Zoon politikon – 5. Totalitarismo e zoon non-politikon

Non l’Uomo, ma gli uomini abitano la terra.

[Il titolo può apparire bizzarro, ma nell’articolazione del discorso sulla politicità di homo sapiens, siamo giunti in quel momento della storia recente nel quale si è manifestato drammaticamente un sistema sociale inedito, fondato sulla totale negazione della politicità – e dunque, a parere di Aristotele, dell’essenza dell’essere umano: se si getta via la sfera etico-politica rimane uno zoon – una nuda vita – che non è nemmeno più un animale. È insieme forma mostruosa e pezzo sacrificabile di una macchina infernale – questo, a parere di Hannah Arendt, è stato essenzialmente il totalitarismo nel Novecento.
L’urlo gelidamente razionale che la grande filosofa (o meglio: teorica della politica, come preferiva essere definita) gettò contro il cielo nero del nazismo (ma anche dello stalinismo, occorre non dimenticarlo), ancora oggi suona talvolta incompreso. Questo perché non del tutto compreso è stato quel “male”, che non è affatto archiviato, anzi.
Quel male, che lei definì “banale”, è qualificabile come ancor più agghiacciante, proprio perché agisce per lo più inconsapevolmente – o meglio, in assenza di pensiero e di consapevolezza. I mortiferi laboratori di Auschwitz, o il lavoro forzato dei Gulag, che produssero un nuovo tipo umano impolitico, una “nuda vita”; le masse anonime atomizzate e straniate, superflue e sostituibili; il risentimento e l’indifferenza, il disprezzo per i fatti, il razzismo, l’omologazione sociale, il culto della personalità, la polizia politica come cuore dello stato, le purghe e i processi-farsa – tutto questo non è morto e sepolto nel 1945, nel bunker di Hitler, o nel 1953, con la morte di Stalin. I semi totalitari sono ancora vivi e vegeti e attecchiscono, e prefigurano – di nuovo – uno zoon non-politikon passivo, inebetito e controllato dalle nuove potenze tecnocratiche ed economiche. Da ideologie apparentemente pulite, perbene e neutrali. Molto meno ideologiche, all’apparenza, di quelle del secolo scorso. Ma che potrebbero essere anche più letali]

***

Nel nostro percorso su zoon politikon – e nella evidente dialettica tra lo stato-leviatano e l’irriducibile libertà del singolo di cui abbiamo parlato negli ultimi incontri – avevo pensato di inserire a questo punto una riflessione dedicata al concetto di totalitarismo, con riferimento all’opera di Hannah Arendt (proprio a ridosso della giornata della memoria), anche perché mi interessava stabilire dei nessi con i fenomeni contemporanei di fanatismo e fondamentalismo: dal jihadismo al riemergere di fenomeni razzisti e neonazisti in Europa, al suprematismo o allo scontro di civiltà, e così via.
L’incontro cade poi ad una settimana dall’episodio di Macerata che segna un ulteriore aggravarsi delle tensioni nel nostro paese, ed in particolare l’emergere di una tendenza piuttosto preoccupante, che mette in questione proprio il paradigma di animale politico: con il ritorno di teoremi e tesi ideologiche che speravamo fossero definitivamente archiviate, insieme ad un uso distorto dei fatti (specie di cronaca nera) ad uso politico. Si profila cioè uno scenario in cui la politica non è più la sfera di gestione e risoluzione dei conflitti (si veda la polis greca), nonché la manifestazione spirituale più alta di homo sapiens, quanto invece l’uso interessato dei conflitti, delle insicurezze globali e della paura per questioni di potere e di dominio.
La distorsione del rapporto tra fatti e ideologia è, come vedremo, uno degli ingredienti essenziali del totalitarismo. Che non vuol dire che siamo alle soglie dell’avvento di un regime totalitario o fascista, ma che, di sicuro, elementi totalitari abitano il nostro tempo – segnali che dobbiamo saper riconoscere e a cui dobbiamo prestare la massima attenzione onde evitare precipitazioni drammatiche delle crisi sociali ed economiche.

Dividerò l’argomentazione in tre passaggi. Nel primo cercherò di inquadrare l’uso del termine “totalitario” all’interno della tradizione filosofica e dei concetti di tutto, totalità, universale, ecc. Passerò poi al testo di Hannah Arendt Le origini del totalitarismo, concentrandomi in particolare sulla terza parte del saggio, sui “requisiti” dell’ideologia totalitaria e sulle tesi conclusive. Proverò infine a mostrare come l’attuale pericolo pre-totalitario stia proprio nella spoliticizzazione di zoon politikon, e nell’emergere di una figura che è piuttosto quella di uno zoon non-politikon.

