Smartossici

Sempre più lo smartphone sta diventando l’oggetto principale – il dispositivo universale – che scandisce il tempo di milioni, anzi di miliardi di umani. Si è diffusa una vera e propria smartdipendenza, che ha creato schiere di smartossici e nuove forme di alienazione metropolitana. Da tempo osservo questi processi, che paiono ineluttabili, con un misto di incredulità e di stupore. Naturalmente ci sarà qualcuno che nel frattempo starà specularmente osservando me, mentre a mia volta ne faccio uso. Nessun’altra dipendenza come quella da smartphone è mai stata così rapida, virale, invasiva e… speculare-speculativa, quasi che ci si trovi ormai in presenza di un sostituto evolutivo dei neuroni-specchio.
Il paradosso maggiore che si genera in questa grande smartbolla nella quale siamo immersi – un paradosso ormai ampiamente digerito nonostante la sua evidenza – è l’illusione di essere in contatto col vasto mondo, proprio mentre si perde il contatto col  mondo – con quel che fisicamente e socialmente era il mondo, ritenuto a torto o a ragione troppo piccolo, fino a qualche decennio fa. Si obietterà che questo accade (o accadeva) anche con la lettura dei libri, con la radio e la tv, con l’ascolto della musica in cuffia, e con la dislocazione in un altrove da essi favorita. Ma lo smartphone è infinitamente più potente di un libro o di qualsiasi altro contenitore di suoni e immagini: esso è un borgesiano libro dei libri, e molto, molto di più. È immagine, parola, suono, voce, medium, desiderio, astrazione, specchio delle mie brame – ma soprattutto rappresenta l’apertura potenziale ad ogni cosa, un vero e proprio oggetto metafisico universale, allusivo e simbolico come pochi altri oggetti. Ogni app, da questo punto di vista, è come una formula o una bacchetta magica.
L’assorbimento integrale e la profonda modificazione dei comportamenti, dei gesti e delle relazioni stanno lì a testimoniarlo. Siamo ormai in piena smartepoca – che, certo, potrebbe anche durare meno di un battito di ciglia, visto l’incedere incontrollabile delle tecnologie più radicali in tempi sempre più accelerati. Ma la direzione di marcia verso nuovi comportamenti e modi di essere è ormai presa, e sarà difficile tornare indietro.

Quel che segue è un primo catalogo smart-etologico, tra il serio e il faceto, che mette insieme una piccola fenomenologia di gesti impensabili solo una decina di anni fa.

  1. Partiamo dall’evaporazione del pudore borghese e dall’avvento di un’inedita impudicizia – ovvero dal trionfo della società della trasparenza: credo fosse una dozzina d’anni fa, quando ancora c’erano i telefonini, che mi accadde di assistere ad una lite spettacolare tra lei (seduta davanti a me) e lui (chissà dove), su un intercity Milano-Roma, per quasi tutta la durata del viaggio. Lei accoccolata sulla poltrona mentre con grande disinvoltura redarguiva ad alta voce l’ormai ex-fidanzato, sciorinando l’infinita lista di tutto quello che non andava tra di loro – o meglio, di tutto quello che a lei stava sul cazzo di lui – mentre io cercavo di sparire nel mio libro. Ero io a sentirmi a disagio, non lei. Si annunciavano tempi durissimi per la riservatezza e l’interiorità.
  2. Naturalmente, per converso, se qualcuno violasse lo smartphone dell’altro sarebbe come forzare e violare il suo spazio vitale, la sua più profonda intimità, la sua privacy, come s’usa dire oggi: è ammessa e anzi istigata la pornografia digitale, a patto che sia un gesto narcisistico, meglio ancora se autoestorto e poi esibito urbi et orbi.
  3. Si è poi costituita nel tempo, forse per reazione, un’impudicizia fintamente garbata – un annuire o un ammiccare in tralice, come a volersi scusare, del tutto inutili visto che il flusso comunicativo, pur meno sguaiato del precedente, appare comunque inarrestabile – non è colpa mia, se questo coso squilla trilla vibra luccica suona si muove in continuazione, sembra dire il volto sfuggente dell’interlocutore che hai di fronte…
  4. Il cui comportamento rimane tuttavia incomprensibile quando, proprio mentre gli stai parlando, decide di rispondere ad una chiamata, lasciandoti come uno stoccafisso: chi sta a miglia di distanza viene sempre prima di chi hai di fronte, fosse anche un petulante gestore dei servizi telefonici che ti invita a cambiare bandiera.
