Mood

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Marco Revelli utilizza più volte nel saggio Populismo 2.0 il termine inglese mood – traducibile con umore o stato d’animo – per descrivere la condizione emotiva delle società esposte ai venti del populismo. Il mood epocale sembra insomma essere l’incertezza diffusasi in Occidente nell’ultimo decennio (ma che covava dal decennio precedente) – un mood pronto a mettere sul mercato della demagogia il proprio vissuto di sofferenza e di disagio, e ad offrire al primo capopopolo utile la sensazione di deprivazione come  trampolino di lancio per il decollo politico.
Il declassamento e la frammentazione prodotti dal venir meno delle certezze fordiste (processo massicciamente avviatosi almeno a partire dagli anni ‘80), la globalizzazione neoliberista, con il rapace trasferimento di risorse dal lavoro al capitale, che ne ha fatto soprattutto un gioco speculativo (il finanzcapitalismo) anziché un reinvestimento produttivo; la delocalizzazione e la deindustrializzazione – tutti questi processi che hanno investito come una buriana un Occidente abituato agli allori di oltre mezzo secolo di espansione (e di stato sociale), hanno messo in crisi il sistema politico tradizionale e avviato un vortice populista che nella Brexit e nell’elezione di Trump ha avuto i suoi primi scioccanti colpi di scena.
Quelle che Sloterdijk ha definito le “banche dell’ira”, ovvero i partiti della sinistra e le chiese, capaci di intercettare, gestire e differire il disagio sociale, sono andate in tilt.
Il populismo nelle sue molteplici forme (da Trump a Marine Le Pen, dalla AfD tedesca al grillismo al leghismo) non intercetta più blocchi sociali (come un tempo i partiti), ma quel mood, quegli umori (in genere pessimi).
Come dire che la politica si muove ormai su onde emotive, non su progetti razionali in grado di gestire, mediare e risolvere i conflitti. Ma quel disagio, quella deprivazione, quella sensazione di marginalità, tradimento, perdita devono trovare delle sponde, degli sbocchi, delle soluzioni. Ora come ora danno fiato alle trombe populiste – succedanee del “popolo” di un tempo, molto spesso coniugato in termini identitari o etnoregionalisti, con l’annesso pericolosissimo ricorso ai capri espiatori, in particolare gli immigrati (l’est Europa, che pure non viene dagli allori d’Occidente, ma che di certo sognava il Bengodi dopo l’incubo del socialismo reale, ne è un inquietante laboratorio).
Mood nazionale: anche in Italia, prima Berlusconi, poi Grillo, poi Renzi e ora pure Salvini inseguono gli umori, con atteggiamenti, strumenti, dispositivi e demagogie diverse. Ma il linguaggio è il medesimo: il discorso retorico dell’anti-casta, dell’anti-establishment (anche quando se ne fa parte), della rottamazione, della disintermediazione, della comunicazione diretta col mood del popolo, col suo sentire e con gli umori più profondi e genuini; una retorica volta ad intercettare la marea montante di quel profondo disagio (che negli Stati Uniti si è incarnato nel più improbabile dei capipopolo, in Inghilterra si è manifestato con la Brexit e in Italia con il secco No al referendum costituzionale).
Il berlusconismo nel frattempo si è appannato e il renzismo si è ben presto eclissato (occorre essere simpatetici per inseguire il mood, e Renzi non lo è, nonostante la sua sia una retorica populista al pari delle altre – un “populismo dall’alto”, lo qualifica Revelli, di lotta e di governo). Al momento sono in ascesa il leghismo neosovranista e il grillismo – il vaffa purista che ora vuole governare.
Pessimi umori per pessime soluzioni politiche. Anche perché la sinistra non scalda più il cuore. Operai, lavoratori, precari, giovani se ne sono scollati e disamorati da tempo. Il mood va in altre direzioni. Sparse.
Ed è forse una salvezza, almeno per ora, che alla frammentazione sociale non segua una identificazione di massa in un unico salvatore del popolo. Dio ce ne scampi. Ma sarebbe meglio se ce ne scampasse Marx.

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