Quinta passeggiata filosofica

Elogio della verditudine
[La passeggiata si è tenuta domenica 27 maggio 2018, presso il parco Castello di Legnano, in collaborazione con la compagnia teatrale Radicetimbrica Teatro]

Consideriamo oggi una parte della natura che costituisce elemento essenziale del camminare, ovvero la vegetazione. Credo sia incalcolabile l’influsso che i colori, le forme, i profumi del mondo vegetale hanno sulla nostra vita (che ovviamente non sarebbe possibile senza le piante) – non solo in termini materiali, ma anche in termini emotivi ed estetici.
Ci occuperemo oggi di quel modo di manifestarsi del mondo vegetale che definisco “verditudine” – la moltitudine di forme che il viandante sperimenta nel suo rapporto col paesaggio.
Lo faremo in 3 brevi mosse, servendoci di Hegel, di Goethe e dell’invenzione contingente (e forse casuale) delle angiosperme.

Partiamo proprio da quest’ultima. È molto probabile che 130-150 milioni di anni fa il mondo fosse grigio e monotono, prima dell’avvento di quella forma vegetale più evoluta (nel senso di complessa, non di superiore) che è rappresentata dalla forma oggi più diffusa, ovvero le Angiosperme: semi vestiti e protetti da un frutto (a differenza, ad esempio, delle Gimnosperme, a seme nudo, o delle piante che si diffondono tramite spore), sistema raffinatissimo dell’impollinazione zoofila – con fiori sempre più grandi, profumati, colorati e attraenti.
Si sarebbe cioè insinuato nel grigiore e nella monotonia precedenti un paesaggio sempre più multicromatico, profumato e ricolmo di frutti e godimento: un vero e proprio giardino (il giardino dell’Eden?).
Tutto grazie al caso e alla contingenza – a voler prendere sul serio le tesi evoluzionistiche.

Ed è infatti proprio Hegel a ritenere la natura afflitta dalla contingenza e dall’assenza di un fine determinato: povera di concetto.
Hegel ha una visione critica e a tratti beffarda nei confronti di coloro che si esaltano troppo per la natura: egli pensa che non ci sia nulla di particolarmente interessante o di superiore nei fenomeni naturali, soprattutto se confrontati con quelli spirituali: la natura è monotona e ripetitiva, incatenata alla necessità, mentre è solo la storia umana – lo “spirito” – ad essere ricco, multiforme e libero.
Prendiamo ad esempio un vegetale: esso non è nient’altro che una linea che marcia verso la luce, e la sua essenza si esaurisce in questa monodirezionalità.
Eppure…
Se andiamo a leggere alcuni suoi testi della Filosofia della natura, non si ha più traccia di questa noia, e anche il filosofo più severo e austero rimane stordito dalla verditudine:

“Questo sé esterno fisico della pianta è la luce verso la quale essa tende, come l’uomo cerca l’uomo”;
“Alla sera, quando si entra da oriente in un campo […] dal lato dove si trova il sole è tutto un risplendere di fiori”;
la crescita delle piante è “un fuggevole alito spirituale di forme”:
“La fruttificazione è lo sviluppo supremo della luce nella pianta”;
“Questo nascondere il seme nella terra è perciò un’azione mistica, magica, che allude al fatto che nel seme vi sono ancora forze segrete che sonnecchiano, che in verità c’è ancora qualcos’altro […] come il bambino […] il seme è la potenza che scongiura la terra a porre la sua forza al suo servizio”;
“La vita universale: è questo il processo della trasformazione soltanto immediata, questo contagio, come potenza infinita della vita”;
“Questo tremolìo della vitalità in se stessa appartiene alla pianta, poiché essa è vivente – è il tempo irrequieto”;
“La pianta […] in sé prende dalla luce lo specifico riscaldamento e vigore, l’aromaticità, la spiritualità dell’odore e del sapore, lo splendore e la profondità del colore, la solidità e la forza della figura”;
“Un’isola di piante aromatiche manda il suo profumo per molte miglia nel mare e dispiega una grande magnificenza di fiori”;
“Il fiore è la vita vegetale che si avvolge in sé, che genera una corona intorno al germe, come prodotto interno, mentre prima andava soltanto verso l’esterno”.

Ciò che lasciava indifferente Hegel, la moltitudine fenomenica del mondo vegetale, è invece ciò che costituisce il principale interesse di Goethe: l’accesso a tale varietà di forme ci permette di risalire alla forma originaria del vivente, quantomai lontana da ogni astratta logica classificatoria. Nella sua opera scientifico-filosofica La metamorfosi delle piante, Goethe parte dall’osservazione morfologica con l’obiettivo di cogliere il vivente in quanto vivente, nella sua concreta dinamicità, nel mutare continuo delle forme (metamorfosi) – evitando di ridurlo ad una morta ed astratta classificazione. Più che Gestalt, Bildung – formazione, forma diveniente, forza dinamica interna alla natura.
La visione goethiana è olistica, panteistica, totale: gli umani fanno parte di un flusso metamorfico che non ha scale o gerarchie; Goethe vorrebbe insomma “acquisire una percezione vivente della natura”, evitando di scomporla e farla a pezzi, riducendola ad elementi inerti. Non si tratta di un’esigenza puramente estetica, poetica o protoromantica, ma dichiaratamente scientifica: “In tutti i tempi, gli scienziati hanno sentito il bisogno di conoscere il vivente in quanto tale […] e per tal modo dominare l’intero, per così dire, in una visione intuitiva”. Una scienza delle forme che non può non ricollegarsi all’impulso artistico e imitativo. Un tentativo, questo di Goethe, che non ha avuto molto seguito nel pensiero occidentale, ma che ad alcuni fa ancora battere il cuore.

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