  5. In genere i più anziani sbraitano, mentre i più giovani sussurrano. Ci sono poi categorie particolari. Molto interessante, ad esempio, quella delle donne slave, con i loro discorsi fitti e urlati, specie sui treni della domenica: quasi che quella gragnuola di parole possa arrivare fin nei villaggi, nei campi, nelle steppe o nelle tundre dei luoghi di origine di alcune di loro, a cavallo delle onde elettromagnetiche.
  6. A tal proposito un problema enorme è dove piazzarsi sul treno: occorre avere i rudimenti di una smartpsicologia, ovvero della nuova e sopraffina arte di scrutare le facce, le mani, le dita dei viaggiatori, per capire che tipo di smartphonici potrebbero essere, prima di essere sommersi dalla loro eventuale smartmachia, e onde evitare di saltabeccare da una carrozza all’altra come degli idioti anti-sociali.
  7. Terribili sono poi i suoni non silenziati. specie sui treni a lunga percorrenza, dei messaggi o delle chat, che vengono sciorinati in sfibrante successione (talvolta le vibrazioni son pure peggio) – per non parlare delle suonerie con le canzoni preferite, da Profondo rosso alla Cavalcata delle valchirie, all’insegna della smartdiscrezione.
  8. Che dire del modo di camminare, delle grandi falcate – avanti e indietro, avanti e indietro, come ex-galeotti; oppure delle risate sbellicate? Ma soprattutto della nuova postura babbuinica, col collo ricurvo e il volto chino che quasi vorrebbe aderire allo schermo – face to face? Andrebbe fatto uno studio socioantropologico anche sul diverso modo di atteggiarsi, di muovere gli arti, le mani, le dita, o di usare la voce, o sulle espressioni facciali, labiali, di ciglia e sopracciglia, in seguito al massiccio contagio smartossicologico.
  9. Ancora più diffusa è in verità l’espressione webete e ilare, quel sorrisino scemo che si accende e spegne sul viso di chi sta chattando – che un po’ ti fa venir voglia di sapere cosa diavolo si stanno scrivendo. Salvo scoprire che sono le stesse identiche banalità che stai leggendo e scrivendo tu.
  10. Ovviamente la telefonia mobile invasiva e pervasiva ha fatto saltare le categorie spaziotemporali – cosa già evidente in principio con la celeberrima domanda d’esordio dove sei?, che un tempo a me veniva di rintuzzare con un cazzo te ne frega?, ma che ora non ha più nessuna rilevanza visto che la risposta, speculare alla domanda, è diventata un’ovvietà totalizzante: sono qui e ora, iperconnesso, senza più distinzione di luogo e di tempo, di giorno e di notte – se è vero che il primo e l’ultimo gesto della giornata degli smartossici è quello di controllare i loro schermi, non sia mai che qui e ora succeda qualcosa senza di loro.
  11. Che ci dice, se pure ce ne fosse bisogno, che lo smartphone è l’oggetto narcisistico per antonomasia: chiunque lo impugna sta solo rivolgendo a se stesso il mondo, e se stesso al mondo, in una relazione sempre più unilaterale e paranoica.
  12. Un fenomeno particolarmente rilevante è il totale assorbimento della mente del soggetto da parte dell’anima metafisica della sua smartprotesi (che ti fa anche venire il sospetto che la protesi sia ormai l’umano, non la macchina): specie in metropolitana, dovesse arrivare un pazzoide armato di machete, nessuno smartphonico scamperebbe all’eventuale strage.
  13. A tal proposito: ormai impazzano sui social le foto – ovviamente fatte con lo smartphone ad uso dei suddetti, in un folle circolo vizioso – di masse anonime di smartdipendenti giustapposti come atomi incomunicanti. Ricorderò sempre l’impressione che mi fece la prima volta che sorpresi un quartetto di adolescenti attorno a un tavolo della biblioteca, mentre ciascuno di loro comunicava con qualcun altro, e son sicuro che la cosa importante non era chi fosse, ma che non si trovasse lì.
