#200Marx – Il comunismo

[si conclude oggi la nostra piccola celebrazione del 200° anniversario della nascita di Karl Marx]

26. Nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.
(L’ideologia tedesca)

27. Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
(L’ideologia tedesca)

28. Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale.
(L’ideologia tedesca)

29. Il comunismo non toglie a nessuno la facoltà di appropriarsi dei prodotti sociali; toglie soltanto la facoltà di valersi di tale appropriazione per asservire lavoro altrui.
(Manifesto del partito comunista)

30. In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto tra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!
(Critica al programma di Gotha)

***

Sono qui presenti, nella prefigurazione della società comunista, i temi cari al Marx sia giovane che maturo (a prescindere da eventuali discontinuità o rotture epistemologiche, così come, ad esempio, sostenuto da Althusser): il comunismo come orizzonte di liberazione dall’alienazione e dalla scissione imposte dal capitale; come soluzione del conflitto tra individuo e società; come general intellect, razionalità e sapere condiviso; come esplicazione della forza lavoro intesa come attività, e non come lavoro forzato ed asservito a scopi eterodiretti; come passaggio dal regno della necessità al regno della libertà; come superamento del formalismo borghese e liberale; come dissoluzione della follia rapace accumulatrice e proprietaria, smisurato licitazionismo, a favore di un riequilibrio tra possibilità e bisogni individuali.
Ma, allora, date le condizioni dialettiche, la lotta di classe, il proletariato come classe generale-universale, il movimento della storia che sembrava spingere in quella direzione – perché tutto questo non si è realizzato? Se è vero che il comunismo non è uno stato di cose, né un ideale (utopico?) da realizzare, ma il movimento che mette in discussione ogni rapporto di potere – allora esso non può essere un fine, né la fine della storia, ma il modo stesso di essere e di intendere la storia: un’impresa collettiva che sempre mette in discussione se stessa. Poco importa che si chiami comunismo: la grandezza di Marx sta nell’avere sostenuto che è il movimento, il processo ad entrare in perenne rotta di collisione con la struttura, cui pure dà luogo: da ogni struttura emergerà sempre un’energia insieme negativa e creatrice che ne metterà in discussione l’assolutezza. Così come il vero era hegelianamente il divenire di se stesso, la storia (comune) degli umani è il suo stesso divenire, mutare forma, perennemente cercare altro-da-sé. Quel che né Marx (né tantomeno il marxismo) possono garantire è che l’esito sia un miglioramento generalizzato delle condizioni materiali e spirituali di tutti gli esseri umani – che è poi l’essenza del comunismo: la storia non è pre-scrivibile o pre-determinabile, ma solo praticabile, per tentativi ed errori.

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