Un paese dove è bello vivere

Non so se sia frutto dell’educazione popolana impartitami dai miei genitori, o dalla frequentazione assidua di amici anticonformisti e sessantottardi, o da quella ancora più assidua con i filosofi – ma annuso l’ipocrisia a un miglio di distanza. Mi sbaglierò, ma la social-indignazione che da qualche tempo imperversa nel paese dove vivo e lavoro (similmente ad altri), a causa della piaga dello spaccio di droga, puzza di ipocrisia.
Sgombro subito il campo chiarendo che: non mi piacciono le sostanze, specie se se ne diventa dipendenti (l’unica Sostanza con la maiuscola che amo è quella di Spinoza), anche se so bene che ciascun umano, nessuno escluso, fa uso di una qualche sostanza (con la minuscola) per lenire il dolore di vivere – e vale tutto, dalle droghe psichedeliche pesanti agli psicofarmaci alla ludopatia alla dipendenza dai videogiochi al cioccolato alla cannetta della buonanotte alle sigarette ai socialnetwork all’infinita varietà di alcolici e misture derivate (che, fino a prova contraria, fanno ancora il maggior numero di morti).
Né tantomeno mi sfugge il problema che questa pletora di sostanze implica, quando impatta sulle menti fragili degli adolescenti – che, però, devono gestirsi la droga più pesante di tutte, ovvero quella di essere al mondo (daccapo: la sostanza di Spinoza).
Così come, infine, so bene che la ricaduta “ambientale” dello spaccio è in generale la creazione di zone, sia fisiche che umane, depresse, di rapporti sociali alienati, di marginalità, brutture, decadenza – quella che in genere viene indicata con il termine “degrado” (nel caso in questione: i boschi residuali e la stazione, luoghi non certo casuali).
Fatte queste premesse generali, e senza voler entrare nel merito del problema, vorrei aprire una riflessione sul linguaggio usato dal “popolo della rete” per parlare di questi fenomeni. Utilizzo come cartina al tornasole, magari poco scientifica ma senz’altro rappresentativa degli umori della maggioranza, la pagina facebook del comune dove vivo – “sei del tal comune… se”, cui è iscritto circa un terzo dei residenti. Si tratta di quei gruppi apparentemente nati per esaltare le bellezze o le peculiarità locali (quando ci sono), i ricordi, le memorie – e che però diventano immancabilmente il parafulmine di ogni lamentazione pubblica o privata, una sorta di bar o bottega o bettola amplificati all’ennesima potenza.
[Sia detto per inciso: 8000, uno per ogni comune, di questi luoghi della rete ben orchestrati, possono modificare sostanzialmente la percezione sociale e, conseguentemente, il mood della nazione e l’eventuale risultato elettorale].
In genere si tratta di luoghi dove imperversano le “passioni tristi”, specie nell’infinita catena dei commenti (che sono poi quelli che rivelano il tono prevalente dell’umore sociale). Nella fattispecie, a proposito del linguaggio utilizzato quando si discute di spaccio, degrado sociale e simili, colpisce come i termini siano i medesimi delle lamentele riguardanti i problemi della nettezza urbana, della pulizia delle strade, dell’abbandono dei rifiuti, delle deiezioni canine e simili. Senza soluzione di continuità si parla di merda, schifo, spazzatura, sporcizia, rifiuti, porcherie; e, di riflesso, quando intervengono le forze dell’ordine (con applausi, finalmente, era ora), di pulizia – bella pesante, totale, radicale, piazza pulita.
Gli spacciatori non hanno mai un volto (o se ce l’hanno è etnicamente determinato), salvo essere inquietanti (quando va bene) e, più spesso, feccia e sporcizia da eliminare, similmente alle sostanze e al morbo di cui sono portatori.
Del tutto assenti dalla lista di contumelie sono però i clienti-consumatori – e non può non venire il sospetto che tra gli indignati ci sia qualcuno di loro, o qualche loro amico o parente. Che, anzi, a pensarci bene devono essere parecchi, se è vero che il problema è “grosso”, come fanno continuamente notare, e che non se ne può più, sono dappertutto, sono pieni i boschi e la stazione a tutte le ore, si ha paura ad uscire di casa, e così via. (Naturalmente non manca mai il teorema che lega tutto ciò ai rom, agli immigrati, ai ladri e alla consimile feccia).
E qui il cerchio dell’ipocrisia si chiude: non credo che queste schiere di spacciatori vengano a vendersi le sostanze tra di loro – qualcuno degli onesti cittadini, o dei loro dorati figli, le comprerà pure. E allora siano onesti fino in fondo e dichiarino che, piuttosto che avere i pusher sotto casa, sarebbe meglio la legalizzazione, anziché il più ottuso e ipocrita dei proibizionismi. Oppure si chiedano come mai c’è tutto quel bisogno di evasione da quella merda di realtà che tutti viviamo ogni giorno. Insomma, si facciano qualche domanda prima di scrivere cose a caso.
A me il degrado non piace. Nei boschi mi piace camminare, correre, respirare, meditare, contemplare la natura (possibilmente non deturpata dall’eternit – che di sicuro non è stato abbandonato dai temibili spacciatori). Fatto salvo il mio geloso bisogno di solitudine, ho sempre pensato che i boschi dovrebbero essere luoghi di socialità, anziché di alienazione e paura. Ma nell’ordine delle cose che temo, permettetemi di mettere in cima il linguaggio paranazista (magari inconsapevole) di certi leoni da tastiera…

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