1. Sull’uso del termine totalitario e, soprattutto, sul suo rapporto concettuale con alcuni elementi della tradizione filosofica e filosofico-politica occorrerebbe affrontare una riflessione seria e profonda e, per certi aspetti, imbarazzante, ma che esula dal nostro tema di stasera. È la stessa filosofia ad aprire, se vogliamo, lo spazio della totalità, con l’evocare fin dai presocratici il bisogno umano di comprimere in unità la diversità, di far dipendere ogni cosa da un unico principio (l’arché), e di mettere in catene (le catene di una verità dal cuore non tremante, come dice Parmenide) la molteplicità: “un unico sommo dio ai mortali simile in nulla, né figura o pensiero”, è la strada che percorre Senofane alla ricerca di un principio che “tutto intero vede, tutto intero pensa, tutto intero ascolta”. Non diversamente, peraltro, dalle religioni monoteistiche.
Ed è, come abbiamo visto, il più importante filosofo della politica dell’epoca moderna, Hobbes, a identificare in una forma di statolatria (divinità terrestre) e di principio unificante totalizzante, qual è il suo stato-Leviatano, la soluzione della conflittualità umana: omologare e consegnare tutte le energie e potenze umane al dio-stato porrà fine all’insicurezza, alla paura e al dolore.
Vengono poi evocate altre figure di “uomo nuovo e totale”, che qui non è però il caso di analizzare perché ci porterebbero fuori strada, ma è chiaro che il concetto di “totalità” si pone con forza entro il linguaggio e la mentalità politica della modernità.
Ma la “totalità” non è più ormai soltanto un concetto, una teoria, un’idea filata dalla mente di un pensatore – bensì, con l’incedere della modernità e il comparire sulla scena della storia di grandi masse sempre più mobilitabili, diventa uno dei tratti caratteristici della nostra epoca (basti pensare alle cosiddette istituzioni totali).

2. L’analisi di Hannah Arendt si concentra in gran parte sui fatti storici, e su alcuni antefatti, che hanno interessato la storia europea tra gli ultimi decenni del XIX secolo (l’epoca dell’imperialismo) e le due guerre mondiali.
Rendo subito conto di un problema teorico preliminare, che deriva tra l’altro proprio da una delle sue tesi forti a proposito dell’affermazione di una visione totalitaria del mondo: la preminenza dell’ideologia sui fatti, e la riconduzione-compressione di ogni fatto al quadro ideologico che lo spiega (e quando lo contraddice, alla sua contraffazione od eliminazione). Ogni teoria, in sostanza, correrebbe il rischio di una sua deriva totalitaria, soprattutto qualora guardasse alla sola coerenza logica, come se si trattasse di un sillogismo che prescinde dai suoi contenuti – ma è il pensiero vivo e critico, la libertà ontologica e costitutiva dell’umano, come vedremo, l’unico antidoto possibile a queste derive totalizzanti.
Un secondo problema, che qui non affrontiamo, riguarda l’attribuzione di totalitarismo essenzialmente al regime nazista e a quello stalinista, con esclusione dei vari fascismi ed autoritarismi, proprio perché, secondo Hanna Arendt, sono i regimi che spingono fino alle estreme conseguenze (in particolare dell’annullamento dell’individualità nei campi di sterminio o nei gulag) l’ideologia del terrore totalitario, con la distruzione di tutte le precedenti configurazioni politiche, giuridiche, istituzionali.
Ma veniamo agli ingredienti essenziali, la cui genesi è però estremamente complessa e va ricercata, come dicevamo prima, in processi storici di lungo corso – la Arendt dedica la prima e la seconda parte del suo saggio ai fenomeni storici dell’antisemitismo, con particolare riferimento all’affare Dreyfus, e dell’imperialismo, con la crisi degli stati-nazione, l’espansione militare, economica e politica delle borghesie europee, e così via.
Da questa poderosa analisi, sia fattuale che ideologica, identificherei alcuni tratti essenziali del fenomeno totalitario, che convergono tanto nella sua formazione ideologica e movimentista, quanto nella sua prassi, fino all’istituzione di regimi totalitari compiuti:
-sul piano sociale, il ruolo delle masse, nuovo fenomeno della modernità: la demografia svolge un ruolo essenziale, specie in termini quantitativi; affinché vi sia il totalitarismo devono esservi grandi riserve di masse sacrificabili e atomizzate. Arendt non lo cita, ma fa qui capolino il concetto jungeriano di mobilitazione totale (un altro grande testo su questo tema sarà poi Massa e potere di Canetti, di cui ci eravamo occupati nel ciclo scorso). Le masse vengono omogeneizzate, le classi rimescolate: i regimi totalitari sono per loro natura interclassisti, ed anzi eliminano dalla vita politica ogni partizione classista tipica dei partiti;
-sul piano emotivo e psicologico: livore sociale, odio generalizzato, risentimento – ovvero le passioni tristi (come direbbe Spinoza) di cui sempre si nutre chi aspira al potere; e nel momento in cui questi sentimenti si diffondono a livello di massa, possono diventare armi potentissime nelle mani dell’ideologia totalitaria;
-che infatti se ne serve innanzitutto con gli strumenti della propaganda; non solo, l’anti-utilitarismo e il millenarismo sono elementi tipici, che fanno presa sulle masse dei movimenti totalitari: i fatti e la mentalità borghesi sono gretti, non è l’utilità ma la realizzazione di un grande destino storico a doversi affermare;
-costitutivo dell’ideologia totalitaria è, come già accennavamo, il disprezzo per i fatti e la loro costruzione ad arte: sono i fatti a doversi adattare all’ideologia, e non viceversa. Conseguentemente anche gli atomi umani sono sacrificabili sull’altare dell’ideologia;
-la gerarchia, l’identificazione tra capo e volontà, l’organizzazione deresponsabilizzante sono altri tratti caratterizzanti la macchina totalitaria: occorre qui richiamare un successivo, quanto esemplare, saggio della Arendt generato dal processo al gerarca nazista Eichmann, dove la banalità del male viene proprio riconosciuta come tratto distintivo, grigio ed anonimo della macchina totalitaria;
-la polizia politica come cuore repressivo dello stato – un vero e proprio panopticon terroristico realizzato, con l’ossimoro di un innocente che si autocolpevolizza, che confessa l’inconfessabile, e sacrifica la sua superfluità per far trionfare la macchina statale-totalitaria (si vedano, ad esempio, le “purghe” staliniane)
-occorre infine riflettere sul “capolavoro” – e non è un caso che io usi questo termine, vista la scritta beffarda all’ingresso di Auschwitz e la logica industriale con cui lo sterminio verrà realizzato – il capolavoro totalitario, ovvero l’universo concentrazionario e i campi di sterminio. È probabile che in questo caso chi si è impegnato più a fondo sia stato il regime nazista, laddove i gulag, che non hanno certo fatto meno morti, non rispondevano ad un progetto così ambizioso e definitivo, in grande stile, come la “soluzione finale” (un’inverosimile forma di malvagità) – anche perché il “lavoro coatto” era la condizione generale dei lavoratori sovietici, col mito stakanovista indotto.
Nel campo si realizza la premessa di tutta la macchina totalitaria: rendere superflui gli umani, sacrificarli in nome dell’affermazione di potenze quali la natura o la storia. Non solo, qui avviene la trasformazione della natura umana, il suo adattamento definitivo alla logica totalitaria: il suddito-modello del regime totalitario viene prodotto nei suoi Lager.
Si ottiene così una biologizzazione radicale della condizione umana, una vera e propria spoliazione sistematica del suo essere zoon politikon fino alla sua riduzione ad animale (il linguaggio zoologico è il linguaggio dello sterminio: gli ebrei erano parassiti o piattole da disinfestare), nuda vita, oggetto (Stücke, pezzi numerati col tatuaggio all’ingresso): l’abitante del campo è del tutto deprivato della sua natura giuridica, morale ed individuale. L’individuo diventa il pezzo (sempre sostituibile) di un meccanismo gigantesco e anonimo, animato solo dalla volontà di un capo, che deve realizzare il suo destino storico-naturale.

