Il giovane Karl Marx

Ho molto apprezzato il film del regista Raoul Peck sul giovane Marx, uscito in questi giorni nelle sale cinematografiche, proprio alla vigilia del bicentenario della nascita. Certo, sarebbe stato meglio omaggiare il barbuto di Treviri con una bella rivoluzione – cosa di cui ci sarebbe un gran bisogno – ma per ora dobbiamo accontentarci delle rievocazioni. Che peraltro appaiono molto meno spettrali di qualche decennio fa, quando, dopo il crollo del mondo sovietico, i sicofanti delle magnifiche sorti e progressive del liberismo si erano affrettati a suonare la campana a morto del comunismo e del suo più importante pensatore. Dimenticandosi che si possono anche nascondere sotto il tappeto gli effetti collaterali ingiusti del loro mondo a senso unico – ma se la merda, l’alienazione e l’infelicità mortifera prodotti dal capitale continuano a crescere insieme al valore e alla ricchezza, prima o poi qualche crepa si aprirà.
Ed è esattamente questo il momento in cui si cominciano a fare i conti con trasformazioni che, come ai tempi di Marx, potrebbero essere foriere sia di immani disastri che di future rivoluzioni. Tempi quantomai ancipiti, dunque, che, al netto di una certa misantropia e di un crescente fastidio per la cancrena antropomorfica, possono persino risultare belli da vivere. Giusto per vedere cosa potrà succedere. E, tornando al film, è proprio ciò che lo rende più interessante: concentrarsi sul pensiero sorgivo di Marx, una potente anticipazione (purtroppo talvolta scambiata per fede o profezia) dei tempi a venire.
Al di là di questa atmosfera generale che vi si respira, il film ha altri meriti (anche teorici, cosa non semplice per una pellicola) che è bene porre in evidenza:
1. Innanzitutto la ricostruzione storica, filologico-intellettuale, biografica, che mi è parsa accurata. E collima coi ricordi che ho delle mie letture giovanili della Gazzetta renana, dei Manoscritti economico-filosofici, dell’Ideologia tedesca, delle Tesi su Feuerbach, grazie anche a docenti del calibro di Emilio Agazzi, Luciano Parinetto o Mario Cingoli, cui non smetterò di essere grato.
2. È preferibile vedere il film in lingua originale: l’impasto linguistico di tedesco, francese e inglese ci restituisce l’incontro tra culture e tradizioni, fondamentali per la formazione del pensiero marx-engelsiano – che è europeo e cosmopolita fin nella forma mentale dei suoi protagonisti.
3. Non ricordavo che le figure femminili fossero così importanti per la storia intellettuale (oltre che esistenziale) di Marx ed Engels: bene hanno fatto gli sceneggiatori a sottolinearlo. A tal proposito trovo molto interessante la scena del dialogo “scandaloso” tra Jenny e Mary Burns, sulla spiaggia, a proposito di famiglia e del far figli, con l’allusione all’ipocrisia borghese – argomenti tutt’altro che secondari e totalmente interni alle questioni di classe, che la critica materialista non poteva non rilevare.
4. Importante avere insistito sull’incontro tra la potenza teorica (di ascendenza hegeliana) di Marx  – la critica critica anche nella sua tipica forma caustica e sarcastica – e la grande capacità di osservazione e di analisi dei processi sociali e delle condizioni economiche da parte di Engels – teoria e prassi, una fratellanza intellettuale inscindibile.
5. Si respira un grande idealismo lungo tutto il film (nonostante si tratti della formazione del materialismo storico): i protagonisti mettono in alto le idee, la causa, prima di ogni tornaconto personale. Avrebbero potuto vivere nell’agio o nella tranquillità borghese – e invece rompono col vecchio mondo, ipocrita e in disfacimento, in vista del nuovo, per nulla garantito. Una lezione che dovrebbe valere anche per il presente e per l’idea (asfittica) di politica dominante.
6. Un amico giovane mi ha detto che non gli è piaciuto il finale. E non intendeva la sigla con la canzone di Dylan, ovvero l’unica concessione alla retorica di tutto il film (che però in una coda ci può benissimo stare), ma la sospensione nella quale la vicenda politica e intellettuale ci lascia: Marx ed Engels impongono la propria linea e visione alla Lega dei Giusti, nasce il primo nucleo del movimento comunista, che ha ora il suo epocale Manifesto – esito di tutto il lavorio critico-teorico dal 1843 al 1848: uno spettro comincia ad aggirarsi per l’Europa (e per il mondo)…
7. …ma c’è ancora molto da fare e da costruire. Lo spettro deve incarnarsi. Sia storicamente che concettualmente. Marx dovrà dedicare i successivi decenni ad occuparsi della “merda economica”, partendo dai classici dell’economia inglese, come l’amico Engels gli aveva consigliato di fare. Il rigore scientifico, radicalmente alternativo al vago sentimentalismo dei socialisti pre-marxiani, deve crescere e strutturarsi. Sarebbe bello che Manifesto e ’48 convergessero in una rivoluzione sociale e in una reale trasformazione dei rapporti alienati, ma la storia non funziona così. Non sempre (anzi, a sentire Hegel, quasi mai) teoria e prassi vanno a braccetto.
8. E allora il film si chiude con quest’opera immane – e mai conclusa, di fatto impossibile da concludere – che è l’accenno a Das Kapital. Un laboratorio aperto ancora oggi, nonostante tutto. Ecco: quel che al mio amico non è piaciuto, a me ha dato invece grande soddisfazione. Da lì occorre ripartire, da quel laboratorio che intende mettere le mani nelle contraddizioni, per studiarle, conoscerle e ribaltarle, nell’assoluta convinzione marxiana, non più revocabile in dubbio, che la storia non è un dato naturale immodificabile, ma un complesso di condizioni date che è possibile ri-condizionare.
La rivoluzione non sarà un processo logico-dialettico necessario, ma certo è possibile.

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