  14. E visto che si parla di adolescenti: è diventato un loro gesto irriflesso quello di estrarre dalla tasca lo smartphone e di palparlo/guardarlo in continuazione, quasi un succedaneo della masturbazione, o come se quel flusso fosse magico e perderlo li trasformerebbe immantinente in sfigatissimi brutti anatroccoli, o, peggio, li renderebbe inanimati.
  15. Non che da questo gesto siano immuni gli adulti, che anzi lo integrano fanaticamente con un indaffaratissimo multitasking dei dispositivi, come quando li vedi usare contemporaneamente un paio di smartphone, un portatile e un tablet, per un totale di 64 finestre aperte – con le loro agili dodici dita.
  16. A proposito della smartversatilità, un modo interessante di usare lo schermo è quello dello specchio: qualche giorno fa ho visto una ragazza sul treno che si truccava davanti al suo smartphone, mentre ascoltava la musica dai suoi candidi auricolari e chattava con qualcuno (cui suppongo abbia poi inviato un’immagine del suo smartrucco).
  17. Non so se esistano i nativi digitali, di sicuro, però, esistono i pollici digitali: chi è nato nel Novecento inoltrato, non potrà mai digitare e strisciare con le dita – in ispecie coi pollici opponibili – alla velocità con cui lo fanno i nati di smartphone. E nemmeno far aderire plasticamente ai padiglioni auricolari le cuffiette così come fanno gli adolescenti (né avere il loro stesso livello di saturazione da decibel). Del resto, si tratta di banali leggi evolutive.
  18. Che dire a questo punto dei selfie? Le pugnette digitali aprono tutto un mondo su cui ci si può sbizzarrire ad libitum. Citerò qui due soli esempi. Il primo: la gimkana che occorre fare per attraversare i ponti dei Navigli, mentre gli smartebeti son presi ad immortalarsi coi loro lunghi bastoni sul fondo di un fiammante tramonto arancione-smog. Il secondo: i falsissimi selfie di gruppo, condivisi magari al ristorante, dove tutti ridono a comando – clic!, e poi tutti tornano alla noia mortale di prima (in genere ai propri smart).
  19. Non saprei dire se c’è un ordine di detestabilità dei comportamenti smartdevianti: trovo fastidiosa, ma tutto sommato in basso nella graduatoria, la luminaria dei minischermi mentre sta per cominciare il film sullo schermo principale: al cinema, ormai, c’è chi osserva in tralice il film mentre chatta, guarda la sua pagina facebook, ingurgita popcorn, rutta e parla con l’amico accanto – tutto senza soluzione di continuità. Evitare dunque, come la peste, i cinema multisala, a meno che non si tratti di un fumettone della Marvel!
  20. Senz’altro più detestabile quel che può avvenire in una sala da concerti di musica classica, quando il firulì firulà di un messaggio o il perepepè di una chiamata piomba nel bel mezzo di un pianissimo dell’orchestra. Nel 2012 un direttore d’orchestra a New York interruppe il concerto (la Nona di Mahler) proprio per uno squillo in sala (la marimba di un iPhone). Personalmente ho assistito all’imbarazzante scena di uno squillo sul palco, quando a suonare fu la giacca di un violoncellista, ma gli andò bene perché successe in un momento di pausa. [Vero è che a Roma è stata anche fatta l’esperienza dell’app Geek Bagatelles, che permette agli spettatori di interagire con l’orchestra ad un segnale del direttore].
  21. Di sicuro, però, in cima alla lista della detestabilità c’è la figura, in preoccupante ascesa, dello smartautista, ovvero dello smartcoglione che pensa che il mondo digitale e i social non possano fare a meno di lui mentre è al volante, e viceversa. Ed è proprio sul volante che tiene lo smartphone, a mo’ di clacson: tanto non gli servirà per suonare al povero viandante che verrà steso sulle strisce pedonali – magari mentre guarda a sua volta un video su youtube – sacrificandosi così per la gloria digitale. Amen!

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