- Antropocentrismo come progetto sul mondo:
    Caffo nota che “ogni specie pensa in quanto meccanismo specie-specifico”. Nonostante l’autore adduca a motivazione l’argomento della “speciazione simpatrica”, mi pare che, in continuità con la tua puntuale analisi, venga offerto il fianco (e anche qualcosa di più) a critiche antropocentriche. Inoltre l’analisi del punto di vista di Kevin Warwick (pg.60), sulla attuale coesistenza umani/postumani, non gioca a favore dell’eventuale “schiaffo” all’antropocentrismo, ripronendo una divisione tra specie: (umano/postumano).
    2- la pratica artistica contemporanea e l’utopia organizzata: questo è un punto che mi ha incuriosito parecchio, anche a causa delle mie scarse competenze in materia. Molto interessanti gli esempi. Si rimane, tuttavia, nel campo dell’utopia (vero e proprio leitmotif del testo) e, per dirla con Emil Cioran “utopia, ricordiamocelo, significa da nessuna parte”.
    3- l’etologia e i suoi problemi: uno dei punti meno utopici e più interessanti del testo è quello della problematizzazione della pratica etologica, probabilmente uno dei punti in cui mi trovo più d’accordo in tutto il testo.
    4- la positività del concetto di limite: “fermarsi, dove andare avanti significa violenza, è l’unico vero e paradossale modo di progredire”. Questa riconsiderazione del concetto di limite, pacificamente condivisibile, necessita solo di una breve aggiunta, probabilmente banale: il limite, anche autoimposto, è la miglior via per introdurre nel proprio orizzonte di possibilità strade ignorate in precedenza e, perché no, strade nuove. La riconsiderazione del percorso permette possibilizzazioni inaudite, dal mio punto di vista.
    5- superamento del sistema binario (questa è una impressione. Non penso di avere gli strumenti concettuali per ribattere con successo a Caffo, ci lavorerò): l’analogia che Caffo propone, quella del Tao, finalizzata al superamento della logica binaria, mediante un simbolo non processabile entro tale logica, non è particolarmente convincente. Più che proporre un nuovo, e soprattutto,chiaro punto di vista sull’argomento (va bene che il testo non si propone come un trattato di logica) l’autore aggira il problema, confondendo un po’ le acque.

  2. riccardograzio Says:

    Errata corrige: “5 punti del testo che mi sono apparsi critici e interessanti”, non “5 punti che non mi hanno convinto”

  3. md Says:

    grazie Riccardo per le tue puntuali ed attente osservazioni: diciamo che l’impressione generale è che il testo susciti una tensione utopica forte, affacciandosi sulla configurazione post-umana come possibilità che si erge tra le macerie di Homo sapiens (una fine asserita e scontata) – anche se è una possibilità operante già qui e ora, motivo per cui si parla di speciazione simpatrica (anche se personalmente storco sempre il naso quando si adoperano concetti biologici in campo etico, politico o sociale – metabasi in altro genere) – mentre sono poi molti i punti solo accennati che necessiterebbero di ulteriori approfondimenti, come quello che tu citi a proposito della logica binaria. Diciamo che forse il testo pecca di un eccesso di citazionismo. Ad ogni modo gli spunti di riflessione prevalgono senz’altro su quelli controversi, anzi, direi che proprio questi spingono la riflessione più in là. È il bello della filosofia, no?

  4. riccardograzio Says:

    Sì, concordo nella tua considerazione. Purtuttavia la struttura programmatica del testo a tratti si abbandona a ipotesi/asserzioni eccessivamente ottimistiche, il che risulta abbastanza destabilizzante per un lettore che mira a una lettura abbastanza disillusa dei testi filosofici, in modo da evitare di scadere in eventuali (eccessive) fantasticherie ( a cui è già predisposto normalmente).

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