3. Concluderei brevemente con le ultime pagine del testo di Hanna Arendt, dedicate a due categorie fondamentali della macchina totalitaria, che però inquietano particolarmente perché io credo siano i tratti distintivi della contemporaneità, e che forse nella nostra epoca sono ancora più accentuati: l’isolamento, come condizione e distruzione della vita politica; l’estraniazione, come elemento tipico della vita sociale, che vede una progressiva distruzione della “vita privata” e dell’interiorità.
Questi due elementi – anch’essi tipici delle società di massa atomizzate ed anonime – mettono proprio in discussione il tratto ontologico tipico dell’umano, che Hannah Arendt riconduce, sulle tracce di Aristotele, alla sua politicità: nel successivo saggio Vita activa la Harendt vede il pericolo del prosciugamento della libertà umana, proprio nella riduzione di Homo sapiens ad Homo faber e laborans: l’agire viene sempre più sostituito dal fare e dal lavorare. Si profila così una condizione (che però non è una natura, è qui importante il termine distintivo utilizzato) sempre più impolitica, depoliticizzata da una parte, e però, al contempo, controllata da macchine sempre più raffinate.
Le potenze in campo oggi non sono più il bios o la storia, com’era stato per le ideologie della razza o dell’annullamento delle classi, ma la tecnica. La macchina totalitaria è tecnologica, e i singoli vengono sempre più assorbiti da un sistema tecnico-totalitario su cui non sono in grado di esercitare alcun controllo. Siamo così isole straniate, orfane di una comunità politica e di un contesto sociale.
Ma questa, appunto, è condizione non natura – e le condizioni possono essere modificate, il contesto può essere rovesciato. Hannah Arendt affidava questo compito alla nascita, all’inserzione del nuovo, un vero e proprio gesto politico che riazzera le cose e le fa ripartire dalla primigenia capacità di agire, di creare qualcosa di nuovo, di avviare processi che non sono macchine omologanti, ma relazioni umane plurali. Ma  nulla è qui garantito, sta ai cittadini pensanti e senzienti riprendersi la loro capacità di agire e di pensare, evitando di essere pensati o agiti da potenze estranee (ed interessate). La partita tra libertà e totalità omologante è ancora aperta.

Annunci

Tag: , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: