Il quadrato vuoto

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The Square è un film straniante, inquietante, spaesante – ma anche divertente. Pieno di cortocircuiti visivi che rimandano ai cortocircuiti sociali. Di scale viste dall’alto. Di flussi di umani inebetiti dai loro specchi digitali. Di mendicanti che contrastano con le vetrine luccicanti del Nord Europa. Di opere d’arte cervellotiche e sgradevoli – poiché sgradevole è la casta che vorrebbero scuotere.
Tanta roba in questa opera dello svedese Ruben Östlund (che già aveva diretto il notevole e perturbante Forza maggiore), a partire dall’idea cui rinvia il titolo: un’installazione artistica ritagliata sulla pavimentazione esterna al museo (l’ex palazzo reale), che racchiude un recinto sacro nel quale tutti sono uguali, sia nei diritti che nei doveri. Evidentemente lo sono solo lì. Ma siccome è l’epoca scioccante-virale, per lanciare la cosa a livello pubblicitario e mediatico, viene diffuso un video nel quale una bambina mendicante (per di più bionda, altro cortocircuito visivo) salta per aria proprio dentro il santuario-quadrato – causando reazioni scandalizzate di sdegno. (Peccato che questo sdegno non si manifesta mai quando le folle, imbambolate dai loro metafoni, sommergono i questuanti fuori dei bar o sulle scale delle metropolitane).
Al centro di questi cortocircuiti il protagonista, Christian: il narciso belloccio direttore del museo, la cui perdita (o furto organizzato?) del portafogli, del cellulare e dei gemelli scatena una serie di fatti che semina caos sulla sua vita, già abbastanza in subbuglio – amplificando a dismisura l’imprevedibilità della contingenza.
Alcune scene sono memorabili: lui che per cercare un numero di telefono (che dovrebbe riaggiustare le cose e mettere a tacere la voce di un ragazzino spettrale dei quartieri periferici) si trova immerso in un mare di rifiuti sotto la pioggia battente; lui che perde le bambine in metropolitana e che è costretto a chiedere aiuto al mendicante cui poco prima non ha potuto dare monete (visto che paga solo tramite carte di credito); lui che scopa in maniera pressoché meccanica e casuale con una giornalista che vuole a tutti i costi il suo sperma; ma la sequenza più sublime, insieme divertente e massimamente inquietante, è la performance artistica dell’uomo selvaggio  – anticipato da alcuni filmati allucinati – che viene liberato nel corso di un ricevimento di benestanti amici del museo: qui il cortocircuito si fa parossistico, e la bestia palese che si voleva addomesticare nella sua spettacolarizzazione, scatena le bestie nascoste sotto la patina borghese.
In sostanza, ci viene detto a viva voce, è inutile fingere: dietro le maschere crepate del vivere borghese (e cortese), alligna la solita natura umana, fatta di ipocrisie, bestialità, egoismo, narcisismo. Il quadrato è destinato a rimanere vuoto.

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