#200Marx – Il capitale

15. A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici… appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile.
(Il Capitale)

16. Alla singola macchina subentra un mostro meccanico, che riempie del suo corpo interi edifici di fabbriche, e la cui forza demoniaca, dapprima nascosta dal movimento quasi solennemente misurato delle sue membra gigantesche, esplode poi nella folle e febbrile danza turbinosa dei suoi innumerevoli organi di lavoro.
(Il Capitale)

17. Le sfere dell’artigianato e del lavoro domestico assumono in tempo relativamente e mirabilmente breve l’aspetto di antri di dolore dove le più folli mostruosità dello sfruttamento capitalistico si sfogano a loro agio.
(Il Capitale)

18. Perseo usava un manto di nebbia per inseguire i mostri. Noi ci tiriamo la cappa di nebbia giù sugli occhi e le orecchie, per poter negare l’esistenza dei mostri.
Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia.
(Il Capitale)

19. Tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero giuoco delle energie vitali fisiche e mentali, perfino il tempo festivo domenicale – fronzoli puri e semplici!
(Il Capitale)

20. Il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di pluslavoro… usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare.
(Il Capitale)

21. La “casa del terrore” per gli indigenti, che nel 1770 era ancora un sogno per l’anima del capitale, si è innalzata pochi anni dopo come gigantesca “casa di lavoro” proprio per l’operaio manifatturiero: il suo nome è “fabbrica”.
(Il Capitale)

***

Dall’analisi della merce – un feticcio che vive di vita propria – a quella della fabbrica, dell’automazione o dei processi di valorizzazione, lungo tutto il primo libro del Capitale si ha un pullulare di figure mostruose, sia mitologiche che letterarie, che non può non colpire.
Non si tratta solo della cultura di Marx o della sua scrittura colta ed efficace, ricca di metafore fulminanti, di giochi di parole o celebri inversioni retoriche – ma della cosa stessa.
Il capitale è davvero un vampiro che succhia il sangue dei vivi e della forza lavoro per alimentare una megamacchina inanimata ed insensata: più oggi di ieri, il capitale ruba il nostro tempo, lo reifica, e noi siamo i suoi automi obbedienti e felici di consumare indefinitamente – fino a che non si consumerà la nostra stessa “natura inorganica”, che a quel punto ci chiederà il conto. Ben altri mostri, allora, saranno in agguato.

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